Cina
Le ombre cinesi sull’Ucraina che Zelensky è tentato di usare
La pace posta con le premesse di Pete Hegseth con concessioni territoriali a Mosca non è accettabile dall’Europa e dall’Ucraina e Pechino lo sa. Ed è qui che in questi giorni prende sempre più corpo l’elemento imprevisto della faccenda, ovvero che la Cina colga l’occasione dell’avvicinamento



La pace posta con le premesse di Pete Hegseth con concessioni territoriali a Mosca non è accettabile dall’Europa e dall’Ucraina e Pechino lo sa. Ed è qui che in questi giorni prende sempre più corpo l’elemento imprevisto della faccenda, ovvero che la Cina colga l’occasione dell’avvicinamento tra USA e Russia per inserirsi come fattore determinante nella futura trattativa di pace, offrendo a Kiev ciò che gli Stati Uniti sembrano sempre più riluttanti a garantire: sicurezza, supporto economico e una via d’uscita dal conflitto senza cedere completamente alla Russia.
L’ipotesi ha preso forza nel corso della Conferenza di Monaco ed è stata descritta dall’ex Ministro degli esteri Lituano Gabrierlius Landsbergis, su X (ex Twitter).
Secondo Landsbergis, se l’amministrazione Trump, come già lasciato intendere, dovesse proporre un accordo di pace sfavorevole all’Ucraina, basato su concessioni territoriali, con l’Europa come unica garante della sicurezza, Zelensky potrebbe trovare in Pechino un’alternativa strategica. La Cina potrebbe rimpiazzare gli USA.
L’Ucraina ha molto da offrire alla Cina: terre rare, ricostruzione del Paese, con Pechino che potrebbe garantirsi contratti miliardari e il controllo di infrastrutture strategiche, accesso ai porti sul Mar Nero, aumentando la proiezione della Cina in Europa, e forniture agricole.
Questo scenario rappresenterebbe per l’amministrazione Trump una sconfitta diplomatica e di influenza. La Cina otterrebbe un accesso privilegiato all’Europa, consolidando la sua presenza non solo economica nel continente ma addirittura militare. Gli Stati Uniti perderebbero il ruolo di arbitro principale nel conflitto russo-ucraino, con implicazioni a lungo termine sulla loro capacità di dettare l’agenda globale.
In un tale scenario poi, sarebbe mai possibile per gli USA ridurre la propria presenza militare nel continente?
Zelensky potrebbe usare questa prospettiva come leva di ricatto nei confronti di Washington: se l’America smettesse di sostenere Kiev, la Cina potrebbe prendere il suo posto. Questa mossa cinese avrebbe paralleli storici inquietanti. Durante la Guerra Fredda, Henry Kissinger riuscì a separare l’Unione Sovietica dalla Cina, sfruttando le loro divergenze ideologiche. Oggi, Pechino potrebbe applicare la stessa strategia al contrario, dividendo Stati Uniti ed Europa attraverso la questione ucraina e posizionandosi come mediatore tra Kiev e Mosca.
Se la Cina assumesse il ruolo di protettore dell’Ucraina, finirebbe per sostituire gli Stati Uniti come deterrente principale contro la Russia, spostando il baricentro della sicurezza europea verso Pechino. I Paesi dell’Europa dell’Est, tradizionalmente legati a Washington, potrebbero trovarsi in una situazione di graduale dipendenza dalla protezione cinese, con un’influenza che si estenderebbe inevitabilmente anche più a Ovest.
Ci sono naturalmente molti “ma” a questo scenario. La Cina ha sostenuto la Russia economicamente, attraverso il commercio e l’acquisto di petrolio e gas, e secondo alti funzionari statunitensi, la fornitura di beni a doppio uso da parte di Pechino ha avuto un impatto decisivo nel supportare Mosca sul campo di battaglia in Ucraina. Questo rende difficile immaginare un’improvvisa inversione di rotta, con Pechino che si schiera apertamente a favore di Kiev.
Un altro ostacolo chiave riguarda le concessioni sulle terre rare. Alcune delle aree occupate dalla Russia in Ucraina contengono giacimenti che Pechino ha già messo sotto il suo controllo attraverso la sua partnership con il Cremlino. Questo significa che la Cina potrebbe non avere particolare interesse negoziale, almeno non alle condizioni che Kiev potrebbe sperare.
Eppure, forse proprio per evitare un’intromissione in un senso indesiderato da parte della Cina, Trump ha voluto interpellare Xi Jinping, cercando di costruire un accordo trilaterale tra Stati Uniti, Cina e Russia. L’obiettivo potrebbe essere quello di negoziare una fine del conflitto che non lasci Pechino come unico vincitore, bilanciando il potere cinese e impedendo che la guerra in Ucraina diventi un trampolino per un’espansione dell’influenza cinese in Europa.
Resta da vedere se una simile strategia possa davvero funzionare o se, al contrario, data la notoria ambiguità della Cina, Xi Jinping farà buon viso e cattivo gioco e Trump finisca per legittimare il ruolo della Cina come attore nella sicurezza europea. Se così fosse, il rischio di un’Europa più dipendente da Pechino, e di un’America meno influente nel vecchio continente, diventerebbe più che una possibilità teorica: sarebbe la realtà di un nuovo ordine geopolitico in cui Washington non sarebbe più il pilastro della sicurezza occidentale.
Certamente, questo scenario non è l’ideale per l’Europa. Il continente non ha alcun interesse a sostituire una dipendenza con un’altra, né a trovarsi nella posizione di dover negoziare la propria sicurezza con Pechino. Tuttavia, questa possibilità può oggi fungere da forte leva diplomatica, un deterrente che potrebbe indurre Washington a riconsiderare i termini della pace. La sola prospettiva di una simile alternativa potrebbe costringere gli Stati Uniti a rivedere la loro posizione, evitando di lasciare all’Europa e alla Cina la gestione della crisi ucraina.
Per l’amministrazione Trump, perdere il controllo sulla sicurezza europea e vedere la Cina inserirsi come attore centrale nelle trattative di pace non sarebbe solo una sconfitta strategica ed economica, ma avrebbe effetti devastanti sulla leadership globale americana, soprattutto nella lotta contro Pechino.
Per un Trump che punta a chiudere rapidamente la guerra in Ucraina per concentrare l’attenzione sul confronto con la Cina, l’attuale strategia potrebbe rivelarsi il più colossale dei boomerang. Se Pechino dovesse colmare il vuoto lasciato dagli Stati Uniti nel sostegno a Kiev, non solo rafforzerebbe la sua influenza in Europa, ma si posizionerebbe come un mediatore globale credibile, minando l’immagine di Washington come garante dell’ordine internazionale.
Il paradosso per Trump sarebbe evidente: nel tentativo di liberarsi dal dossier ucraino per contenere la Cina, rischierebbe invece di consegnare proprio a Pechino un’influenza senza precedenti sulla sicurezza europea. Una mossa che, anziché isolare la Cina, finirebbe per consolidarne il ruolo globale, indebolendo la posizione degli Stati Uniti non solo in Europa, ma anche nel Pacifico, dove gli alleati potrebbero iniziare a dubitare della reale capacità americana di mantenere gli impegni di sicurezza.
L’errore di valutazione potrebbe quindi costare caro: nel tentativo di chiudere un fronte, Trump potrebbe finire per rafforzare il suo principale avversario sul piano globale, consegnando alla Cina una vittoria diplomatica che ridefinirebbe gli equilibri mondiali a scapito degli Stati Uniti.
Uno scenario poco plausibile? Forse.
Ma è veramente plausibile un asse USA/Russia/Cina?
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Ipotesi azzardata, ma possibile, e perciò stesso da considerare fra gli scenari.
Certo, vien da dire (e parlo da persona che ha a cuore l’ambiente, ma non disposta ad immolarsi da sola e inutilmente) che un decennio di scellerata deriva europea verso ideologie “green-ad-ogni-costo” calate dall’alto, incluso buttare alle ortiche interi comparti industriali, ha indebolito non poco l’economia del vecchio continente, che solo pochi anni fa si considerava ancora una potenza economica mondiale.
Ha introdotto pesanti elementi di destabilizzazione sociale. Ha aggravato le premesse di una futura debolezza economica strutturale: in un quadro di debito pubblico sempre crescente ha portato semi di disoccupazione, di allargamento delle fasce di povertà (non causate dal green, sia chiaro, ma incrementate da esso, oltre che dalla presenza crescente di immigrati spesso bisognosi di aiuto, umanamente difficile da negare) con prevedibile aumento di una necessità di sempre maggiore “stato sociale” (sanità, assistenza e previdenza, sempre meno sostenibili, però, anche a causa dell’invecchiamento della popolazione) e previsioni di contrazione della raccolta fiscale.
Un’Europa, insomma, economicamente molto più debole di 10 o 15 anni fa, che pone le basi per una certa debolezza strutturale della moneta unica e che rende difficile – con produzioni industriali e PIL dell’Unione in caduta libera – immaginare impegni di spesa militare elevati.
Una discreta “tempesta perfetta”, che chiude un decennio nel quale invece gli altri due attori più importanti – USA e Cina – sembrano essersi economicamente rafforzati grazie a investimenti in R&D e a una scarsa o nulla attenzione all’ambiente, inversa alle nostre politiche green e di risk regulation esasperata.
Honni soit …
Sarebbe come dire che il paziente è guarito dal cancro ma è morto per la chemioterapia.
Più o meno. Ipotesi non certo auspicabile per l’Europa, ma esistente, e abbastanza pericolosa per gli Usa.
Mi era venuta un’idea analoga, che poi mi è sembrata troppo azzardata. Però, magari in termini, più ridotti la Cina potrebbe effettivamente proporsi in alternativa come garante, avendone parecchi vantaggi.
Sarebbe un ‘invasione di campo da parte cinese del tutto inedita. Di solito, le questioni politiche dei paesi che intercetta rimangono in totale disparte. Qui, non solo ci sarebbero enormi interferenze politiche, ma anche militari. Non è il modus operandi della Cina degli ultimi anni. Credo che non abbia alcuna possibilità di realizzarsi. Temo sia semplicemente una sparata da parte della lobby Ucraina, ormai messa alle corde, e tesa ad impressionare Trump. Mossa della disperazione. Alla quale, credo, Trump non abboccherà. Che poi l’Ucraina abbia molto da offrire in cambio, anche questa è una questione tutta da vedere. Che ci sia da ricostruire è certo, meno certo è di chi pagherà il conto. E non basteranno le concessioni minerarie. Non devono essere state molto redditizie finora, altrimenti l’Ucraina non sarebbe stato il paese che era prima dell’invasione.
In una partita a scacchi non lasci all’avversario la possibilità di una mossa che può fargli vincere la partita solo perché non rientra nel suo modo di giocare. Quella mossa è “possibile”, è dunque una vulnerabilità. E solo per il fatto che esiste, è deterrenza. Che Zelensky se ne serva o meno.
Gli Usa non giocano così al sicuro nell’agire contro gli interessi dell’Ucraina, nell’alienare gli alleati europei e nel disarmare l’Europa.
Qui il problema non è Zalensky, che la mossa solo perchè se ne parla potrebbe averla anche già fatta, sono i cinesi. Che la mossa successiva non la faranno mai. Hanno molto da perdere e poco da guadagnare (probabilmente nulla). Le mosse degli americani invece sono tutte orientate ad un solo obbiettivo: quello di ridurre il budget. L’Ucraina costa troppo, tagliamo; Le basi in europa di soldati americani costano troppo, tagliamo anche qua; e via tagliando… Non si preoccupano di altro. L’unico spazio di manovra che rimane all’Europa ha a che fare solo con i soldi che saranno disposti a spendere al posto degli americani. Ma non mi sembra l’abbiano capito.