Il dibattito delle idee
Trattato sulla religiosità laica nella modernità
L’essere umano, nelle aggregazioni collettive, possiede una natura fondamentalmente religiosa e questa è una lezione che tanto gli antropologi, quanto i manipolatori di professione, i tiranni, gli arruffapopoli, gli “esperti” in comunicazione (spin doctor), hanno ben compreso da lungo tempo. I vari regnanti, dai Faraoni in


L’essere umano, nelle aggregazioni collettive, possiede una natura fondamentalmente religiosa e questa è una lezione che tanto gli antropologi, quanto i manipolatori di professione, i tiranni, gli arruffapopoli, gli “esperti” in comunicazione (spin doctor), hanno ben compreso da lungo tempo.
I vari regnanti, dai Faraoni in poi, si attribuivano una natura divina non perché ci credessero davvero, in quanto almeno essi stessi erano consapevoli delle limitazioni della loro natura mortale, ma capivano bene l’efficacia di tale iperbole sui loro sudditi. Fin qui nulla di nuovo.
All’epoca moderna viene insegnato a guardare all’universo della religiosità come al regno della mera superstizione e, anche grazie a questo trucchetto, certe antiche manipolazioni continuano ad ammaliare e riscuotere successi sempre maggiori e strabilianti.
Per questo le società contemporanee, le quali amano definire se stesse “laiche”, sono riuscite ad introdurre restrizioni impensabili in altri tempi. Nel momento in cui il bisturi della modernità ha sezionato il religiosus dall’homo questi ha iniziato ad allontanarsi dalla religiosità canonica ed è stato conquistato da ben altre “fedi”, pensiamo, ad esempio, a quella che gli affiliati dichiaravano “fede fascista” o “comunista” in cui l’aspetto terreno prendeva il posto dell’ultraterreno.
Certi tiranni dello scorso secolo toglievano dalle pareti delle case le icone per sostituirle con il loro ritratto ben ritoccato, mentre i più scaltri lasciavano il crocifisso, aggiungendovi, accanto, il loro faccione in feluca o elmetto: due tecniche diverse per uno stesso scopo.
Le tirannidi dello scorso secolo hanno dovuto cedere il passo, dopo immensi bagni di sangue, ad altri sistemi di persuasione e manipolazione. Le democrazie postbelliche non hanno a loro volta vietato la religiosità, ma l’hanno utilizzata mutandola in uno scudo per indicare una libertas in cui la croce tornava ad essere un simbolo con cui si volevano sconfiggere i cosacchi il cui intento immaginario era quello di abbeverare i loro cavalli in piazza San Pietro.
Poi, però, il muro di Berlino che separava vuoto da vuoto è crollato e gli ideologi non sapevano più come rigirare questa frittata: da una parte sono finiti disoccupati o in pensione, dall’altra hanno inventato una “svolta” (die Wende) e la tanto celebrata fine della storia, parlando un linguaggio messianico da una prospettiva che dicevano laica.
Esaurito un copione, ecco che ne emerge un altro con cliché ripetibili a piacere in qualunque sede dell’industria culturale senza timore di venir contraddetti ma passando, anzi, per interpreti astuti ed originali del proprio tempo. Uno tra i tratti peculiari e spettacolari del moderno è proprio quello di far passare il pappagallismo per originalità.
D’un tratto è allora arrivato il cherubino della storia, con un bel megafono radiotelevisivo, ed ha sancito: “oggi, 9 novembre 1989, tutto cambia!” L’annunciazione laica dell’ennesimo mondo nuovo sulla quale, da sopra qualche nuvola, se la ridacchia il vecchio Principe Tomasi di Lampedusa sussurrando: “se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”.
Tanto la “svolta”, quanto il mondo nuovo, sono anch’essi concetti religiosi: la svolta appartiene alla tradizione degli scismi, mentre il mondo nuovo è messianico. I bolscevichi erano, ad esempio, messianici ed avevano per obiettivo il mondo nuovo del radioso sol dell’avvenire. Il sistema capitalista è, invece, radicato nella realtà della produzione materiale e del consumo, ossia un mondo ben empirico ed insostituibile nel quale non vi è altra salvezza (dunque anti-salvifico).
Il “there is no alternative” proclamato con impeto dall’ideologia neoliberista si presenta, allora, come una rivisitazione del “lasciate ogne speranza, voi ch’intrate…”. Tutt’al più può esservi una “svolta”, un cambio di macchinisti, ma la direzione del treno deve restare quella. Dovrebbe essere evidente come si abbia qui a che fare con una teologia laica antimessianica la quale indirizzerà, conseguentemente, la socialità verso tali direzioni.
Si spiega qui l’associazione tra filosofie materialiste ed il loro portare avanti lo stendardo trionfale dell’hobbesiana guerra di tutti contro tutti che trova poi coronamento nell’amoralità dell’evoluzione come interpretata dalle teorie darwiniste – Darwin stesso, da vecchio studente di teologia a Cambridge, chiedeva venia per aver scoperto una teoria la quale fomentava una teologia diaboli.
Eppure, come già ribadito, l’essere umano è e rimane, nella sua essenza, religiosus. Come si risolve questa contraddizione tra una società formalmente laica per un essere fondamentalmente religioso? Una soluzione possibile consiste nel porre il nulla al posto di una teleologia cosmica: non è forse questo che vuol affermare Nietzsche quando annuncia – di nuovo un’annunciazione – che “Dio è morto”, aggiungendo che siamo stati proprio noi ad ucciderlo?
Eppure, come si afferma da secoli, mortuus rex, vivat rex! Chi dovrebbe allora aver preso il posto del dio che è morto? È qui anche un po’ tedioso dover osservare come questo annuncio della morte di Dio, speso urbi et orbi come una novità unica e straordinaria ripeta, ancora una volta, una storia mitologica millenaria in cui ad una divinità se ne soppianta meramente un’altra, in particolare quando una cultura viene sconfitta ed un’altra vi subentra.
Secondo la tradizione consolidata, al dio-Faraone, Mosè sostituisce il Dio-Yahweh, una certa mitologia greca farà spodestare Urano, il padre di tutti gli dèi, dal figlio Krónos e, in seguito, quest’ultimo da Zeus. Queste vicende, in cui un dio viene spodestato o muore, accompagnano tutte le cosmogonie fino alle mitologie nordiche, ben note a Nietzsche, con il mito apocalittico di Ragnarök.
Per non menzionare, poi, il fatto ovvio secondo cui l’intera tradizione religiosa occidentale si fonda proprio sul Dio che muore sulla croce… Però ci sono coloro i quali raccontano, da ben oltre un secolo, che la dichiarazione nietzschiana è un unicuum filosofico. Se c’è qui una novità è quella secondo cui, a dei sistemi teologicamente fondati sulla metafisica, si vogliono sostituire dei sistemi basati sull’antimetafisica e su una deificazione del nulla: dall’apoteosi della zucca al nulla del nichilismo, il culto del nulla rimane pur sempre un culto.
L’abbattimento della religiosità coincide, poi, con l’eclissarsi di una visione morale dell’esistente – sarà forse per questo che Kant, nel 1785, ossia ben quattro anni prima della prise de la Bastille, introdurrà gli imperativi categorici quali forme di una morale non più fondata su assiomi strettamente teologici?
Sul proscenio della ripetizione della formula sulla “morte di Dio” si installa, però, la morte del senso, della trascendenza e, poi, persino della verità scaduta ad un “esercito di metafore mobili”, ancora Nietzsche, o alle perle di un Richard Rorty – oggi preso purtroppo seriamente – secondo cui si tratterebbe di un mero accordo sociale.
Significativo come, accanto alla negazione del valore oggettivo della verità, vi sia, poi, una completa adesione al Truth-Telling, ai “Truth-seeking processes” e persino delle “commissioni della verità” (Truth commissions). Manca solo l’orwelliano Ministero della Verità e la frittata è fatta. Ubu Roi ci ha del resto insegnato che ogni società assurda è altresì ridicola.
Mancando il referente ultimo svanisce anche il significato ultimo ed a partire da questa svolta tutte le dichiarazioni finiscono per poggiare sui ghiribizzi della volontà di potenza di esseri umani i quali continuano, a dispetto di tutte le fanfare, a mantenersi intrinsecamente religiosi. La differenza consiste nell’aver posto, sul piedistallo del dio morto, l’homo vivo dell’epoca contemporanea. Ecco allora a cosa mirava il celebre spodestamento!
Qui non è Iupiter che vuol sostituire Saturnus, ma è l’homo che vuol far di sé il dominator et possessor mundi! Che noia… Ancora una volta fa qui capolino il vecchissimo eritis sicut Deus, la frase al centro della caduta di Adamo ed Eva nel libro del Genesi. Un po’ di novità a volte non guasterebbe. Vediamo come la modernità, la quale finge se stessa come l’epitome del nuovo, tanto da fare di questo una delle sue parole d’ordine, ripete qui, con una terminologia leggermente modificata, copioni vecchi quanto il cucco!
Sorvoliamo ora su molte altre implicazioni e conseguenze di quanto accennato; è però noto come le società a guida religiosa abbiano determinati tabù di espressione di cui le leggi contro la bestemmia sono un esempio. Tecnicamente, in Italia, la bestemmia è stata depenalizzata dal 1999, ma permane come un illecito amministrativo con relativa sanzione pecuniaria.
La Gran Bretagna, la quale, nel 2008, ha ufficialmente abolito le leggi contro la blasfemia in nome della priorità data alla libertà di parola – pensiamo, in proposito, a quel delizioso trattatello che è l’Areopagitica di Milton (1644) – sembra stia oggi tornando a questo tipo di divieti per compiacere il massiccio afflusso di una certa popolazione proveniente da Paesi in cui tali restrizioni sono vive e trionfanti.
A Londra, il 13 febbraio 2025, Hamit Coskun è stato prima aggredito e poi portato in tribunale per aver bruciato una copia del testo guida dei mussulmani davanti al consolato turco. Alcuni hanno scritto che questo è “equivalente alla reintroduzione di una legge sulla blasfemia” anche se, in realtà, l’accusa contro il poveretto viene costruita su un capolavoro di ambiguità giuridica detto hate speech (malamente reso come “incitamento all’odio”) in cui certi movimenti ideologici del moderno, quali la cosiddetta “Critical Race Theory”, hanno pesantemente messo lo zampino con buona pace di giuristi, magistrati, intellettuali, titolari di cattedre e chi più ne ha più ne metta.
Anche in Italia, grazie ad investimenti e pressioni provenienti dall’esterno, questi discorsi si allargano sempre più, pensiamo al gruppo di lavoro finanziato dall’Onlus COSPE il quale, nel 2016, ha presentato una relazione dal titolo L’odio non è un’opinione. Curiosamente, proprio nel momento in cui l’antisemitismo trionfa ed abbonda nelle strade, nelle redazioni giornalistiche o negli studi televisivi in cui si offrono i microfoni a personaggi inqualificabili che lo fomentano, l’odio più antico viene invece travestito e legittimato come mera “opinione” e, sotto il pretesto di “Free Fakestine”, si può nascondere il sostegno aperto al neonazismo nella modernità. Si è persino arrivati al punto in cui l’antisemitismo dilagante non viene percepito come la maggior crisi etica dell’epoca contemporanea. Ah, il XXI secolo!
Questi accenni indirizzano anche verso uno tra i troppi paradossi del mondo anglosassone i quali si diffondono, poi, in tutte le altre culture che vi sono al momento gregarie. Da una parte, in Gran Bretagna, si dichiarano campioni di quello che si dice “ateismo”, ingolfando gli scaffali delle librerie con elucubrazioni di ogni genere su un tema che, in quanto “atei”, non dovrebbe toccarli o interessarli.
Lo scrivente, ad esempio, non crede all’esistenza degli unicorni se non come delle belle invenzioni fiabesche o pupazzetti per bambini, dunque non ha mai vergato una sola riga per provare a smentire l’esistenza di questi equini di fantasia. Accanirsi a smentire l’esistenza di ciò in cui non si crede è come provare a pettinare la testa di un calvo. Da qui si dovrebbe già intendere l’insensatezza di tali discorsi sui quali può aleggiare il sospetto che, in realtà, non siano poi così tanto irreligiosi.
In questo contesto in cui ogni riferimento diretto al divino sembra rimosso permangono, ad esempio, terminologie e prassi religiose subliminali. Un caso strabiliante è quello sulla bestemmia appena ricordato: le società cosiddette laiche hanno reintrodotto ed esteso tali proibizioni ad aspetti trasformativi del linguaggio.
Qui non si tratta più, chiaramente, di non invocare invano il nome divino, ma di una vera e propria riformulazione, nello stile di altri paradigmi rivoluzionari passati, dalla Rivoluzione francese a quella bolscevica o la rivoluzione culturale cinese, del “linguaggio consentito”. Nella modernità laica, l’eresia consiste nell’uscire dalla cornice del discours ammesso: il politically correct è uno tra questi esempi.
Uscire dal discours, ossia dalla narrativa del politically correct, significa presentarsi come eretici con le relative conseguenze. L’Occidente è da tempo entrato in una spirale nichilista e questa porta con sé una straordinaria stanchezza di esistere la quale conduce all’abdicazione di quei temi che costituiscono la chiave ed il centro di una civiltà – da qui anche il disprezzo trionfante, tra certi accademici, per il concetto stesso di civiltà. Il fatto più preoccupante è che questi attacchi al senso ed al significato continuano ad avvenire sotto gli occhi di tutti.
Tali proibizioni non sono più teologiche, ma il loro carattere rimane religioso, ponendosi anche in maniera contraria alle norme sulla libertà di parola che hanno accompagnato la lenta marcia del liberalismo. Pochi anni addietro, portando avanti il processo oscurantista di “decolonizzazione delle biblioteche”, si è anche arrivati a rivedere e riscrivere certe frasi e parole nel libro, Huckleberry Finn, di Mark Twain, bandito da certe scuole o biblioteche poiché ritenuto “offensivo”. Anche qui è significativo il fatto secondo cui Twain, nel suo tempo, aveva la censura religiosa quale avversario mentre, nel XXI secolo, la sua opera continua a lottare contro una più perniciosa censura proveniente da una “laicità religiosa”.
In pratica è stato ripreso un oscurantismo proveniente da un controllo rigido sulla socialità e lo si è invertito, sottraendovi il contenuto teologico formale, mantenendone però la struttura religiosa sostanziale. Qui si potrebbero anche ricordare certe grottesche figure politiche istituzionali le quali sembrano apparentemente schierarsi per una concezione laica dello Stato pur abbassandosi, non appena richiesto, ad indossare il velo di alcuni culti per “non urtare” certe sensibilità religiose tribali. Un paradosso che, se visto attraverso la prospettiva di una “laicità religiosa” assume un carattere quasi consistente a tale principio.
Altro esempio grave, poiché mostra l’irrazionalità carsica sotto il belletto delle luci della ribalta dell’industria culturale, è l’imporsi della frasetta: “believe in science, credi nella scienzia”. Forse qui, ancor più che nelle narrative escogitate ormai a getto continuo contro la libertà d’espressione, si evidenzia il carattere oscuro ed irrazionale del moderno ed i tratti della “religiosità laica”, poiché nella scienza, in quanto questa ha a che fare con l’analisi, la comprensione autonoma e la dimostrazione logico-sperimentale, non vi è, né può esservi, nulla da “credere”.
Nella scienza si dimostra! Uno tra gli altri aspetti preoccupanti in questa “religiosità laica” è che, in virtù del proprio carattere inversivo, riesce a sconfinare dal discorso secolare e far presa anche su coloro i quali sono strictu sensu religiosi convertendoli, ad esempio, ad una “scienza-culto” in cui “credere” ciecamente.
Il moderno contiene fatali contraddizioni le quali continuano a riproporsi: il tramonto dell’oggettività, nonché il decadere di quei principi i quali hanno contraddistinto la civiltà occidentale consentendogli, come nel caso dei valori liberali, di formare una base di opposizione all’assolutismo dei prìncipi, potrà apparire come una vittoria favorevole alla fluidità della società liquida ma è, invece, una deprivazione delle armi concettuali essenziali per contrastare nuovi totalitarismi.
Pensiamo anche alla lettura dello stato di eccezione, nella Politische Theologie di Carl Schmitt, presentato come analogo ad un miracolo e, proprio per questa sua carica “religiosa”, in grado di sospendere o trascendere l’ordine giuridico regolamentare con le tragiche conseguenze di cui sappiamo sulla Germania e sul mondo. Franz Neumann, in Behemot (1942), parlava anche di un “carattere magico della propaganda” ed è proprio sotto questo incantamento, proveniente da maliziose sofisticherie, che soccombe il moderno e trionfano nuove teologie di nulla e di morte.
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ioinvece trovo che il discorso sia centratissmo, proprio dove dice “Per questo le società contemporanee, le quali amano definire se stesse “laiche”, sono riuscite ad introdurre restrizioni impensabili in altri tempi.”
se si intende l’aggettivo “laico” nel suo significato originale, le società contemporanee ne sono un esempio perfetto, in quanto il “laico” è il credente, il pio, il devoto che non fa parte del clero, non è officiante, non è sacerdote o monaco.
le società nate dall’illuminismo e dalle rivoluzioni di fine ‘700 sono esattamente società religiose composte da laici devoti ma SENZA un clero riconoscibile, senza sacramenti codificati, senza quell’intermediario che ha studiato e preso degli impegni esistenziali precisi per fare da tramite tra il laico e la divinità, distinguendosi così dai laici.
mancando però il lato divino della faccenda, perché si è voluta creare una religione che non ha nulla di metafisico (l’unico esempio che conosco è il confucianesimo, che infatti sta sul margine ambiguo tra religione e filosofia sociale), per colmare lo spazio che normalmente in una società umana è colmato dal divino si deve creare una forma di religione totalmente laica appunto, cioè senza clerici ma composta solo da laici, più o meo fortunati in maniera direttamente proporzionale alla loro sintonia con le Scritture (che non possono certo mancare) e soprattutto con la loro interpretazione del momento.
chi riesce a fiutare meglio il vento ha carta bianca sulla gestione degli altri laici, ma senza l’ingombrante presenza dei paramenti, senza il fastidio dei voti, senza la vocazione, unicamente in base all’ortodossia verso l’IDEA in sella in quel posto e in quel momento.
e visto che l’idea è mutevole e variabile con il mutar dei tempi, nulla più è sacro, nulla più è assoluto, nulla più è veramente religioso (anche qui nel senso originale di re-ligio, doppio legame tra l’umano e il divino), perché il divino s’è trasformato in fin dei conti in un’opinione con più o meno potere di imposizione.
e si finisce per mantenere ciò che atei e miscredenti più imputano alle religioni, e che più temono e disprezzano di queste: precetti e dogmi.
che però sono soltanto una parte del pensiero religioso, e nemmeno la più importante, se non in particolari momenti e per particolari motivi di solito molto ma molto terreni, ma sono facili e visibili, e utilissimi per imporre ortodossia e morale, pensieri e comportamenti “corretti” e allo stesso tempo individuare l’eresia e la blasfemia
(scusate l’aggiunta, m’è venuta in mente dopo che avevo spedito l’altra parte)
Mi è bastato leggere le prime righe per smontare tutto: la natura umana è fondamentalmente tribalistica, non religiosa. E no, non sono sinonimi.
La tribù viene prima (molto prima e molto sopra) della religione, ma alcuni furbi hanno saputo farsi capi unendo le due cose… e trasformandole poi in politica.
Perché il tribalismo è atavico, oserei quasi dire genetico, mentre la religione è solo politica.
Proprio per questo il tribalismo nel corso del tempo ha dovuto soccombere alla religione: il primo è spontaneo, sentito, ma senza basi che i membri della tribù possano capire con la ragione.
La religione, essendo una costruzione a tavolino, invece è capace di inventarsi quelle basi e confondere la gente, convincerla che quelle basi siano reali (pur essendo in realtà nient’altro che favole).