Africa
Somaliland, un’oasi di democrazia nel Corno d’Africa
di Guido Gargiulo In collaborazione con Michele Maresca Nel cuore del Corno d’Africa, dove la repressione politica e la mancanza di libertà dominano la scena, esiste un’eccezione sorprendente: il Somaliland. Questo Stato, non riconosciuto a livello internazionale, ha saputo distinguersi per la sua stabilità democratica e

di Guido Gargiulo
In collaborazione con Michele Maresca
Nel cuore del Corno d’Africa, dove la repressione politica e la mancanza di libertà dominano la scena, esiste un’eccezione sorprendente: il Somaliland. Questo Stato, non riconosciuto a livello internazionale, ha saputo distinguersi per la sua stabilità democratica e per il rispetto delle libertà fondamentali, un traguardo notevole in una regione spesso segnata da conflitti e autoritarismo. Dopo la caduta del regime dittatoriale di Siad Barre nel 1991, il Somaliland ha dichiarato la propria indipendenza dalla Somalia, cercando di riappropriarsi della sovranità persa in seguito a un’unione mai del tutto legittimata sul piano del diritto internazionale. Da allora, il Somaliland ha compiuto passi significativi verso la costruzione di un sistema politico stabile, caratterizzato da elezioni regolari e un crescente pluralismo.
Il panorama politico del Somaliland è dominato da tre principali formazioni politiche: il Kulmiye Peace, Unity, and Development Party, il Waddani, e l’UCID (Justice and Welfare Party). Questi partiti non solo si contendono il potere, ma rappresentano diverse visioni e ideologie che rispecchiano la complessità sociale del Paese. Il Kulmiye, attualmente al governo, è un partito di orientamento liberale e islamico-democratico, fondato nel 2002 da Ahmed Mohamed Silanyo, e attualmente guidato dal presidente in carica, Muse Bihi Abdi. Questo partito, che ha ottenuto la maggioranza sia alle elezioni presidenziali del 2017 sia alle recenti elezioni parlamentari, si pone come promotore della stabilità e dell’unità nazionale, sostenendo una politica di moderato liberalismo economico accompagnato da una forte enfasi sui valori islamici.
Il principale partito di opposizione, il Waddani, fondato nel 2012, ha rapidamente guadagnato terreno grazie a una piattaforma che combina nazionalismo somalilandese, democrazia islamica e populismo. Il partito si distingue per le sue posizioni progressiste su temi come l’educazione, la sanità e i diritti delle minoranze, proponendo anche una maggiore decentralizzazione del potere. Alle elezioni del 2021, il Waddani ha ottenuto un risultato significativo, conquistando 31 dei 82 seggi in parlamento, un segnale del suo crescente appeal tra gli elettori somalilandesi.
Accanto a questi due giganti politici, l’UCID, fondato nel 2001 da Faysal Ali Warabe, si posiziona come un partito di centro-sinistra con un’ideologia fortemente radicata nel socialismo democratico. Sebbene non abbia mai ottenuto la presidenza, l’UCID ha giocato un ruolo cruciale come terza forza politica, capace di influenzare il dibattito politico e di formare coalizioni, come dimostrato nelle recenti elezioni parlamentari, dove ha collaborato con il Waddani per formare una maggioranza contro il Kulmiye.
La democrazia in Somaliland, pur solida, non è esente da difficoltà. Le elezioni, benché generalmente ritenute libere e trasparenti, si svolgono in un contesto segnato da un limitato riconoscimento internazionale e da risorse economiche esigue. Tuttavia, la volontà del popolo somalilandese di mantenere e migliorare il proprio sistema democratico è innegabile, come dimostrato dalla vivacità della vita politica del paese.
Il mese di novembre non sarà solo segnato dalle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, ma anche da quelle del Somaliland, dove l’attuale presidente Muse Bihi cerca la riconferma al potere. La sua corsa non sarà priva di ostacoli, poiché dovrà affrontare una forte opposizione, in particolare dal partito Waddani, che rappresenta una sfida significativa in questo cruciale appuntamento elettorale. Tra le sfide che dovrà raccogliere il futuro presidente del Somaliland, c’è la disputa del porto di Berbera, le relazioni con la Somalia e la minaccia del gruppo terroristico di al-shabaab.
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