Politica italiana
Si vis pacem, para pacem? Domanda sbagliata
Secondo taluni sedicenti analisti di geopolitica (da noi sono numerosi come i Ct della nazionale di calcio) non esiste una pace giusta. E gli sconfitti hanno sempre torto, nonostante ancora oggi gli storici non siano d'accordo sulle conseguenze del trattato di Versailles (giugno 1919) e della


Secondo taluni sedicenti analisti di geopolitica (da noi sono numerosi come i Ct della nazionale di calcio) non esiste una pace giusta. E gli sconfitti hanno sempre torto, nonostante ancora oggi gli storici non siano d’accordo sulle conseguenze del trattato di Versailles (giugno 1919) e della conferenza di Jalta (febbraio 1945). C’è un verso del “Bellum Civile” del poeta latino Lucano che recita: “Victrix causa deis placuit/ Sed victa Catoni”. Il suo senso è: la causa di Cesare vinse perché appoggiata dagli dei, mentre Catone l’Uticense perse per aver sposato la causa della libertà repubblicana. Significa che i vinti hanno sempre torto per il solo fatto di essere vinti? Ma il vinto di oggi non può essere il vincitore di domani?
Ma ammettiamo pure che abbiano ragione gli improvvisati scienziati della realpolitik, teorici degli inscalfibili rapporti di forza tra le nazioni, che affollano i nostri salotti televisivi (i Travaglio, i Cacciari, i Caracciolo, escludendo per carità di patria sociologi stravaganti e generali a riposo (mentale).
Ritengono che il loro compito sia quello di non sporcarsi le mani, di guardare con aristocratico disdegno i cani che si azzuffano; e magari di continuare a speculare, pronosticando sventure, sull’esito della ex “operazione militare speciale”. Sono coloro che, professandosi neutrali, credono “di galleggiare sui flutti -diceva Norberto Bobbio- come i signori della tempesta, e sono respinti, senza che se ne accorgano, in una isola disabitata”.
Sono coloro, insomma, che assistono con una serenità che solo l’indifferenza può dare alla devastazione dell’Ucraina ordinata da Putin con la connivenza di Trump. I duumviri di Mosca e Washington, d’altronde, sembrano fatti l’uno per l’altro: money e potere. Sono inoltre legati da un profondo odio per l’Europa liberale, quella Europa che, insieme a qualche apprezzabile segnale di risveglio, perde tempo in futili e premature discussioni sul futuro di Kyiv, invece di fornire subito gli aiuti militari indispensabili a contenere l’avanzata delle truppe del Cremlino. La diplomazia è una partita a scacchi in cui si dà scacco matto ai popoli, diceva Karl Kraus.
Lo sapevano già i latini, a cui si deve il motto (di autore anonimo) “Si vis pacem, para bellum”. Crediamo tutti di sapere che cosa significa. È il chiaro invito ad armarsi per rendere noto e evidente a tutti i potenziali aggressori che il nostro paese è pronto a difendersi. No, replicano indignate Elly Schleyn e l’intendenza pacifista, “se vuoi la pace prepara la pace”. Eppure dovrebbe essere evidente che prepararsi alla guerra non vuol dire preparare la guerra, che più di quarant’anni (1946-1989) di preparazione alla guerra sul continente europeo hanno garantito la pace.
Certo, come ha ricordato Gianfranco Pasquino, l’equilibrio del terrore “fu il prodotto della (rin)corsa agli armamenti fra le due superpotenze, Usa e Urss, e anche della consapevolezza di entrambe che conflitto nucleare avrebbe significato il loro reciproco annientamento” (“L’essenza di quel che è imperativo sapere su pace e guerra”, Paradoxaforum, 30 giugno). In qualche modo, dunque, prepararsi alla guerra in maniera esplicita ha contribuito a mantenere la pace, almeno sul continente europeo.
“Svuotare gli arsenali e colmare i granai”, suggeriva Sandro Pertini nel suo primo discorso presidenziale (1978). È un bella frase che ricalca quella del profeta Isaia: “Spezzare le spade per farne aratri, trasformare le lance in falci”. Con la stessa logica, tuttavia, chi sostiene che la spesa militare va a scapito di quella per la sanità, dovrebbe pretendere che i carri armati vengano sostituiti dalle ambulanze e i droni da elicotteri di pronto soccorso. C’è un problema, però. Dovrebbero farlo simultaneamente tutti gli Stati. In caso contrario, dovrebbe spiegare come l’Italia potrebbe dare un concreto contributo alternativo alla difesa europea.
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Fra USA e URSS ha funzionato perché, pur essendo una democrazia e una dittatura, avevano però in comune un valore di primaria importanza: voler vivere. Ma quando si ha di fronte qualcuno che per distruggere l’avversario è disposto a morire, o addirittura spera di morire perché così è sicuro di andare in paradiso, il discoro non funziona più
ERRATA CORRIGE: discorso.
D’accordo! Aggiungo solo che chi professa neutrale tale non è perché in realtà appoggia il più forte il che è l’esatto contrario della garanzia di pace