Stile, moda e costume
Steve Reich e la pulsazione infinita
Non mi interessa quanto le persone comprendano cosa sto facendo, a meno che siano musicisti nel mio ensemble o in altri ensemble. Voglio solo che le persone si emozionino con la musica. Se non ti emozioni con la musica, allora tutto il resto svanisce. Non ti



Non mi interessa quanto le persone comprendano cosa sto facendo, a meno che siano musicisti nel mio ensemble o in altri ensemble. Voglio solo che le persone si emozionino con la musica. Se non ti emozioni con la musica, allora tutto il resto svanisce. Non ti interessa il testo, non ti interessa come è stato fatto, e non ti interessa intervistare il compositore e tutto il resto.
Tutta la musica proviene da un tempo e da un luogo. Sono nato e cresciuto a New York. Mi sono trasferito fuori da New York, ma è dentro di me e lo sarà fino a quando mi metteranno in una scatola nel terreno.
Steve Reich

Non so bene perché, ma Steve Reich è stata la mia porta di accesso alla musica contemporanea. Le arrampicate intellettuali di Berio, Nono, Maderna e della musica postdodecafonica mi innervosivano e mi innervosiscono. La vecchia Europa si è indubbiamente incartata artisticamente nel secondo dopoguerra e l’America è diventata anche su un piano creativo propulsiva.
Gli anni magici di Rothko, Pollock, Gottlieb prima e Warhol poi, hanno creato un’onda che si riverbera anche sulla musica. Dalla seconda metà degli anni 50, chiusa la parentesi oscurantista del maccartismo in cui possiamo vedere molte delle ossessioni emotive dell’America di oggi, gli Stati Uniti diventano anche per le arti una realtà creativa centrale per innovazione e capacità d’elaborazione e così sarà per quasi 30 anni. Nasce un’estetica capace di coniugare, linguaggi diversi, non sono infatti gli USA un paese fatto da migranti e nativi checché ne dicano i suprematisti bianchi? Migranti e nativi con tradizioni diverse alle spalle e che nel nuovo mondo operano una fusione estremamente interessante tra riferimenti lontani.
E mentre l’Europa si ritrova spesso incatenata a rigidità, intellettualismi e gelosie tra nazioni, in America tutto assume un dinamismo particolare. Degli artisti Americani si apprezza la semplicità, la freschezza, un linguaggio diretto e lontano dalle pastoie formali in cui indubbiamente si era persa l’Europa ferita da una guerra fratricida. Dalla fine degli anni 60 in poi Steve Reich insieme a Philip Glass, La Monte Young e Terry Riley è tra i protagonisti della corrente minimalista, ma i suoi lavori sono fecondati dalla musica Africana, con particolare riferimento alle composizioni per percussioni, dal jazz e naturalmente, dalla musica classica e dalla cultura ebraica, in quel “calderone di linguaggi e culture” a cui accennavo prima.
Gli artisti americani si muovono liberamente ed in modo spregiudicato, sia nelle arti figurative che nella musica, viaggiano dalle influenze etniche al jazz che nell’improvvisazione ha un approccio metodologico e non si chiudono in astrusi formalismi, non si lasciano ingabbiare da automatismi o dalla rigidità di linguaggi predefiniti. Forse un ragionamento simile lo si potrebbe fare anche per la letteratura. Così non c’è da sorprendersi nel trovare un Pat Metheny pronto a dare la sua musicalità in prestito al Maestro per regalarci la bellissima Electric Counterpoint, composizione carica di colori e timbriche. La primavera sta esplodendo e le viole crescono spontanee tra la ghiaia, una forma di bellezza spontanea senza bisogno di cure. Tutto ribolle di vita, sbocciando su un cielo azzurro su cui stanno sospese centinaia di piccole nuvole bianche. La musica di Steve Reich è perfetta.
Arrivano premi e riconoscimenti a testimoniare lo spessore artistico del suo lavoro. Steve Reich ha vinto il premio Pulitzer per la musica con il brano Double Sextet e nel 2014 gli è stato assegnato dalla Biennale Musica di Venezia il Leone d’oro alla carriera. Il compositore americano è di famiglia ebraica ed è cresciuto all’interno di quella cultura omaggiandola a più riprese e raccogliendone la tradizione in chiave contemporanea. Il suo stile si avvale di un segno sonoro distintivo: gli sfasamenti ritmici che si verificano quando un medesimo frammento viene eseguito a velocità leggermente diverse. Una tecnica caratteristica di tutto il lavoro di Reich. Da questo procedimento nasce una pulsazione, il phasing, che ha sempre suscitato in me un forte sapore metafisico, un alito mistico e non sono il solo, visti i commenti che mi sono arrivati su Twitter quando ho annunciato il nostro musicista di questa settimana. La pulsazione reiterata, lo stato contemplativo a cui rimandano le ripetizioni di alcune linee compositive aprono spazi emotivi che non credo sia scorretto collegare ad un’idea e ad un’esperienza di spiritualità.
Grandi esecutori come il Kronos Quartet, Pat Metheny e altri hanno messo a disposizione le loro capacità di strumentisti eseguendo le composizioni del Maestro newyorkese. La Grande Mela tanto amata da Reich, in cui vive e che ama. Ascoltandone la musica si sente il respiro di New York, l’incrociarsi delle persone per strada, i colori, i suoni, a definire un ritmo, una pulsazione che sublima la città stessa, il suo essere organismo complesso e vivente. Siamo di fronte ad una musica che chiede sicuramente pazienza, ma le trame sonore dei lavori meglio riusciti di Reich, regalano emozioni sonore non indifferenti. Certo bisogna concedersi lo spazio per una fruizione non di tre minuti e non si circoscritta in pochi discorsi su sole e amore: serve un briciolo di impegno. Come costruzioni invisibili create con il suono, i mattoni musicali si ripetono in modo apparentemente uguale, ma la trama circoscrive spazi che svelano nel tempo architetture di grande bellezza ed il phasing ha un forte impatto emotivo.
Il tempo ha guidato anche la mia mano nel comporre la playlist. Vi propongo prima una raccolta di assaggi e per concludere un’opera completa. Due tempi, come a teatro, così da non stancarvi. A volte scoprire la bellezza coincide con l’accortezza di concedersi la pazienza di cercarla: non si trovano tesori dando un calcio distratto ad un sasso. Chiudiamo con una nota malinconica per un’America, quella di Steve Reich, Warhol e Prima di Pollock, De Kooning, Rothko che oggi ci appare lontana anni luce, di fronte ad un evidente imbarbarimento, ad un nuovo oscurantismo, al dolore di vedere libertà di cui era prima custode cancellate. Oggi guardiamo alla Statua della Libertà come al monumento di un tempo andato. Finirà anche questo oscurantismo però, come il fluire di tutte le cose e degli umani di passaggio sul pianeta, flusso esistenziale e sapore spirituale che è forse il tratto fondamentale della musica di Steve Reich. Buon ascolto.
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