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Ucraina, una storia troppo grande per una politica troppo piccola

Meloni, Zelensky si fronteggiano, sullo sfondo Trump, simbolicamente rappresentando tensioni politiche internazionali.

Conflitto russo-ucraino

Ucraina, una storia troppo grande per una politica troppo piccola

Se, come diceva Flaiano, in Italia la linea più breve tra due punti è l’arabesco, la scelta più concreta tra due alternative è figurarsene una terza inesistente.  È questa la ragione per cui la politica italiana oggi non è spaccata, come sarebbe logico, tra chi sta

Meloni, Zelensky si fronteggiano, sullo sfondo Trump, simbolicamente rappresentando tensioni politiche internazionali.
Carmelo Palma04/03/2025Aggiornato 23/05/20253 min lettura630 parole

Se, come diceva Flaiano, in Italia la linea più breve tra due punti è l’arabesco, la scelta più concreta tra due alternative è figurarsene una terza inesistente. 

È questa la ragione per cui la politica italiana oggi non è spaccata, come sarebbe logico, tra chi sta dalla parte di Trump (e Putin) e chi sostiene le ragioni di Zelensky e dei suoi alleati europei, ma è, quanto allo schieramento formalmente pro-ucraino e virtualmente maggioritario in Parlamento, polverizzata in una miriade di terze vie immaginarie e di exit strategy ipocrite e ruffiane dal dovere di una decisione.

Gli unici con una qualche, ancorché ignobile, coerenza sono i cosiddetti pacifisti, che da tre anni lavorano da destra e da sinistra per quella pace mortuaria sul deserto delle ambizioni di libertà e di indipendenza dell’Ucraina, che Trump vorrebbe loro regalare e regalarsi. 

Quanti hanno invece dal 2022 sostenuto la difesa militare ucraina, a rimorchio di un fronte euro-americano unito – per con troppe condizioni e timidezze – fino al 5 novembre 2024, ora non sono in grado di reggere il peso di una scelta molto più complicata, proprio perché molto meno obbligata e più responsabile. 

Meloni e Tajani (posto che entrambi rappresentino per intero la posizione dei rispettivi partiti, cosa che neppure nel caso di Meloni può darsi per scontata) vorrebbero la botte piena delle garanzie di sicurezza per l’Ucraina e la moglie ubriaca di una Nato di nuovo unita e coesa in difesa di Kyiv, come se lo scontro tra Trump e Zelensky fosse stato un incidente o un equivoco risolvibile con qualche chiarimento o salamelecco. 

Dall’altra parte il PD, che è già di per sé un arcipelago di posizioni contraddittorie, dalle più smaccatamente pacifiste alle più intransigentemente filo-ucraine, ha una linea ufficiale mediana e quindi inconsistente e grottescamente “maanchista”: quindi è con Kyiv che vuole difendersi, ma anche contro l’Europa che vuole la guerra, contro Trump che ha umiliato Zelensky, ma anche con quanti non vogliono umiliare la Russia e temono gli effetti di una pericolosa escalation: parola simbolo della malafede umanitaria, che declina la responsabilità per le tragedie reali di oggi, prediligendo la sollecitudine per quelle ipotetiche di domani. 

La verità è che non si può stare allo stesso tempo dentro le coalizioni del bipolarismo italiano e con l’Ucraina senza se e senza ma, come dimostra indirettamente il fatto che a convocare domenica scorsa le manifestazioni pro Kyiv in trenta città italiane sia stata l’unica forza politico-parlamentare, Azione, che non fa parte né della maggioranza di governo né del cosiddetto campo largo.

In quell’abbozzo di nuova Europa della difesa di sé stessa e dell’Ucraina che ha iniziato a prendere forma domenica a Londra non riusciranno a far parte né questa destra, né questa sinistra, che saranno non solo condizionate e trattenute ma irreversibilmente attratte dalle loro componenti pacifiste, quando non ci sarà più tempo e spazio per le diversioni e gli sparigli e bisognerà fare definitivamente i conti con una storia troppo grande per una politica troppo piccola.

Non è una previsione, è un ingrandimento dell’immagine che si profila già con grande chiarezza all’orizzonte, quella dell’Italia in fuga dall’Ucraina.


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