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Se Burnham assomiglia a Starmer

Regno Unito

Se Burnham assomiglia a Starmer

Burnham, un tempo percepito come alternativa più a sinistra di Starmer, si ritrova oggi a inseguire un elettorato più euroscettico e conservatore a Makerfield, mentre Starmer si è spostato su posizioni più progressiste. Ne emerge una convergenza su immigrazione, fisco ed Europa, e una sfida interna

Alessandra Libutti22/05/2026Aggiornato 21/05/20265 min lettura1.080 parole

Burnham, un tempo percepito come alternativa più a sinistra di Starmer, si ritrova oggi a inseguire un elettorato più euroscettico e conservatore a Makerfield, mentre Starmer si è spostato su posizioni più progressiste. Ne emerge una convergenza su immigrazione, fisco ed Europa, e una sfida interna che sembra giocarsi più sulla percezione che sulle politiche. Nel farlo, Burnham rischia di somigliare sempre di più proprio a ciò che vorrebbe superare.


Nel più recente sondaggio condotto tra gli iscritti al Labour, solo il 4% afferma di preferire l’ex Ministro della Salute Wes Streeting al Primo Ministro Keir Starmer, un dato che mostra quanto impopolare sia stata non solo la sua manovra di destabilizzazione interna, ma ancor più quanto poco gradita sarebbe una spinta verso destra del partito. Non solo Streeting non è riuscito a procurarsi i numeri necessari per una sfida al Primo Ministro ma ha spianato la strada alla sinistra del partito.

Resta così in corsa Andy Burnham, il sindaco di Manchester, descritto come rottura dall’attuale leadership, incarnazione del rifiuto del New Labour e il ritorno a una tradizione più classica del partito. Una lettura che finisce per mettere in discussione tanto l’eredità di Thatcher quanto quella di Blair.

Ma è davvero così, o si tratta di marketing politico? Burnham è veramente una vera figura di sintesi tra il radicalismo corbyniano e il neoblairismo, oppure soltanto una versione più “presentabile” dello starmerismo? Perché, in fondo, Starmer, dopo il licenziamento del suo consigliere politico Morgan McSweeney, massimo rappresentante del neobalirismo, spingendosi un po’ più a sinistra, è diventato esattamente quel ponte.

Burnham si è sempre presentato come favorevole al rientro nell’Unione europea e al sistema proporzionale, promotore delle statalizzazione di infrastrutture chiave. Tutto questo ha portato il pubblico a identificare in lui l’uomo che avrebbe riportato il Regno Unito nella Ue, che avrebbe abolito il sistema maggioritario e posto un limite alle privatizzazioni.

Sono bastati però solo pochi giorni di campagna elettorale nella circoscrizione di Makerfield, dove aspira a essere eletto deputato per sfidare il Primo Ministro, per assistere a un suo riposizionamento tanto pragmatico quanto allineato a quello di Starmer. L’area, pur inserita nella sua roccaforte metropolitana di Manchester, prevalentemente laburista, rappresenta un’eccezione segnata da sentimenti anti-europeisti e da un consenso crescente per Reform Uk, oggi in testa nei sondaggi locali.

E allora la spinta pro-europea si è attenuata, collocandosi in un orizzonte possibile ma non immediato: il discorso si è spostato sul riavvicinamento al mercato unico, una traiettoria che coincide già con quella perseguita da Starmer. Anche l’obiettivo del sistema proporzionale resta sullo sfondo – la vorrebbe ma non sa quando sarebbe possibile perseguirla.

Sul piano economico e sociale, le posizioni risultano altrettanto convergenti: il tema delle nazionalizzazioni è già in parte assorbito dall’impostazione del governo in carica. Sul fronte della politica fiscale, dopo l’annuncio di una crescita dello 0,6% dell’economia britannica nel primo trimestre del 2026 – il dato più elevato tra i Paesi del G7 – e una riduzione dell’inflazione di 0,5 punti percentuali, Burnham ha dichiarato di condividere pienamente l’impostazione economica dell’attuale Cancelliere dello Scacchiere, Rachel Reeves.

Dulcis in fundo, mentre il governo britannico celebrava il crollo dell’immigrazione netta – diminuita di oltre il 50% rispetto all’anno precedente  – Burnham ha espresso il proprio sostegno alla stretta migratoria promossa dal ministro dell’Interno, Shabana Mahmood.

Il problema del sindaco di Manchester è evidente. Se la narrazione insiste nel rappresentare un fallimento della leadership di Starmer, mentre gli indicatori economici e sociali restituiscono un’immagine opposta – crescita, disinflazione, irrigidimento efficace della politica migratoria – allora il terreno dello scontro si sposta. Come rinnegare qualcosa che funziona? Come costruire una candidatura al cambiamento senza poter indicare un fallimento da correggere, ma soltanto una percezione da ribaltare? In assenza di fratture reali nell’azione di governo, la distinzione rischia di ridursi a un piano narrativo, dove la politica non interviene più sui fatti, ma sulla loro interpretazione.

E allora Burnham, promuovendo Burnham, fa in realtà campagna per Starmer. Sull’immigrazione concorda con Mahmood. Sulla disciplina fiscale con Reeves. Sull’Europa con la linea di governo. Un allineamento quasi perfetto che lascia aperta una domanda: quale sarebbe, allora, la sua personale proposta politica? Dopo anni trascorsi a coltivare ambizioni nazionali, ci si aspetterebbe qualcosa di più di una semplice ratifica delle scelte altrui. E pone anche una domanda: cosa giustifica la sfida interna? Le differenze riguardano davvero le politiche, oppure si condensano sulla percezione: meglio Burnham perché è più simpatico?

A questo si aggiunge anche il paradosso del ribaltamento. Burnham si è a lungo presentato come un profilo alla sinistra di Starmer, con una maggiore attenzione alle istanze sociali, al ruolo dello Stato e a una sensibilità europeista più marcata. Ora, però, lo scenario si è rovesciato: con un Starmer spostato su posizioni più progressiste, e con Burnham impegnato a intercettare un elettorato di Makerfield più diffidente verso l’Europa e più sensibile a una linea identitaria, la distanza politica si è invertita.

In questo quadro, la corsa diventa contro il tempo. Quattro settimane per convincere un elettorato eterogeneo senza perdere la coerenza di ciò che lo ha definito finora. Ma ogni passo verso il centro – necessario per ampliare il consenso – rischia di erodere proprio quella identità che lo distingueva da Starmer. Il paradosso è evidente: deve essere eletto prima che la sua stessa strategia lo riduca a una versione annacquata dell’avversario che intende superare.


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