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Sette giorni al Reno. Quando Mosca progettava di prendersi l’Europa

Storia, costume e cultura

Sette giorni al Reno. Quando Mosca progettava di prendersi l’Europa

1. IntroduzioneC'è stato un periodo tra la fine degli anni 70 e la fine degli 80, in cui a Mosca vi era la convinzione di potersi prendere l'Europa con una campagna militare lampo combattuta contro il gruppo di forze NATO del teatro tedesco-occidentale (CENTAG) nell'intento di

JozeJechich_JJ17/07/2024Aggiornato 17/07/202413 min lettura2.860 parole


1. Introduzione
C’è stato un periodo tra la fine degli anni 70 e la fine degli 80, in cui a Mosca vi era la convinzione di potersi prendere l’Europa con una campagna militare lampo combattuta contro il gruppo di forze NATO del teatro tedesco-occidentale (CENTAG) nell’intento di raggiungere il Reno in una settimana entro uno scenario misto convenzionale-nucleare non strategico.
Il piano, denominato Sette Giorni al Reno e dichiarato top secret, riassumeva da parte di Mosca una ossessione ed una convinzione:

?L’ossessione era quella di un imminente o quantomeno inevitabile attacco nucleare preventivo NATO contro il territorio del Patto di Varsavia e segnatamente contro i raggruppamenti di forze russi e degli stati satelliti, basati in Polonia e Cecoslovacchia. Ipotesi che a Mosca consideravano più che probabile ma che in realtà era del tutto campata in aria, in quanto la dottrina NATO prevedeva attacchi del genere solo come risposta e ritorsione a preventivi analoghi attacchi sovietici contro i paesi dell’Alleanza Atlantica e non certo come atto d’apertura di una irrealistica aggressione occidentale contro il Patto di Varsavia.

?La convinzione era invece insita nella dottrina militare sovietica dell’attacco in profondità entro le linee nemiche quale unica misura difensiva efficace in grado di prevenire minacce contro il territorio della madrepatria: in pratica l’attacco come forma di difesa avanzata da attuarsi il più lontano possibile dai propri confini rovesciando sul nemico tutte le conseguenze materiali della guerra, in modo da evitare il ripetersi di uno scenario Barbarossa.

Dunque, l’intero piano sovietico si basava essenzialmente sul clamoroso equivoco di un proditorio attacco NATO, nonché sulla necessità di continuare a dare un senso e quindi ad alimentare il gigantesco apparato militare e securitario del regime, allo stesso tempo consumatore di enormi risorse ed architrave del regime stesso.

Ma quali erano i punti di questo scenario e quante le possibilità che i sovietici raggiungessero i loro (ambiziosi) obiettivi?

Il CENTAG con i reparti NATO a difesa, come appariva a metà anni ’80

2. Opzione nucleare
Il 28 novembre 2005 l’allora ministro della difesa polacco Radolaw Sikorski, diede l’annuncio della desecretazione immediata di 1.700 documenti del Patto di Varsavia, custoditi negli archivi polacchi. Tra questi vi era il piano dettagliato di una simulazione, elaborata nel 1979, di invasione dell’Europa Occidentale da attuarsi attraverso l’uso combinato di forze convenzionali e nucleari non-strategiche.
L’annuncio polacco, che non mancò di sollevare polemiche con Mosca produsse in Occidente conferme e sorprese.

Le conferme erano la sostanziale correttezza delle previsioni NATO circa le modalità con cui i sovietici avrebbero tentato l’invasione, relativamente agli intenti, obiettivi, assi di avanzata, tempistica presunta e forze disponibili. Nulla di sostanzialmente nuovo sotto questi punti di vista.
La sorpresa, che sollevò un certo clamore, riguardava invece il progettato ricorso sovietico ad un massiccio sbarramento nucleare per aprirsi la strada nel cuore della Germania. Non si trattava cioè, semplicemente, dell’utilizzo di atomiche tattiche da pochi kiloton sul campo di battaglia contro obiettivi militari (opzione prevista anche dalla NATO), ma del ricorso a testate da 500kt equivalenti (bomba di Hiroshima = 25kt) in modalità pre-strategiche contro obiettivi civili di vaste dimensioni.
Mosca prevedeva cioè di nuclearizzare diverse grandi città dell’Europa Occidentale, mantenendo però il livello della scontro a livello sub-strategico ed evitando quindi di colpire Francia, UK ed ovviamente gli USA.
L’idea di Mosca era quella di produrre una escalation controllata e limitata ad un totale di 7,5 megatoni sganciati presumibilmente dagli IRBM SS20, ciascuno dei quali in grado di portare 3x150kt oppure 1x1mt. La lista degli obiettivi varia a seconda delle fonti, tra cui:

– Vienna
– Stoccarda, Monaco, Norimberga, Bonn Francoforte, Colonia, Amburgo
– Esbjerg, Roskilde
– Bruxelles, Anversa
– Amsterdam
– Vicenza, Verona, Padova, Aviano

Da notare come Vienna, capitale dell’Austria strettamente neutrale, avrebbe ricevuto l’equivalente di 1Mt rimanendo quindi totalmente distrutta: questo per consentire il libero passaggio all’esercito ungherese diretto in parte contro l’Italia nord-orientale ed in parte contro la Alta Baviera.

La prima fase di Sette Giorni al Reno. Si noti l’opzione ungherese attraverso Passau

Il paravento formale di Sette Giorni al Reno, inventato dai pianificatori del Cremlino, prevedeva gli attacchi nucleari sovietici come risposta ad un massiccio strike nucleare preventivo NATO contro una ventina di bersagli nella valle della Vistola che avrebbe causato oltre 2m di morti tra la popolazione polacca.
In realtà la dottrina della NATO, ufficializzata fin dal 1967, prevedeva sul territorio europeo la risposta flessibile con armamento convenzionale, commisurata all’entità dell’offesa e solo in caso di crisi irrisolvibile il passaggio della soglia nucleare. In nessun caso però, era previsto uno strike nucleare preventivo. Men che meno era prevedibile un attacco preventivo convenzionale contro il territorio del Patto di Varsavia, che la NATO, anche volendo, era strutturalmente incapace di attuare per ovvie ragioni.

In altri termini l’unica opzione realizzabile dalla NATO era quella difensiva, sia nella sua formulazione di difesa in profondità (fino al 1982), sia di difesa avanzata (dopo il 1982), all’interno della quale, ma solo a partire dal 1984 e grazie all’evolversi della tecnologia, avrebbero trovato spazio anche dinamiche maggiormente aggressive: come ad esempio il concetto FOFA (Follow-on Forces Attack) ovvero gli attacchi in profondità con armi convenzionali ad alto potere distruttivo ed a lunga gittata, nelle retrovie del Patto, contro le sopraggiungenti forze di secondo e terzo scaglione, al fine di bloccarle o rallentarle per inaridire la spinta offensiva del primo scaglione al fronte.

Al contrario, la dottrina sovietica, condizionata dalle elaborazioni della WW2, prevedeva l’offensiva convenzionale in profondità come forma di difesa preventiva, nonché l’utilizzo fin dall’inizio dell’opzione nucleare a livello tattico via via incrementabile al livello intermedio: ultimo step prima dello scambio strategico e relativo MAD. Il tutto in quanto, in almeno una parte della leadership sovietica vi era la convinzione che, anche in caso di scontro nucleare strategico con gli USA, l’URSS avrebbe avuto, per una serie di ragioni, qualche chance di sopravvivenza sia pure tra immani distruzioni. Una convinzione palesemente errata, che il disastro di Chernobyl avrebbe messo drammaticamente a nudo.

In termini convenzionali la dottrina sovietica  dell’attacco in profondità raggiunse il suo parossismo nei tardi anni ’80, con l’elaborazione del concetto di Operational Manoeuvre Group – OMG, ovvero l’utilizzo di apposite massicce formazioni mobili corazzate in grado di esercitare una pressione ininterrotta e prolungata contro i punti più indeboliti della linea nemica, con l’intento di sfondarli per poi aprirsi a ventaglio nelle retrovie.

È quindi logico prevedere, dal raffronto delle contrapposte dottrine, come un piano quale Sette Giorni al Reno avrebbe potuto iniziare solo con un attacco convenzionale sovietico di sorpresa, immediatamente accompagnato dai colpi nucleari contro bersagli NATO come quelli sopraelencati.

Da tutto ciò se ne ricava la principale differenza tra le due alleanze: la NATO con postura prettamente difensiva ed il Patto invece esclusivamente offensiva. A confermarlo, oltre alla dottrina è l’osservazione oggettiva degli schieramenti e la loro comparazione numerica, nettamente sfavorevole alla NATO, con conseguente impossibilità per quest’ultima di attuare una manovra offensiva strategica a livello di teatro, men che meno con quel ratio di 6:1 ritenuto necessario a superare difese preparate.

In un suo scritto del 1988 il SACEUR gen. John R. Galvin così riassume la questione:

“le dottrine strategiche delle due alleanze sono in netto contrasto. La strategia della NATO è esclusivamente difensiva e rigetta ogni vantaggio che verrebbe apportato da un attacco di sorpresa. Le forze militari NATO non prevedono la possibilità di un attacco al Patto di Varsavia e non esistono dottrine o piani o esercitazioni che prevedano tali operazioni. Lo stesso non può essere detto per il Patto di Varsavia. Ogni aspetto dell’atteggiamento militare sovietico è studiato per massimizzare il potenziale destinato a rapide operazioni offensive in profondità.”

Il previsto sviluppo offensivo di Sette Giorni al Reno. Notare l’enfasi riservata all’asse d’avanzata nella pianura del Weser corrispondente alla 3a Armata d’urto di Magdeburgo

3. Pugno corazzato
La strategia sovietica si basava dunque sull’attacco in profondità lungo l’intero fronte tedesco-occidentale coperto dal CENTAG NATO, da attuarsi con una enorme superiorità di forze e di fuoco, concentrata in settori giudicati vulnerabili sia per via della mancanza di seri ostacoli naturali, come la pianura del Weser nel nord della Germania, adatta al movimento di grandi masse corazzate, sia per via della vicinanza geografica all’obiettivo Reno, come il cosiddetto Fulda Gap, che però si aggrappava ad un terreno maggiormente favorevole alla difesa.
Alla metà degli anni 80 le forze russe terrestri in Europa dell’est immediatamente utilizzabili come primo scaglione ed a completa prontezza operativa contavano 340.000 uomini  suddivisi in 11 divisioni corazzate e 8 meccanizzate:

?2a Armata Corazzata della Guardia a Furstenberg con
16a Divisione Corazzate dG a Neustrelitz
21a Divisione Meccanizzata a Perleberg
94a Divisione Meccanizzata a Schwerin
207a Divisione Meccanizzata a Stendal

?3a Armata d’urto a Magdeburgo con
7a Divisione Corazzata dG a Dessau
10a Divisione Corazzata dG a Altengrabow
12a Divisione Corazzata dG a Neuruppin
47a Divisione Corazzata dG a Hillersleben

?1a Armata Corazzata della Guardia a Dresda con
9a Divisione Corazzata a Riesa
11a Divisione Corazzata dG a Dresda
20a Divisione Meccanizzata a Grimma

?8a Armata della Guardia a Weimar-Nohra con
79a Divisione Corazzata dG a Jena
27a Divisione Meccanizzata a Halle
39a Divisione Meccanizzata a Ohdruf
57a Divisione Meccanizzata a Naumberg

?20a Armata della Guardia a Eberswalde con
25a Divisione Corazzata dG a Vogelsang
32a Divisione Corazzata dG a Juteborg
90a Divisione Corazzata dG a Bernau
35a Divisione Meccanizzata a Döberitz

A queste forze schierate nella DDR i sovietici aggiungevano altre 3 divisioni corazzate e 7 meccanizzate così posizionate: 5 in Cecoslovacchia, 2 in Polonia e 4 in Ungheria. Ogni divisione corazzata a piena forza contava circa 12.000 uomini contro i 13.000 di quelle meccanizzate.
Il comando generale di Zossen disponeva poi di una divisione di artiglieria (Potsdam), di una brigata spetsnaz a Neuruppin, di una brigata d’assalto aereo a Cottbus e di due brigate missili a Neubrandenburg e Bautzen.
Ogni armata contava inoltre su un reggimento corazzato indipendente con 150 carri, una brigata missili, una di artiglieria, una antiaerea ed un battaglione spetsnaz. Cinque reggimenti elicotteri d’attacco, dotati di Hind, fornivano poi supporto di fuoco tattico alle cinque armate.
In termini di equipaggiamento ogni divisione corazzata disponeva di 328 carri (T80 e T64B) e 228 BMP 1 e 2, mentre ogni divisione meccanizzata era dotata di 271 carri (T72). Pertanto, il gruppo di forze sovietico nella sola DDR disponeva di almeno 6.000 carri, 7.800 mezzi blindati e 4.500 pezzi di artiglieria, cui si aggiungevano quelli messi in campo dagli alleati polacchi, cecoslovacchi e tedeschi orientali: ovvero altri 8.500 MBT anche se non tutti utilizzabili per l’attacco.

Composizione delle forze del Patto di Varsavia secondo lo studio Rand Corporation Soviet-Warsaw Pact western theater of military operations, del 1987

Si trattava dunque di un pugno corazzato soverchiante, oltretutto concentrato laddove aveva maggiori possibilità di sfondare: infatti, lo Schwerpunkt era stato individuato nel settore della 3a Armata d’Urto di Magdeburgo cui doveva affiancarsi alla sua sinistra, nella zona di Lipsia-Jena la 1a Armata Corazzata della Guardia: il tutto per una forza combinata di oltre 2.500 carri un un fronte Magdeburgo-Jena, di circa 200 km.
Va da sé come la difesa manovrata di un territorio senza appigli ed in condizioni di netta inferiorità numerica fosse un incubo per i pianificatori NATO, nonché viceversa una irresistibile attrazione per i sovietici.
Sfortunatamente non era l’unico incubo con cui il CENTAG doveva fare i conti: alla sinistra del settore tenuto dalla 1a Armata Corazzata della Guardia, si apriva il Fulda Gap contro il quale doveva puntare la massa della 8a Armata della Guardia, inferiore per carri (1.300) rispetto allo Schwerpunkt di Magdeburgo ma superiore come fanteria meccanizzata, più adatta ai terreni complicati che aveva di fronte.


In ogni caso una volta che l’intero fronte tedesco orientale si fosse messo in moto dal Baltico al confine cecoslovacco, con in prima linea le quattro armate del primo scaglione operativo,  sarebbe stata fatta avanzare la riserva di gruppo, ossia la 20a Armata della Guardia, normalmente stanziata ad est di Berlino. Tale grande unità aveva il ruolo di secondo scaglione operativo ad immediato rincalzo del primo.
Non solo.
Le estreme ali nord (Baltico) e sud (Baviera) dello schieramento sovietico avrebbero potuto contare su ulteriori risorse: a nord in appoggio alla manovra contro Brema ed Amburgo assegnata alla 2a Armata Corazzata della Guardia era previsto l’intervento di forze polacche lungo la costa del Baltico, verso la penisola danese e verso il confine olandese.
A sud ci si aspettava invece l’intervento da Pilsen verso Monaco-Norimberga dell’esercito cecoslovacco con movimento nel corridoio tra le nuclearizzate Norimberga e Monaco ed obiettivo finale il  confine francese presso Strasburgo-Colmar.
Tutto questo avrebbe dovuto essere portato a termine in una settimana in modo da vanificare l’afflusso dei rinforzi da oltreoceano e mettere quindi una NATO, già fortemente ridimensionata dai brutali combattimenti della prima settimana in Germania, di fronte ad una quasi inevitabile sconfitta, contro un esercito sovietico già attestato ai confini occidentali francesi.
Si aggiunga che le cinque armate sovietiche di primo e secondo scaglione operativo in Germania orientale, destinate ad infliggere il colpo di maglio e quindi tenute a piena prontezza  (>95%), era previsto fossero supplementate da un gran numero di divisioni di secondo scaglione strategico tenute a vario grado di approntamento (55÷85%), mobilitabili con tempi di alcune settimane nei distretti militari sovietici occidentali (Baltico, Leningrado, Bielorussia e Carpazi) e quindi utilizzabili, una volta completate dai riservisti, come terzo scaglione operativo alle spalle dei primi due: salvo ovviamente la possibilità, prevista dai piani NATO, di rallentarne/bloccarne l’afflusso in Germania mediante imponenti distruzioni convenzionali o nuclear, ad est della Vistola e quindi dell’Oder.
Al di là delle contromisure che la NATO poteva adottare e della sua superiorità tecnologica, lo scenario complessivo rimaneva inquietante, aggravato dall’ostacolo Oceano Atlantico e dalla netta inferiorità numerica in quasi ogni ambito operativo, come da tabella di seguito allegata:

Comparazione delle forze NATO/Patto di Varsavia, secondo il Soviet Military Power 1989

4. Considerazioni finali

Neanche a distanza di oltre 40 anni appare possibile stabilire con ragionevole certezza quali risultati avrebbe potuto produrre sul campo l’applicazione di Sette Giorni al Reno: se avrebbe portato o meno al paventato collasso dello schieramento NATO, oppure se quest’ultimo sarebbe riuscito a reggere in attesa dei rinforzi d’oltreoceano. Troppe la variabili in campo, tra cui l’inedito utilizzo del nucleare come moltiplicatore offensivo in questa forma intermedia compresa tra il supra-tattico ed il pre-strategico, con conseguenti ricadute non preventivabili.

Quello che è certo è che, anche ammettendo il non-superamento della soglia strategica, il risultato distruttivo sarebbe stato devastante per l’intera Germania occidentale, il Belgio, l’Olanda e la Danimarca, buona parte dei cui territori sarebbero stati ridotti a lande desolate inabitabili.

È plausibile a quel punto, che la brutalità di questo particolare scenario si sarebbe ripercossa sulle stesse forze sovietiche attaccanti portando alla rottura degli indugi etico-politici ed al rassegnato utilizzo da parte della NATO di armi nucleari tattiche sullo stesso territorio tedesco-occidentale, quale unica possibilità per fermare le masse corazzate del Patto lanciate verso il Reno.

Un verosimile risultato sarebbe stato il reciproco annientamento delle risorse militari presenti in campo, l’attestamento sul Reno di residuali reparti sovietici sopravvissuti all’Apocalisse e l’inizio dell’arrivo massiccio nei porti francesi dei rinforzi anglo-americani. A quel punto avrebbe potuto esserci uno stallo militare in attesa di un negoziato politico tra Washington e Mosca, oppure un possibile secondo round che Sette Giorni al Reno aveva comunque già messo in preventivo.

La seconda fase di Sette Giorni al Reno prevedeva il superamento del confine francese nell’area Alsazia, Lorena, Lussemburgo ed il
proseguimento verso SO in direzione dei Pirenei e del Mediterraneo

Ma cosa sarebbe successo qualora non fosse stata superata la soglia nucleare e l’invasione fosse stata combattuta unicamente sul piano convenzionale?

Anche qui non è facile delineare una risposta univoca e plausibile in quanto l’arco temporale della potenziale applicazione di Sette Giorni al Reno copre il periodo 1979 – 1989 al cui interno però sono compresi due periodi ben distinti contraddistinti da un approccio NATO totalmente diverso:

?il primo periodo è quello tra il  1979 ed il 1982, nella fase terminale della disastrata presidenza Carter ed all’inizio del nuovo rampante quadriennio reaganiano. La dottrina applicata era ancora quella della difesa in profondità supportata da mezzi (e morale) provenienti dagli anni ’60 o comunque risalenti alla fase finale della guerra del Vietnam e con le forze militari USA all’inizio di una epocale trasformazione che avrebbe avuto la sua completa realizzazione nei due mandati di Reagan.

?il secondo periodo è quello tra il 1982 ed il 1989. Nel 1982 lo US TRADOC elabora la nuova e rivoluzionaria dottrina Airland Battle, basata sulla difesa avanzata la quale, nel 1984, diverrà anche dottrina ufficiale NATO: una dottrina che non è solo teoria ma anche e soprattutto tecnologie e mezzi per applicarla. Le forze armate USA in tutte le loro componenti entrano di fatto negli anni 2000 con l’ingresso in servizio di tutti quei mezzi che avrebbero fatto la storia dei 40 anni successivi: Abrams, Bradley, MRLS, Apaches, Patriot, A10, F15, F16, F18; armi, anzi sistemi d’arma, con le quali la Airland Battle e la FOFA avrebbero trovato la loro perfetta sublimazione nonché il loro naturale ruolo di moltiplicatori di forze: ovvero la soluzione per compensare l’enorme e materialmente incolmabile superiorità terrestre del Patto di Varsavia.

Dunque, a seconda di quando i sovietici avessero deciso di scatenare Sette Giorni al Reno avrebbero potuto ottenere risultati molto diversi se non addirittura diametralmente opposti.

Resta su tutto il principio della deterrenza, che per oltre 40 anni ha rappresentato la pietra angolare del sistema di sicurezza NATO euroatlantico: una lezione che ci proviene dallo ieri, che è valida ancora oggi e che ancora di più lo sarà domani, nei tempestosi scenari che si stanno delineando.


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2 pensieri su “Sette giorni al Reno. Quando Mosca progettava di prendersi l’Europa

  1. Samuele Marinozzi dice:

    In realtà (è la lettura della storia post caduta del muro che lo conferma) l’operato e le decisioni dell’apparto politico-militare sovietico è stato falsato, per decenni, dalla PARANOIA. La convinzione che URSS-Patto di Varsavia fosse sotto attacco è sempre stata “una cortina fumogena” (maskirovka) raccontata per poter negare/nascondere le loro vere intenzioni. Semplificando si potrebbe dire che “volevano girare la frittata” rivestendo il ruolo di chi si sente minacciato dalla NATO ma ad un certo punto, complice la necessità di mantenere in piedi un livello di controllo pervasivo al suo interno per garantire il potere del Soviet, la paranoia ha avvelenato la reale percezione della realtà distorcendola al punto che essa, la PARANOIA, divenne la guida della dottrina militare sovietica. Una sola cosa ha battuto la loro PARANOIA: la certezza della Mutua Distruzione Assicurata. Santi i missili Pershing II e i Cruise ed il loro spiegamento in Europa

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