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Il rebus del “centro” e la ruggine ideologica che corrode la vita politica italiana

Delrio e Gentiloni durante un convegno politico sul futuro del centro in Italia.

Politica italiana

Il rebus del “centro” e la ruggine ideologica che corrode la vita politica italiana

Clemente Mastella che da vecchio democristiano di centro se ne intende a chi gli ha chiesto dei nuovi tentativi che oggi prenderanno il via contemporaneamente da Milano e da Orvieto, ha risposto con un'alzata di spalle: “vedrete che alla fine tutto resterà così com’ è”, ha

Delrio e Gentiloni durante un convegno politico sul futuro del centro in Italia.
Claudio Pavoni18/01/2025Aggiornato 21/05/20256 min lettura1.173 parole

Clemente Mastella che da vecchio democristiano di centro se ne intende a chi gli ha chiesto dei nuovi tentativi che oggi prenderanno il via contemporaneamente da Milano e da Orvieto, ha risposto con un’alzata di spalle: “vedrete che alla fine tutto resterà così com’ è”, ha aggiunto.

Se lo scetticismo di Mastella è giustificato ci vorrà del tempo per trovare verifiche sul campo. Stasera a conclusione dei due convegni (a Milano con la benedizione di Delrio e Romano Prodi e a Orvieto con quella di Gentiloni) non è escluso invece che si possa perlomeno intuire dove le due costole del Pd intendono andare a parare. Da che ci deriva questo moderato ottimismo? Dalle batoste del passato che le due compagnie che si sono date appuntamento in differita hanno buscato all’esterno dal punto di vista elettorale, e all’interno per l’indeterminatezza in cui sono state relegate nello stesso Partito Democratico.

 È vero che è tutta gente della quale conosciamo bene la facilità, si può dire l’ardore masochistico, che mettono nello scivolare in quelle politiche che finora ha avuto come unico risultato di allontanarli dal loro stesso popolo. Ma è possibile che in questi anni di anni di nebbia non abbiano imparato nulla? Ci sentiamo di escluderlo e quindi, a costo di voler vedere rosa a tutti i costi ci aspettiamo che da Milano e da Orvieto arrivi qualche nuova idea, qualche nuova proposta da mettere sul tavolo.

Nell’attesa, a favore di chi ritiene indispensabile un rimescolamento di carte a sinistra (visto che a destra Giorgia Meloni quel minimo di riequilibrio al centro di cui aveva bisogno lo ha risolto con Forza Italia) si segnalano due iniziative.

La prima riguarda il disegno di legge per la “Partecipazione dei lavoratori alle imprese”. 

Tutto è partito da una proposta di iniziativa popolare presentata dalla Cisl, fatta propria dal Governo, che ne ha previsto il finanziamento con 72 milioni nella legge di Bilancio presentata a dicembre, e che ora è in attesa dell’approvazione in Parlamento. E una vecchia storia, quella della partecipazione dei lavoratori alle strategie e alle decisioni aziendali, che risale addirittura alla Repubblica di Salò, quando Mussolini, come abbiamo ricordato in un precedente articolo, si inventò i “Consigli di fabbrica” per offrire ai lavoratori di avere voce in capitolo nella conduzione delle imprese. Mussolini non fece in tempo a vederne l’applicazione.

Subito dopo la guerra i “Consigli di fabbrica” furono invece imposti dai nuovi governi alla Fiat e a, prima epurato e poi riabilitato, Vittorio Valletta, oltre che a poche altre grandi imprese. Poi furono gli stessi comunisti a chiudere i “Consigli” in un cassetto del quale buttarono la chiave. Negli anni Settanta il tema della partecipazione dei lavoratori alle imprese fu poi ripreso con qualche sporadico tentativo di cogestione, ma anche in questo caso furono ancora il partito comunista e i sindacati, prima ancora degli imprenditori, a sbarrare la strada a questa ipotesi.

La Cisl e il governo che ora propongono di riprendere concretamente l’argomento “partecipazione dei lavoratori” escludono però categoricamente di voler resuscitare ricette già ampiamente bocciate in passato. L’intento, dicono, oggi è quello di superare l’incomunicabilità fra capitale e lavoro in un momento di grandi trasformazioni, a partire dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale, che impongono sforzi innovativi anche nell’organizzazione aziendale. Inoltre, per evitare il rischio di suscitare una radicale opposizione da parte degli imprenditori il disegno di legge della Cisl evita qualsiasi approccio impositivo: punta invece ad una adesione volontaria delle parti e riserva l’intervento alle grandi e medie imprese (sono esclusi anche enti pubblici e banche). 

Prima ancora che gli imprenditori abbiano espresso un parere sulla proposta della Cisl e del governo è arrivato immediato un “no” grande come una casa della Cgil. Per Maurizio Landini la presenza dei lavoratori nei Consigli di amministrazione delle imprese avrebbe un valore del tutto pleonastico mentre invece avrebbe l’effetto di indebolire o addirittura smantellare l’istituto della contrattazione aziendale. 

Insomma, ancora una volta a mettere il veto ad un possibile dialogo fra capitale e lavoro è la sinistra. Un veto ancora una volta ideologico: i padroni da una parte, i lavoratori dall’altra. Senza considerare che la presenza dei lavoratori nei Consigli di amministrazione è stato uno dei pilastri della ricostruzione industriale della Germania e che oggi sulla strada dell’Italia c’ è l’impellenza di mettere intorno a un tavolo tutte le forze (superando le contrapposizioni di destra e sinistra) per risolvere quel macigno sulla crescita rappresentato dal segno meno che perdura da ben ventidue mesi davanti ai numeri della produzione industriale.

Il secondo segnale, non meno rilevante sulla strada di ricercare al centro la soluzione gli impedimenti provocati dalla spaccatura ideologica (o ciecamente elettorale) di destra e sinistra, porta invece la firma del ministro dell’istruzione Valditara e della sua annunciata riforma didattica da introdurre nella scuola elementare e media. 

In sintesi: la reintroduzione, seppur volontaria, del latino, il ritorno dell’apprendimento a memoria, la concentrazione dello studio della storia sui destini patri, hanno fatto gridare ad una restaurazione di tipo nostalgico, ed è inutile aggiungere nostalgica di che. Tanto che Ernesto Galli della Loggia, uno degli esperti chiamati a coadiuvare il ministro nel suo progetto di riforma, sul Corriere della Sera ha sdegnosamente respinto le accuse di “reazionario” e “passatista” che la sinistra ha rimproverato al progetto di Valditara.

“Non sarebbe stato meglio da parte dei critici partire dall’ammissione dello stato disastroso di salute in cui versa la scuola?”, ha scritto Galli della Loggia sul Corriere. Ecco, proprio questo è il punto: ma lo stato disastroso della scuola dipendono dall’avere abolito alle elementari e alle medie l’obbligo di imparare le poesie a memoria o all’assenza, fra i tanti temi dettati dai tempi, dei minimi cenni all’informatica, alle nuove tecnologie, ai social, che già fanno parte del mondo dei ragazzini e dei ragazzi delle elementari e delle medie? No, tutto si risolve, e ci casca anche un intellettuale come Ernesto Galli della Loggia, in una disputa ideologica che finisce per oscurare la vera natura dei problemi, e rendere monco ogni dibattito.

Questa sera, da Milano e da Orvieto arriverà una luce ad illuminare tutto questo?  Nemmeno a pensarlo. Ci accontenteremmo di sapere che cosa si deve intendere oggi per “centro”, al di là di quell’8-10 per cento di elettorato che i sondaggi prevedono come premio a chi un giorno riuscisse a risolvere questo rebus. 



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Un pensiero su “Il rebus del “centro” e la ruggine ideologica che corrode la vita politica italiana

  1. Gino Saccioni dice:

    Avrei da dire: ai ragazzini non è necessario insegnare i social a scuola. A scuola loro “insegnano” i social ai professori, e si allenano sottobanco (letterale). La tecnologia sottostante, e l’informatica in generale invece molto. Ma il tema centrale era un altro, mi pare.

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