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“Una sola Cina” vista da Taiwan

Cina

“Una sola Cina” vista da Taiwan

Quando Ma Ying-jeou ha visitato la Cina nel marzo 2023, diventando il primo ex leader di Taiwan a mettere piede in Cina da quando il governo nazionalista si è spostato alla fine della guerra civile nel 1949, fece tappa a Nanchino. Evitando sfacciatamente Pechino.Ma, l'uomo che

Lenore Beadsman20/03/2024Aggiornato 20/03/20242 min lettura420 parole

Quando Ma Ying-jeou ha visitato la Cina nel marzo 2023, diventando il primo ex leader di Taiwan a mettere piede in Cina da quando il governo nazionalista si è spostato alla fine della guerra civile nel 1949, fece tappa a Nanchino. Evitando sfacciatamente Pechino.
Ma, l’uomo che ha guidato Taiwan dal 2008 al 2016, si è fermato al mausoleo di Sun Yat-sen, fondatore della Repubblica cinese, e ha invitato le persone su entrambi i lati dello stretto di Taiwan a lavorare insieme per la pace, perché ha detto: “Siamo tutti cinesi”.
Quello che è sfuggito ai più è il dato di fatto che per Taiwan il significato di “una sola Cina” è diverso da quello che viene attribuito alla formula a Pechino.
Nanchino era l’antica capitale Ming, ridiventata ancora capitale con Sun Yat-sen, straziata dall’esercito giapponese nel dicembre 1937, abbandonata al suo destino da Chiang Kai-shek, poi sfregiata dall’istituzione di un governo collaborazionista guidato da Wang Jingwei, rivale del governo di Chiang Kai-shek a Chongqing e occupata successivamente dall’Esercito Popolare di Liberazione di Mao.
La capitale ha per questo un altissimo valore simbolico per i cinesi nazionalisti. Ed è ancora la capitale per i cinesi di Taiwan.
Quello che emerge dalla storia e dalle opere d’arte di cinesi in “esilio” a Taiwan è un senso di provvisorietà e di nostalgia per la Cina continentale, nei loro racconti intrisi di dolore si parla della terra come di un’amante abbandonata. Tutto questo dolore si rende palese in occasione del Qingming, festa dedicata alla commemorazione degli avi e dei defunti, un momento in cui è prassi recarsi nei luoghi di sepoltura dei propri cari per pulirne le tombe, tombe che per gli esuli erano sulla terraferma e che mai più sarebbero state accessibili a chi era andato via.
Le loro nuove case e i villaggi militari che li hanno ospitati non hanno mai neanche lontanamente eguagliato lo splendore del ricordo di quello che avevano perduto. Erano di fatto convinti che avrebbero avuto la possibilità di una rivincita, raccoglievano soldi e speravano in un ritorno a casa, la terraferma era rimasta la loro Cina.
Tristemente questo non è mai accaduto, Mao ha chiuso le porte del paese e la sorte delle famiglie rimaste nel continente è stata avvolta nel mistero. La generazione di chi ricordava la Cina è andata morendo nella speranza di tornare e i loro figli non hanno mai conosciuto la terra degli avi.

Il principio di “unica Cina” per i nazionalisti cinesi è ancora vivo, solo che loro, contrariamente ai cinesi del continente, intendono una sola Cina non sotto il PCC. La Cina che vogliono è quella degli antenati.

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