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Miles Davis: il potere del silenzio e la perfezione del suono (parte prima)

Miles Davis suona la tromba in un'atmosfera scura e intensa, simbolo del jazz moderno e dell'improvvisazione musicale.

Stile, moda e costume

Miles Davis: il potere del silenzio e la perfezione del suono (parte prima)

My ego only needs a good rhythm section.Conosco il potere del silenzio. Quando suonavo nei club, tutti facevano rumore; c'era un gran chiasso. Allora toglievo la sordina dal microfono e suonavo qualcosa di così delicato che a malapena si poteva sentire… e parliamo di ascolto. Roy

Miles Davis suona la tromba in un'atmosfera scura e intensa, simbolo del jazz moderno e dell'improvvisazione musicale.
Enrico Marani17/01/2025Aggiornato 27/06/20256 min lettura1.147 parole

My ego only needs a good rhythm section.

Conosco il potere del silenzio. Quando suonavo nei club, tutti facevano rumore; c’era un gran chiasso. Allora toglievo la sordina dal microfono e suonavo qualcosa di così delicato che a malapena si poteva sentire… e parliamo di ascolto. Roy Eldridge faceva così. È uno dei miei preferiti.

Miles Davis

(((RadioPianPiano))) è un viaggio soggettivo e personale nella musica, un diario sonoro pubblico per incontrarsi attraverso le note alla ricerca di un filo tra ascolti diversissimi tra loro. Visto che l’approccio di chi scrive è sempre stato molto eclettico salteremo da un genere all’altro attraverso musiche apparentemente lontane cercando di comporre un puzzle impossibile un venerdì dopo l’altro. Oggi navighiamo verso il grande jazz.

Esite la possibilità che l’arte sia un demone, un demone che entra negli uomini, uomini ignari, uomini con le loro povertà, le loro piccole ambizioni, i loro sogni preconfezionati, uomini improvvisamente catapultati in un altrove alieno, ustionati dal dire attraverso i suoni, la pittura, la scultura, la danza? Miles Davis era com’era. Le biografie e la stessa autobiografia ce lo raccontano, i suoi partner musicali ne hanno parlato. Non brillava per umanità. Non era adatto per cartoline alla Louis Armstrong, non era fatto per interviste e sorrisi alla Dizzy Gillespie, non lo abitavano pensieri profondi, con i suoi musicisti sapeva essere odioso e tecnicamente non è stato il migliore. Eppure come lui nessuno mai, tutti volevano suonare con Miles. Keith Jarrett, caratterialmente inavvicinabile e ben poco incline a compromessi, famoso per i concerti lasciati a metà perché tizio tossisce e caio chiacchiera, dice che era pronto a “qualsiasi cosa per suonare con Miles”, anche ad abbandonare il pianoforte per l’organo elettrico (che detestava). Perché? Cosa aveva di speciale Miles per piegare Keith Jarrett?

Miles was magic…. Miles aveva in sé la magia del suono e la capacità, come Bowie, di “annusare l’aria”, di capire la contemporaneità, spingendosi oltre qualsiasi “zona di conforto”, per sperimentare altro, per spingersi al di là, portare l’improvvisazione oltre una danza virtuosa di singoli strumenti. Quando si esce dal confortevole, da quel che già sei e per cui sei celebrato spesso cadi e non vieni compreso, se non addirittura disprezzato. Davis non avrà mai paura di questi salti nel vuoto e di cadute anche rovinose, per poi rialzarsi ogni volta con capolavori ed un suono totalmente rinnovato. La sua attenzione al silenzio dice bene della cura che poneva nell’alterarlo con qualsiasi suono. Ascoltando Miles a posteriori si nota questa attenzione maniacale al suono, curato come un assoluto. Un impasto che diventa amalgama di strumenti, fluido e che fin dai primi anni implicitamente ed esplicitamente nel periodo elettrico diventa un totem. Circondato sempre dai migliori, da John Coltrane, uomo profondo e spirituale, dal fragile e assoluto Bill Evans, fino al genio degli arrangiamenti Gil Evans e via in una galleria di artisti che abbraccia decenni di una carriera complessa. Miles è una delle fondamenta nella musica moderna.

Carriera talmente complessa e ricca che ci vediamo costretti a spezzarla almeno in due parti. Oggi ascoltiamo il Miles che dagli anni 50 arriva alla seconda metà degli anni 60. Un periodo costellato da capolavori che non sono solo jazz, ma musiche che hanno fatto la storia del XX secolo. Un Miles che accompagna i romanzi di Raymond Chandler, abita la pittura di Hopper, attraversa l’America razzista con un beffardo gusto per la rivalsa ed un evidente disprezzo per “i bianchi”. Nato nell’Illinois rurale nel 1926, a diciotto anni è già a New York (con una discreta esperienza alle spalle nei locali jazz di St. Louis).  Passa le giornate alle lezioni della prestigiosa Juilliard School of Music e suona ogni sera nelle jam session dei locali di Harlem, al fianco di Charlie Parker e Dizzy Gillespie. Registra con Bill Evans, John Coltrane e Julian “Cannonball” Adderley e altri mostri sacri il leggendario “Kind of Blue”, considerato da molti critici il più grande disco jazz di sempre. Sentite appunto Bill Evans che fece conoscere a Miles Bela Bartok (una tessera deviante del puzzle…) introdurre Miles con il suo pianoforte….

Bellissimi i suoi lavori con l’orchestra di Gil Evans al massimo della forma (Miles Ahead, Porgy and Bess, Sketches of Spain) nel produrre ricercati arrangiamenti. Lui così scontroso e spigoloso, un caratteraccio pieno di vizi, quando prende la tromba diventa altro, il demone dell’arte lo possiede e Miles si abbandona al suo suono così ricercato, facendosi tramite del demone. Sono anche gli anni della colonna sonora di “Ascensore per il patibolo” di Louis Malle, della tormentata relazione con Juliette Greco: Paris mon amour. Qui per voi una chicca con Jean Moreau bellissima e la tromba di Miles che l’accompagna per le strade di Parigi: what else?

Qualcosa di personale e totalmente soggettivo al solito vi segue in questo aperitivo sonoro del venerdì. Quando il povero Paolo Borsellino e la sua scorta saltarono in aria a Palermo, il cielo si rabbuiò sull’Italia. Prima era morto Giovanni Falcone e la sua scorta e la mafia riempiva di sangue il paese, imbastendo una tra le peggiori trame nella storia della Repubblica. Mi prese lo scoramento. Recuperai tutti i vinili di Miles, ne ho decine, e li suonai tutti di seguito, bellissimi e malinconici. Un gesto così per onorare quegli uomini (e quelle donne) e ricaricarmi, perché la bellezza sa prendere la violenza a calci nel sedere e qual miglior antidoto della poesia al male? Wayne Shorter, Herbie Hancock, Ron Carter e Tony Williams? Eccoli nel famoso quintetto, probabilmente a detta degli amici jazzisti, il migliore di sempre.

Torneremo su Miles, raccontandovi i suoi dischi elettrici, le sperimentazioni bellissime alla fine degli anni 60 e le esplosioni elettriche dei 70 per arrivare anche agli anni 80, ma questa è un’altra storia. CLICCATE QUI! Mr Pian Piano ha cucinato una sontuosa playlist di due ore per chi voglia immergersi in Miles con anima e corpo: non perdetela!

Sito ufficiale di Miles Davis
Discografia
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