Il dibattito delle idee
Una democrazia può morire anche per eccesso di democrazia
Il clima generale è quello dei preparativi per il funerale della democrazia. Poco più di due secoli di esperienza democratica e pare che la storia, dopo la presunta fine postulata da Fukuyama (autore di The End of History and the Last Man) che decretava la vittoria



Il clima generale è quello dei preparativi per il funerale della democrazia. Poco più di due secoli di esperienza democratica e pare che la storia, dopo la presunta fine postulata da Fukuyama (autore di The End of History and the Last Man) che decretava la vittoria finale della democrazia liberale, ci stia proiettando in un nuovo millenarismo da resa dei conti finale, questa volta definitiva (almeno fino alla prossima). Come dire: ci abbiamo provato, ma è stato troppo bello per essere vero.
Adesso saremo seppelliti dalle ceneri della nostra ingenuità e ipocrisia. Certo, rimane il dubbio che a voler gettare il bambino (le regole del gioco e i diritti fondamentali delle persone), tenendoci l’acqua sporca (una sovranità spuria in balia degli istinti più malsani), siano le braccia di chi la democrazia non l’ha capita, assieme al rammarico di chi non l’ha saputa spiegare e sognare.
Sotto la prepotente spinta delle emergenze e dei cataclismi culturali del XXI secolo (immigrazione, istanze disattese dei “perdenti” della globalizzazione, deliri ideologici postmoderni dell’estrema sinistra), riaffiora quel pensiero della destra reazionaria perenne, che si è sempre contrapposto alla modernità razionalista, secondo il quale la filosofia dei Lumi ci ha fatto credere, per troppo tempo, all’uguaglianza degli uomini, portandoci a ignorare ciò che realmente conta: la cultura, la lingua, l’etnia e (che Dio non voglia!) la “razza”. In altri termini bisogna ripartire dalla storia degli uomini, che è sempre stata una formidabile generatrice di diversità dalle quali non si può prescindere. Altro che uguaglianza.
La ragione astratta ha trascurato la dimensione palpabile della vita degli individui che sono intrisi dei costumi e delle tradizioni delle comunità di appartenenza. Ed ecco il riaffiorare di nuovi nazionalismi, il riemergere di una religiosità militante, la feroce critica dell’imbelle regime democratico, e il bisogno esistenziale di individuare un nemico dell’ultim’ora contro cui scagliare tutto il rancore, la frustrazione e l’intolleranza di un popolo (fatta la tara sociologica e politica a tale termine, oramai consunto).
Umberto Eco, nel suo celebre saggio Il Fascismo eterno (1995), rilevava come ogni forma di fascismo manifesti un “complesso di Armageddon”, un’ossessione sulla necessità di sconfiggere il nemico in un epico scontro finale, dopo il quale, nonostante l’inevitabile bagno di sangue, uscire rigenerati e pronti per godere dei fasti di una successiva, grandiosa, età dell’oro. Una nuova dimensione pura e pacifica della quale avrebbero certamente beneficiato i combattenti e gli uomini del regime.
In Italia, Mussolini nel fondare i Fasci di combattimento, con il discorso e il programma di San Sepolcro (1919), sceglie la via del socialismo rivoluzionario cercando di attrarre i fuoriusciti dal partito socialista (lui stesso era stato cacciato dal partito). La fede socialista durerà poco perché, come affermerà Cesare Rossi (sindacalista e consigliere politico di Mussolini), i Fasci non avevano un’idea precisa di futuro, e non sapevano dove sarebbero andati a parare. I fascisti si accorgeranno ben presto di non avere nobili ideali da conseguire per i quali scontrarsi con la realtà nel tentativo di cambiarla. Loro cercheranno solo una collocazione politica per assicurarsi un posto al mondo. E il loro deficit identitario, più che un limite, costituirà la chiave d’accesso al potere. Il vero obiettivo finale.
A maggio del 1920, nel corso del secondo congresso nazionale dei Fasci di combattimento, Mussolini lascia a Cesare Rossi il delicato compito di recidere i legami con il socialismo e di decretare la svolta a destra. Da quel momento la classe sociale da proteggere sarà quella della piccola borghesia, ancora più in difficoltà degli operai. Il nemico giurato è ufficialmente identificato nel socialismo che avanza.
Per tale motivo non si potrà più essere schizzinosi con il governo Giolitti; bisognerà farselo piacere. Il regolamento dei conti con lo Stato liberale sarà sospeso. Lo stesso varrà per la Monarchia. I Fasci entrano di colpo nell’ottica del tutto è possibile, una dimensione proteiforme di puro utilitarismo, comune a tutti quei populismi che spesso incorporano le tossine dell’autoritarismo. Loro sono capaci di balzare dalla rivoluzione alla reazione alla bisogna. A nulla servirà lo sdegno del futurista Marinetti, il quale concluderà in versi: “Noi veniamo dal Carso, non andremo verso la reazione”.
Ciò che rimarrà sempre impresso a fuoco nel Dna del fascismo sarà il marchio della violenza. Qualunque fosse stato l’obiettivo di lotta politica, sarebbe stato conseguito con ogni mezzo. E’ Mussolini stesso ad affermare che i fascisti saranno violenti tutte le volte che la situazione lo richiederà. E, d’altronde, “l’uso della violenza per i casi in cui essa fosse necessaria” era l’imperativo del sindacalismo rivoluzionario dei primi del Novecento, di stampo soreliano, dal quale lo stesso Mussolini aveva tratto ispirazione.
Non costituì mai un problema per le squadracce fasciste della prima ora sbaragliare a colpi di rivoltelle e di bombe a mano i gruppi di socialisti che manifestavano per le piazze. Gli Arditi che le componevano conoscevano bene il mestiere e non si facevano certo scrupoli a uccidere e seminare il terrore. Orfani della guerra cui erano serviti, quella guerra che aveva offerto loro una valorosa identità, gli Arditi si scoprirono di colpo inutili, se non detestati, in tempo di pace. Saranno i Fasci a dargli una nuova degna prospettiva di audaci combattenti per l’igiene pubblica contro il dilagare del “morbo” socialista.
Come scrive Antonio Scurati (M. Il figlio del secolo):
… l’aula di Montecitorio il 3 febbraio (1921) ha riconfermato la piena fiducia a Giolitti. Il che significa che è passata la tesi della violenza contrapposta a violenza, che i moderati pensano ai fascisti come a un agente patogeno virulento ma necessario alle supreme ragioni di sopravvivenza dell’organismo sociale. Una sorta di vaccino inoculato sottopelle contro il socialismo.
La Monarchia e il governo liberale nell’abdicare, per paura di non essere all’altezza e reggere l’urto, al principio del “monopolio nell’uso della forza da parte dello Stato” (Hobbes e Weber), aprirono le porte del potere pubblico (quello legittimato dal contratto sociale) alla violenza fascista, una violenza esterna agli organi e alle forze dello Stato, seppur in funzione di contenimento della violenza socialista. Fu l’uso protratto della violenza, che venne nei fatti istituzionalizzata dal regime fascista, a condurre l’Italia verso il governo sine die dell’uomo forte e alla perdita della libertà.
Mussolini al governo non potrà fare altro che, fedele all’insegnamento del maestro Georges Sorel, scagliarsi contro gli esiti politici della riflessione intellettuale dei Lumi, e quindi contro la (seppur decadente) democrazia liberale di allora. Il fascismo con la sua idealizzazione della guerra, il culto soreliano e futurista della violenza, fonte di morale e di virtù, rappresenterà così la forma più esasperata della sempiterna tradizione antilluminista.
Se formalmente la democrazia è un insieme di regole procedurali, non è mai specioso porre l’accento sulle grandi battaglie ideali che tali regole hanno determinato. Al tempo del fanatismo, delle ferree certezze e dei sani radicalismi di una società sempre più polarizzata, vale la pena ricordarne almeno due di ideali: la tolleranza e la nonviolenza. Entrambi, assieme al riconoscimento dei diritti fondamentali della persona, costituiscono le fondamenta di ogni democrazia.
Circa il valore della nonviolenza, in particolare, Popper ebbe modo di sottolineare, con una disarmante semplicità, che un governo democratico si distingue da uno non democratico, perché soltanto nel primo i cittadini si possono sbarazzare dei loro governanti senza spargimento di sangue. Nel secondo caso, della “tirannia” o “dittatura”, ciò non può avvenire se non per il tramite di una rivoluzione vittoriosa (cioè quasi mai). Se questo oggi possa essere considerato un valore o un trascurabile dettaglio non è chiaro.
L’impegno dei veri democratici, figli della cultura liberale, dovrebbe essere quello di realizzare e mantenere le istituzioni politiche al riparo da derive autoritarie, nella consapevolezza che non potranno mai esistere istituzioni perfette, e che le politiche di un governo democratico non saranno necessariamente giuste o migliori rispetto a quelle di un potenziale despota illuminato. In altri termini, una volta che siano rispettate le regole del gioco (democratico) e garantiti i diritti inviolabili, gli esiti della sovranità popolare potranno anche esprimere maggioranze di governo imbelli, incompetenti, se non corrotte, capaci delle peggiori politiche. E, tuttavia, una tal democrazia sarebbe comunque da preferire a una dittatura saggia e illuminata.
Questo è il senso della lezione di Popper che vuol disilludere il “democratico plebiscitario”, quel democratico che guarda alle elezioni come a un rito rigenerante e purificatore, lo stesso democratico che, in virtù dell’entità del bottino elettorale del vincitore, tende a riconoscere al proprio leader una sorta di surplus di legittimazione politica, che da solo gli conferirebbe la facoltà di decidere oltre ogni limite giuridico. Che poi, nella peggiore (non infrequente) ipotesi il successo elettorale viene usato come lavacro nel quale rigenerare inettitudine, incompetenza, se non cialtroneria o, addirittura, qualche condanna penale definitiva.
Ne deriva che il criterio “quantitativo”, necessario per l’individuazione delle maggioranze (e il funzionamento stesso delle istituzioni democratiche), non è mai un criterio “qualitativo”. Non è scritto da nessuna parte che le scelte operate dalla maggioranza siano le migliori o quelle giuste. Le si accettano come legittime perché assunte all’interno del sistema di regole, e si mantiene la libertà di contrastare, con strumenti leciti, le politiche della maggioranza per poterle sostituire o modificare.
Nell’ambito di un consolidato regime democratico c’è un solo caso nel quale giustificare un eventuale ricorso alla violenza nei conflitti politici. E’ il caso di chi decidesse di resistere agli attacchi contro le costituzioni e, più in generale, contro lo svolgimento della democrazia e le sue regole. Questa possibilità vale anche nei confronti di un governo che, abusando dei propri poteri, cerchi di instaurare un regime autoritario, ponendosi così fuori legge. Secondo Popper, ricorrendo tale evenienza:
I cittadini avrebbero non solo il diritto, ma anche il dovere di considerare l’azione di un governo siffatto come un crimine e i suoi membri come una pericolosa banda di criminali.
Quanto descritto calza a pennello con le condizioni in cui versa la democrazia americana a seguito della rielezione di Trump. Ricevuta la somma investitura popolare, l’”unto del Signore” sta piegando i principi economici e lo Stato di diritto con il pretesto della barzelletta MAGA. L’approccio di Trump è però peculiare: egli ha superato la linea rossa di ogni tollerabilità quando ha rinunciato alla nonviolenza, fomentando e, poi, non facendo nulla per impedire l’assalto al Campidoglio nel 2021, i cui protagonisti sono stati graziati nel 2025 come se si fosse trattato di prigionieri politici da riabilitare perché avrebbero agito, a loro modo, per “amor di patria”.
Trump ha in tal modo chiarito che il suo MAGA, come ogni mito che punti a impossessarsi dell’immaginario collettivo facendosi beffa della realtà, vale pure il “bagno di sangue” dei rivoltosi, con a capo lo Sciamano di turno, contro l’esercito e le forze di polizia. Se lo scenario di una drammatica guerra civile non è più così improbabile, soprattutto adesso che Trump ha saldamente in mano tutte le leve del potere, permettendosi persino di non dare corso alle decisioni della Corte suprema, è anche responsabilità di chi non ha saputo e voluto fermarlo prima. Ha ragione Anne Applebaum nell’affermare che le istituzioni americane e il governo Biden non hanno fatto abbastanza per impedire la ricandidatura di Trump.
Il comprensibile timore di lasciare gli elettori orfani dei loro rappresentanti politici, o di interi partiti (come nel caso dell’AfD in Germania), trascura l’aspetto della fragilità della democrazia. Nonostante le garanzie introdotte con il costituzionalismo moderno, non riusciremo mai, infatti, a eliminare la possibilità che il voto della maggioranza favorisca l’annientamento delle istituzioni democratiche. Se tutti gli elettori di un paese dessero il loro voto ad un Hitler o ad uno Stalin, si potrebbe parlare ancora di democrazia?
Una democrazia può morire per eccesso di democrazia e di tolleranza, in particolare quando lascia che la violenza si insinui, incontrastata, al servizio della causa politica. Per parafrasare un vecchio detto, “il democratico pietoso fa la sovranità cancrenosa”.
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