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Se il bridge disturba i vostri affari, lasciate gli affari

Storia, costume e cultura

Se il bridge disturba i vostri affari, lasciate gli affari

Non siamo solo un popolo di santi, navigatori, poeti. Siamo anche un popolo di bridgisti. In Italia si contano circa quattro milioni di praticanti dello "sport della mente", con tanto di Federazione affiliata al Coni. Da sofisticato intrattenimento elitario, il bridge è ormai un fatto di

Michele Magno04/08/2025Aggiornato 03/08/20257 min lettura1.396 parole

Non siamo solo un popolo di santi, navigatori, poeti. Siamo anche un popolo di bridgisti. In Italia si contano circa quattro milioni di praticanti dello “sport della mente”, con tanto di Federazione affiliata al Coni. Da sofisticato intrattenimento elitario, il bridge è ormai un fatto di massa. Tempi duri per gli altolocati bridgisti messi alla berlina nel film “Il conte Max” (1957). Resta da cineteca la sequenza in cui Alberto Sordi -ruspante giornalaio romano- vede crollare miseramente i suoi sogni d’ingresso nella nobiltà. Complice, appunto, una partita di bridge giocata in modo disastroso con i rampolli di improbabili casati, nonostante le raccomandazioni del suo mentore Vittorio De Sica, un aristocratico squattrinato e scroccone.

Purtroppo per lui, il malcapitato e pasticcione edicolante trasteverino non aveva avuto come istruttore Eugenio Chiaradia, un docente di filosofia inventore nel 1944 di un rivoluzionario sistema di dichiarazione: il “fiori napoletano”. Per diffonderlo e perfezionarlo, aveva fondato una scuola presso il “Vomero”, un minuscolo circolo del tennis partenopeo. ‘O professore”, come era chiamato, è l’uomo al quale il bridge moderno deve forse più che a chiunque altro. Dalla scuola di Chiaradia usciranno talenti come Pietro Forquet, Guglielmo Siniscalco, Mimmo D’Alelio, Benito Garozzo. Capitanati dall’avvocato penalista Carl’Alberto Perroux, nel 1956 formeranno -insieme a Camillo Pabis Ticci, Walter Avarelli e Giorgio Belladonna (padri del “fiori romano”)- il mitico Blue Team.

L’anno successivo, a New York seppelliranno sotto una fiumana di punti la squadra americana nell’incontro decisivo per l’assegnazione del titolo mondiale. Dopo questo “massacro di Fort Apache”, come lo definì la stampa dell’epoca, per un ventennio il Blue Team non avrebbe avuto avversari in ogni latitudine del pianeta. Una squadra di campionissimi, insomma, in larga misura espressione di quel ceto medio degli impieghi pubblici e delle professioni liberali in forte ascesa durante il miracolo economico.

Ma il contributo nazionale al nostro gioco non si ferma qui. Come hanno dimostrato le minuziose ricerche del glottologo Giorgio Agostini, perfino i suoi albori più remoti ne serbano più di una traccia. Per cominciare, i tarocchi possono essere considerati gli antenati più antichi del bridge. Sono anche il gioco -tra quelli di carte- che ancora sopravvive, o che almeno sopravviveva fino a pochi decenni fa in Piemonte e nell’Europa centrale. Inoltre, dai tarocchi (con l’eliminazione degli arcani e della figura del cavallo) è derivato il mazzo di carte francese: 52 carte, come le settimane di un anno; 13 carte per seme, come i mesi lunari; 4 semi, come le stagioni; 12 figure, come i segni zodiacali.

Coincidenze astrologiche non fortuite, poiché le carte venivano usate -in Cina come in Europa- anche come strumento di divinazione. Forse per questo motivo San Bernardino da Siena nel 1432 le aveva chiamate “opus Diaboli”. Opinione che conserveranno i puritani, che le definirono “the devil’s picture book”, il libro della pittura del diavolo. Lo stesso termine d’oltralpe “atout”, poi, deriva da “attutti” -denominazione domestica del seme di briscola. Così come dal gioco italico del “trionfo” o della “ronfa” (un tresette briscolato) trae ispirazione il “triumph” inglese (poi “trump” e “ruff”). Il reverendo Hugh Latimer, vescovo protestante di Worcester (1485-1555), mandato al rogo dalla cattolica Maria la Sanguinaria, fu il primo a citarlo nel sermone “On the Card” tenuto a Cambridge nel 1529. Ma è nella tragedia “Antonio e Cleopatra” di William Shakespeare (1607), che lo sfortunato protagonista ne parla nel doppio significato di atout e di gioco di taglio. L’antenato diretto del bridge era  alle porte.

Questo antenato è il whist, assai diffuso nella seconda metà del Seicento tra gli strati più bassi della popolazione; e perciò considerato come un passatempo da cacciatori o scudieri di campagna, non degno di gentiluomini e nobildonne. Riesce a trasferirsi stabilmente nei ritrovi e nelle abitazioni dell’alta borghesia britannica solo un secolo dopo, grazie al successo riscosso dalle regole codificate da Edmund Hoyle nel suo “Short Treatise on the Game of Whist” (1742). Ventiquattro regole auree che, dando una solida base di certezze al conservatorismo dei sudditi di Sua Maestà, permisero al gioco di passare dall’alterco fumoso dell’osteria di campagna all’ovattata compostezza del circolo cittadino. Dalla natia Gran Bretagna il whist non fatica a sbarcare nel continente, invade la Francia sotto il regno di Luigi XV (1715-1774) e ne conquista la favorita, Madame Du Barry. Si giocava ovunque: nelle bettole come nella dimora di Madame de Staël e nelle sale del prestigioso hôtel Thélusson; e si continuò a giocare anche durante la rivoluzione. Giocavano il principe di Talleyrand (1754-1838) e le mogli di Napoleone, Giuseppina e Maria Luisa.

E francese era il più fenomenale giocatore di allora. Si chiamava -trattenete il respiro- Alexander Louis Honoré Lebreton Deschapelles (1780-1847). Generale dell’esercito e diplomatico, era anche un rinomato scacchista e, sebbene mutilato di un braccio, sapeva impugnare con maestria la stecca da biliardo. Sull’altra sponda dell’Atlantico, Benjamin Franklin (1706-1790) -dopo averlo appreso nel suo soggiorno londinese- divulga il whist a Filadelfia, da dove si propaga in America ancor prima della guerra d’indipendenza. Veniva giocato nel New England come negli stati sudisti, tra i piantatori di cotone come a bordo dei battelli che solcavano il Mississipi. E si barava molto, anche perché negli ambienti più elevati barare era apprezzato come prova di invidiabile destrezza.

Il whist non subirà variazioni di rilievo fino alla comparsa nei paesi occidentali del “biritch”, un gioco forse di origine russa. Lo testimonia il cavaliere Edoardo Graziani, dragomanno (ossia inteprete) presso l’ambasciata italiana a Costantinopoli. In una lettera scritta nel 1922, pubblicata postuma sul “Daily Thelegraph”, egli racconta: “Fu a Büyükdere sulle rive dell’Alto Bosforo che nell’agosto 1873, nella villa Coronio, fu giocato per la prima volta il bridge. Eravamo quattro al tavolo: […]. L’interesse del nuovo gioco apparve fin da principio irresistibile, e tutti e quattro rinunciammo alle passeggiate al chiar di luna e ci chiudemmo nel salone a giocare a bridge […]”.

Il bridge di cui parla Graziani, presumibilmente, era proprio il biritch. Dalla capitale ottomana il nuovo verbo raggiunge l’Egitto, sfiora la Costa Azzurra e approda verso la fine dell’Ottocento a New York, dove viene introdotto da H.J. Barbery nell’austero Whist Club. Ma già nel 1890 una donna, Kate Weelock, aveva aperto nella metropoli americana la prima scuola del nuovo gioco. Vi rimaneva tenacemente ostile soltanto il tempio del whist, il Portland Club di Londra. La sua capitolazione avverrà nel 1894, quando uno dei suoi membri più influenti, lord H.C. Brougham, confessò che giocava a whist pensando però al bridge.

All’inizio degli anni Cinquanta, solo dei veggenti potevano prevedere che gli italiani avrebbero spezzato l’egemonia bridgistica anglosassone. Del resto, il fascismo non aveva di sicuro incoraggiato un gioco in cui spadroneggiavano inglesi e americani. Uno degli aedi del regime mussoliniano, il futurista Filippo Tommaso Marinetti, aveva scritto nel 1940 un articolo intitolato “Viva la Matta! Abbasso il Bridge e i Giochi Stranieri” in cui afferma: “È antitaliano e di carattere protestante discutere lungamente sulla regola, il punteggio, la chiamata, opprimendo il garbato incontro di persone dedite a divertire le proprie sensibilità con un cocciuto perfezionamento di calcoli senza fine e conseguenti diverbi”.

Si spiega, dunque, un movimento che contava appena 226 associati nel 1938, saliti (si fa per dire) a 450 nel 1940. Può suonare strano, ma saranno i campi di prigionia militare e i contatti con le truppe alleate a rinvigorire le radici del nostro bridge. A Yol, ai piedi dell’Himalaya, un campo in cui erano internati diecimila ufficiali italiani fu trasformato in un gigantesco vivavio bridgistico da alcuni volenterosi appassionati, per reagire a una penosa condizione di ozio fisico e mentale. Terminata la guerra, nel novembre 1946 si ricostituisce a Milano l’Associazione italiana del bridge. Riprendiamo a competere per il titolo europeo nel 1949 (Parigi) e nel 1950 (Brighton), e i risultati sono subito positivi: quarto e quinto posto. Sono i primi passi di quello che sarà un cammino esaltante, che ha contribuito a “democratizzare” e a rendere popolare il bridge nel nostro paese.


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