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Un antefatto sportivo del genocidio di Srebrenica

Storia, costume e cultura

Un antefatto sportivo del genocidio di Srebrenica

Nel maggio 2024 le Nazioni Unite hanno adottato una risoluzione che dichiara l’11 luglio Giornata internazionale della memoria del genocidio di Srebrenica. Nel 1992 Srebrenica fu assediata dalle forze serbe sotto il comando di Ratko Mladi?, all'epoca Capo di Stato Maggiore dell'esercito serbo. Nel 1993 le

Michele Magno14/07/2025Aggiornato 14/07/20255 min lettura1.086 parole

Nel maggio 2024 le Nazioni Unite hanno adottato una risoluzione che dichiara l’11 luglio Giornata internazionale della memoria del genocidio di Srebrenica. Nel 1992 Srebrenica fu assediata dalle forze serbe sotto il comando di Ratko Mladi?, all’epoca Capo di Stato Maggiore dell’esercito serbo. Nel 1993 le Nazioni Unite designarono Srebrenica come “area protetta”, sotto la tutela di un contingente olandese delle forze di protezione dell’Onu. Ma nel luglio 1995, le truppe serbe, riuscirono a sfondare le difese di Srebrenica e, nonostante la presenza del contingente Onu, la città fu rapidamente conquistata.

In poche ore, i soldati serbi separarono gli adulti di sesso maschile, principalmente uomini e ragazzi, dalle donne, dagli anziani e dai bambini. Queste azioni contribuirono ulteriormente a disumanizzare le vittime, massacrate senza pietà. A partire dall’11 luglio, furono uccisi più di ottomila bosgnacchi. Cinque anni prima, ci fu un evento sportivo che dà conto del clima in cui maturò il genocidio. Lo racconto per sommi capi.

Firenze, stadio Artemio Franchi, 30 giugno 1990: Jugoslavia e Argentina si affrontano nei quarti dei mondiali di calcio. Del muro di Berlino è rimasto solo qualche calcinaccio, Helmuth Kohl sta perfezionando il suo capolavoro politico, il cammino della perestrojka di Michail Gorbaciov è già in salita. Sotto la presidenza italiana della Cee, si conclude la prima delle tre fasi del piano Delors. Il trattato di Maastricht è in gestazione, la moneta unica il grande obiettivo. La Serbia è alla vigilia di un delicato referendum popolare, indetto da Slobodan Milosevic anche per limitare l’autonomia degli albanesi del Kosovo. Il presidente sloveno Milan Kucan e il presidente croato Franjo Tudjman propongono di trasformare la repubblica federale in una nuova confederazione, primo passo verso l’indipendenza. Tutto l’impero sovietico è scosso da potenti spinte centrifughe.

Il Mondiale italiano sembra assecondare il corso degli eventi. L’Urss esce al primo turno perdendo con un suo ex satellite, la Romania. Una Germania euforica marcia spedita verso la finale. Henry Kissinger, che non si perde un match, annota sulle colonne del Los Angeles Times l’accesa rivalità tra le diverse fazioni etniche del tifo jugoslavo, all’origine di gravi atti vandalici. Nel caos di bandiere che l’occidente fatica a decrittare, accanto al vessillo nazionale con la stella rossa compaiono quello serbo con l’aquila e quello croato con la scacchiera biancorossa.

Tito aveva definito la sua creatura una nazione composta da sei stati, cinque culture, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti, un solo partito politico. Nonostante una Costituzione che regolava nei minimi dettagli l’equilibrio e l’alternanza al governo tra le varie etnie, dopo la sua morte (1980) la mai sopita insofferenza verso il centralismo progettato dal padre fondatore deflagra. Sloveni e croati si dicono stanchi di mantenere i fratelli ripudiati del sud con le loro tasse. Milosevic rilancia l’idea della Grande Serbia. La Bosnia riscopre le sue radici turche. Le curve degli stadi sono le prime a fiutare il vento. Egemonizzate dalla malavita comune, diventano luogo privilegiato di reclutamento dei gruppi paramilitari.

Pallone e pallottole: due facce della stessa medaglia. Soprattutto in Serbia e Croazia, che vantano la più forte tradizione sportiva e identitaria. All’ingresso dello stadio Maksimir di Zagabria c’è una targa che recita: “Ai sostenitori della squadra che su questo terreno iniziarono la guerra contro la Serbia il 13 maggio 1990”. La dedica celebra la battaglia dei supporter della Dinamo, i “Bad Blue Boys”, contro i famigerati “Delije” (eroi) della Stella Rossa di Belgrado comandati da Zeliko Raznjatovic, detto Arkan (la Tigre): un personaggio dal passato criminale, dal presente indecifrabile e dal futuro da boia. Una giornata di straordinaria follia, con decine di feriti e migliaia di scatenati ultras a darsele di santa ragione, che costa una lunga squalifica a Zvonomir Boban per aver fratturato con una ginocchiata la mascella a un poliziotto. I disordini, durati fino a notte fonda, vengono stroncati dall’intervento dei reparti antisommossa.

Che lo sport sia una metafora della guerra non è una novità. Lo hanno sostenuto filosofi come Jean-Paul Sartre, teologi come Bernhard Welte, romanzieri come Nich Hornby. Ma nei Balcani lo sport non è solo una metafora della guerra. Nei Balcani la guerra è anche la prosecuzione dello sport con altri mezzi. Infatti, in nessuna regione europea il rapporto tra sport e potere è stato tanto stretto e perverso, e in nessuna regione europea il calcio è stato utilizzato con tanta spregiudicatezza dai movimenti separatisti come strumento di consenso. È così potuto accadere che un episodio apparentemente banale, un penalty fallito sul rettangolo verde, sia diventato l’emblema della disfatta di un paese.

Non è stata una partita qualsiasi, quindi, quella del Franchi. Quando inizia, sugli spalti il frastuono è indescrivibile. La posta in palio è alta, e si sfidano due formazioni ricche di fuoriclasse. Sopra tutti, Diego Armando Maradona e Dragan Stojkovic. Entrambi sublimi virtuosi della sfera di cuoio, solisti anarchici e di temperamento ribelle, con tendenza alla guasconeria. La gara, rude e nervosa, vive di repentini capovolgimenti di fronte. Sebbene l’Albiceleste giochi in superiorità numerica fino ai tempi supplementari, termina a reti inviolate. Si va ai calci di rigore.

Il rigore è una punizione che non esisteva agli albori del football. La inventò nel 1890 un irlandese, William McCrum, per scoraggiare i ripetuti falli di mano commessi vicino alla porta. Il selezionatore del team jugoslavo, il professore di matematica Ivica Osim, consegna la lista dei cinque prescelti all’arbitro svizzero Kurt Röthlisberger e si infila nel sottopassaggio. Come l’allenatore Scipio Africanus Mussabini nel film “Momenti di gloria” (1981), preferisce capire dall’urlo della folla chi ha vinto. Dopo diversi errori dal dischetto (clamorosi quelli di Stojkovic e Maradona), l’Argentina è ancora in vantaggio di un gol.

È di Faruk Hadzibegic, il capitano del “Brasile d’Europa”, l’ultima chance per ristabilire la parità. Il suo tiro è prevedibile e il portiere avversario, Javier Goycochea, lo respinge a pugni chiusi. Faruk è annichilito. I suoi compagni, sebbene prostrati, cercano invano di consolarlo. Dalla stampa la sconfitta viene letta come il segno di un paese allo sbando. A novembre, le prime elezioni libere in Bosnia decretano il trionfo del nazionalista Alija Izetbegovic e dei partiti etnici.


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