Società moderna
Sempre alla ricerca di un pubblico. Come le nostre vite si sono trasformate in un palinsesto
Il procuratore capo della Procura di Napoli, Nicola Gratteri, entra nel palinsesto di una Tv, La7, con una trasmissione tutta sua. La notizia viene dopo una serie di video in cui l'Associazione Nazionale Magistrati spiegava sui social il funzionamento della magistratura, prendendo posizione contro la separazione



Il procuratore capo della Procura di Napoli, Nicola Gratteri, entra nel palinsesto di una Tv, La7, con una trasmissione tutta sua. La notizia viene dopo una serie di video in cui l’Associazione Nazionale Magistrati spiegava sui social il funzionamento della magistratura, prendendo posizione contro la separazione delle carriere.

I video sono confezionati in modo da imitare, in tutto e per tutto, quelli degli influencer o divulgatori del web: speaker spigliata che guarda in camera, frasi secche, semplici e veloci, immagini a sostegno dei concetti, effetti sonori, appuntamento al video successivo.
Non sono da meno i politici, come ben sappiamo. Ormai sono dei veri e propri content creator. In 30 o 60 secondi lanciano la diretta che seguirà, reagiscono alla provocazione del leader avversario, spiegano una proposta di legge su una scalinata in piazza.
Se non video autoprodotti, postano clip ritagliate da dirette parlamentari o trasmissioni TV. Ormai le sedute del Senato o i dialoghi televisi servono solo ad avere materiale per alimentare i propri social.
C’è poi il mondo degli insegnanti, del quale si parla poco. Sempre di più sono quelli che aprono canali social in cui fanno lezione su Platone, Orazio o sul moto rettilineo uniforme. Ancora più numerosi quelli che si riprendono in classe per brevi spezzoni in cui fanno discorsi motivazionali ai ragazzi (a volte cose anche interessanti, altre volte si va di “non aver paura di fallire perché i tuoi errori” ecc. ecc.), per poi postarli sui social con una colonna sonora che vuole smuovere le emozioni.
È ovvio che sui social o in TV, ciascuna delle categorie nominate possa proporre anche cose pregevoli. È sicuro, poi, che gli esempi riportati sono tratti da ambiti diversi e potrebbero dare luogo a discorsi e analisi distinte. Tuttavia c’è qualcosa che li accomuna, una tendenza che li abbraccia nel complesso, credo.
Sto parlando della spinta, ormai endemica, a costruire una versione mitizzata di sé. Naturalmente la scusa per tutto questo si trova sempre: informare, divulgare, propagandare. La verità è che la diffusione capillare delle telecamere grazie ai nostri smartphone, la possibilità di vedere la mia immagine moltiplicata migliaia di volte grazie ai social, ha generato una febbre incontrollabile per la sponsorizzazione di sé.
Questa pulsione esiste perché quasi tutti, ormai, possono avere un pubblico, una fanbase da curare, alimentare, ampliare. Ma soprattutto esiste perché l’uomo produce gli strumenti ma poi questi retroagiscono su di lui e lo modellano: ne modificano le abitudini, il lavoro, il tempo libero, la percezione della realtà e dunque la psicologia.
E la possibilità di costruire film su di sé di alta qualità, con una tecnologia a basso costo, ci ha cambiati in profondità. È diventata una pulsione collettiva.
Quest’ultima, però, da qualche tempo ha fatto un salto di qualità. I politici hanno aperto la strada, i magistrati, i professori e altre categorie stanno seguendo (vedremo chirurghi che fanno il backstage di un trapianto?). Il rischio è che il racconto e la percezione di ciò che faccio inizi a valere più degli effetti concreti del mio lavoro sulle persone.
Quanto questa cosa sia importante da pensare, lo possiamo immaginare richiamando un passaggio del romanzo postumo di David Foster Wallace, “Il re pallido”. A un certo punto, c’è una scena ambientata nell’aula di in un college. Un professore gesuita sta tenendo l’ultima lezione di “Fisco avanzato” prima delle vacanze natalizie.
Nelle sue raccomandazioni di fine corso, il docente prova a spiegare ai giovani la virtù del funzionario pubblico: “La verità è che l’eroismo dei vostri passatempi infantili non era un vero valore. Era teatro. Il grande gesto, il momento della scelta, il pericolo mortale, il nemico esterno, il risultato della battaglia cruciale che risolve tutto: tutto concepito per apparire eroico, per entusiasmare e gratificare un pubblico. Un pubblico. (…) Signori, benvenuti nel mondo della realtà: non c’è un pubblico. Nessuno che applauda o ammiri. Nessuno che vi veda. Capite? Ecco la verità: il vero eroismo non riceve ovazioni, non intrattiene nessuno. Nessuno fa la fila per vederlo. Nessuno se ne interessa. (…) Meno un lavoro pesante appare eroico, divertente, avvincente o perfino interessante o impegnativo in senso convenzionale, più è potenzialmente un’arena per il vero eroismo e perciò una forma di gioia che per voi, signori, non ha termini di paragone”.
L’ansia di avere un pubblico, la percezione (anzi l’illusione) che il lavoro sia tanto più fecondo quanto maggiore è il suo riverbero mediatico, è probabilmente l’esatto contrario della responsabilità adulta di un servizio reso al pubblico.
Quando Wallace scriveva queste righe, non c’erano gli smartphone, eppure aveva già visto la tendenza incoraggiata dagli strumenti di comunicazione contemporanei.
Aveva già intuito questa corsa verso un pubblico, questo bisogno di essere visti. Speriamo solo restino abbastanza persone a presidiare quei luoghi dell’impegno feriale, grigio, noioso (che normalmente non compare nei film) senza i quali – lo sappiamo tutti – una famiglia, un’azienda, una scuola, un tribunale o un municipio, si accartocciano su sé stessi.
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