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Le corresponsabilità di un Occidente cinico e baro

Soldati NATO caricano equipaggiamento militare in un aeroporto europeo per missione di supporto all’Ucraina contro l’invasione russa.

Occidente

Le corresponsabilità di un Occidente cinico e baro

In uno dei film più divertenti della storia del cinema italiano, Non ci resta che piangere, i personaggi interpretati da Roberto Benigni e Massimo Troisi, improvvisamente catapultati nel 1492, intraprendevano un periglioso viaggio per cercare d’impedire a Cristoforo Colombo di partire da Palos alla volta delle

Soldati NATO caricano equipaggiamento militare in un aeroporto europeo per missione di supporto all’Ucraina contro l’invasione russa.
Gustavo Micheletti24/02/2025Aggiornato 26/05/202516 min lettura3.424 parole


In uno dei film più divertenti della storia del cinema italiano, Non ci resta che piangere, i personaggi interpretati da Roberto Benigni e Massimo Troisi, improvvisamente catapultati nel 1492, intraprendevano un periglioso viaggio per cercare d’impedire a Cristoforo Colombo di partire da Palos alla volta delle indie. Il motivo per cui cercavano di fermare Colombo era semplice e faceva leva su un sentimento diffuso: volevano scongiurare la scoperta dell’America.

Con l’ausilio di una straordinaria capacità d’improvvisazione, Benigni e Troisi alludevano con leggerezza all’antiamericanismo presente nel nostro paese, usandolo come pretesto per narrare una storia ricca di episodi spassosi. Ma al nostro antiamericanismo risponde, dall’altra parte dell’oceano, un antieuropeismo altrettanto capillarmente diffuso.

In un’intervista rilasciata qualche giorno fa a Gramellini, Paolo Mieli ha definito Trump il rottamatore dell’occidente. Questa volontà di rottamazione dipende secondo Mieli dal fatto che gli Stati Uniti odiano l’Europa e considerano gli europei mollaccioni e ipocriti perché, quando ci sono delle decisioni impegnative da prendere, chiamano in soccorso gli Stati Uniti senza sobbarcarsi nemmeno la loro quota di spese per il lavoro, in genere piuttosto sporco, che questi vengono chiamati a svolgere.

Poi, a operazioni concluse, e a titolo di ringraziamento, buona parte della popolazione europea è solita rivolgersi agli storici alleati, senza l’aiuto dei quali tutti gli europei sarebbero finiti sotto la tutela di Hitler o di Stalin, con appellativi più o meno sprezzanti, quali “imperialisti” o “colonialisti”, “sfruttatori” e “razzisti”, “suprematisti” e “schiavisti”.

Durante i periodi di pace, così come durante quelli di guerra, le spese per allestire la difesa comune rimangono prevalentemente a carico degli americani, che vengono però solitamente rimbrottati anche per la dubbia morale, per lo sgangherato livello culturale, per l’eccessivo amore per il profitto, per una patologica predilezione per l’uso della forza e per le basi militari che hanno in Italia, senza omettere nel contempo di rinfacciargli, a titolo di condimento, la loro storia imberbe, il che riesce in genere a buttare benzina sul fuoco del loro storico antieuropeismo.

In un articolo apparso su InOltre il 18 febbraio scorso, Alessandra Libutti evoca alcune delle cause che hanno permesso la proliferazione di questo sentimento antieuropeo negli Stati Uniti con un gioco di specchi, richiamando cioè alla memoria alcuni temi ricorrenti dell’antiamericanismo che attraversa l’intellighentia progressista europea: “chiariamo un equivoco e spazziamo via la retorica. L’Europa non ha deciso da sola a delegare la propria sicurezza agli Stati Uniti, né di disinvestire nella difesa e di costruire un modello economico iper-dipendente dalla globalizzazione finanziaria americana. Lo hanno voluto gli Stati Uniti.”

Quest’affermazione, con cui esordisce l’articolo, è vera se letta insieme alla sua premessa, nel senso che la parte evidenziata corrisponde al vero solo in quanto lo hanno voluto sia gli Stati Uniti sia l’Europa, e cioè entrambi, visto che ognuno trovava in una simile posizione un proprio tornaconto.

Quanto però segue quest’affermazione sembra riproporre cliché in voga da almeno mezzo secolo nell’ambito della sinistra italiana e, anche se in misura minore, di quella europea. Senza che sia chiaro a quali autoflagellanti si riferisca, Alessandra Libutti rafforza infatti la sua tesi sostenendo che “dobbiamo smetterla di autoflagellarci come se fossimo i soli colpevoli. La realtà è che gli Stati Uniti ci hanno spinto su questa strada, ci hanno voluti in questo modo, ci hanno invitato a sederci alla loro tavola, ci hanno fatto mangiare fino a scoppiare e oggi che non sanno più come pagare il conto, vengono a dirci che siamo grassi e pigri”.

Con questa precisazione, la Libutti sottolinea che ci sarebbe un responsabile di questa situazione, e cioè gli Stati Uniti, ribadendo che l’Europa avrebbe subito la loro pessima influenza. Sarebbe quindi colpa degli Stati Uniti se anche noi siamo diventati consumisti, guerrafondai, imperialisti e tutto quanto di pessimo si è detto di loro in Europa dopo la fine dele secondo conflitto mondiale. Certo, è colpa di nostra se ci siamo “fatti ingozzare al banchetto, ma se l’Europa è colpevole di opportunismo, gli USA non sono innocenti, anzi sono gli artefici”.

A quanto pare, dunque, gli artefici del nostro ingozzamento sarebbero gli Stati Uniti e forse, senza la loro subdola influenza, noi non saremmo diventati tanto opportunisti da assecondare il loro desiderio di controllarci e asservirci inducendoci volontariamente a disarmarci: sarebbe infatti stata Washington a promuovere l’idea di un’Europa pacifica, integrata, orientata al commercio e al welfare, e non i paesi europei, e Washington l’avrebbe promossa per riservarsi “il potere globale”.

Questa tesi, anche se formulata in modi diversi e con altre parole, è circolata per decenni sui giornali della sinistra, dall’Unità dei tempi d’oro fino a Lotta continua e al Manifesto, ma pur non presentando grandi novità aggiunge a quelle simili post-sessantottine almeno un dettaglio originale: in fondo ci andava bene costruire il nostro modello di benessere sotto l’ombrello di sicurezza che gli USA ci garantivano, ma loro lo facevano perché così evitavano una concorrenza europea troppo aggressiva sul piano geopolitico.

Ecco, questa precisazione non è facile reperirla negli articoli scritti durante gli anni di piombo, ma forse solo perché allora la parola “concorrenza” era quasi proibita in certe analisi politiche e ciò che contava non era l’essere europeisti o meno, ma battersi contro il sistema capitalistico dovunque fosse presente.

In base alla tesi sostenuta dalla Libutti, gli Stati Uniti ci avrebbero dunque drogati di benessere offrendoci una rassicurante copertura militare e impedendoci così di svilupparne una nostra autonoma, giungendo addirittura a creare una assuefazione al benessere tale da annullare in noi la volontà di realizzarlo. In sostanza, e riassumendo, l’Europa disarmata sarebbe stata “interamente un progetto americano”. La banale circostanza che da ormai molti anni gli americani chiedono invano ai paesi europei di contribuire in misura maggiore alle spese di difesa globali è evidentemente un mero epifenomeno: il loro vero intento, cioè quello recondito, è sempre stato quello di tenerci disarmati.

E tuttavia, se gli avessimo ascoltati una decina di anni fa, oggi le capacità di difesa europee sarebbero messe molto meno male di quanto attualmente non siano. In ogni caso, pare che a un certo punto gli americani ci abbiano ripensato, ammettendo che questo loro intento era sbagliato e sostenendo che si spendeva troppo poco per la difesa ci hanno esortato improvvisamente a spendere di più per poterci difendere da soli, donandoci finalmente quell’autonomia che ci avevano negato per tanti anni, ma questa svolta, al contrario di ciò che si potrebbe pensare alla luce delle affermazioni precedenti della Libutti, senza che questo cambiamento di opinione e strategia possa significare, sebbene sia il contrario di quanto prima era considerato negativo, alcunché di positivo: si tratterebbe infatti, a ben vedere, solo di un’altra astuta mossa per renderci subordinati e imbelli. 

In pratica, gli Stati uniti hanno fatto quasi tutto loro: prima ci hanno spinti “a disinvestire in capacità strategiche autonome” facendoci credere “che la NATO sarebbe stata sufficiente”, e poi hanno cercato di convincerci che spendevamo troppo poco, con la conseguenza che non eravamo pronti a difenderci da soli. Alla luce di queste considerazioni, naturalmente, noi europei fummo sciocchi a credere alla prima e rischiamo di essere non meno sciocchi a credere alla seconda, ma anche della nostra scarsa avvedutezza possiamo ritenere responsabili gli americani, che riuscirono nell’intento di convincerci prima e che, forti di quell’esperienza, presumono di poterci convincere ancora oggi, facendoci pure la morale e dandoci consigli non richiesti.

Oggi, certo, il quadro geopolitico pare radicalmente mutato anche solo rispetto a qualche settimana fa: dopo l’ormai palese tradimento americano della democrazia grazie all’elezione di Donald Trump e alla sua evidente politica filo-putiniana, una politica non meno sanguinaria di quella nazista, i nuovi equilibri geopolitici mondiali sembrano annunciare tempi nefasti per l’Europa. Ciò nonostante, l’analisi della Libutti sembra attuale da sempre, perché ripropone dei paradigmi teorici utili per criticare la liberaldemocrazia americana che sono di derivazione marxista e sessantottina e che assomigliano molto alle ragioni stesse per cui, come sosteneva qualche giorno fa Paolo Mieli, gli americani da anni ci odiano e hanno votato Trump.

Ciò che non è chiaro, è perché si debba ricorrere, per criticare la politica statunitense, ad argomenti post-marxisti quando c’è l’imbarazzo della scelta tra avvenimenti recenti inquietanti e premonitori. Solo per limitarci a quelli di più fresca memoria, gli Stati Uniti hanno intrapreso una lunga guerra in Afghanistan – per motivi comprensibili, se non condivisibili – per concluderla frettolosamente lasciando in balia di talebani negatori di ogni diritto e dignità umana donne e civili che avevano indotto a credere nella libertà e nella democrazia, così che potessero essere poi adeguatamente puniti, torturati e massacrati dai loro aguzzini per un tempo indeterminato.

Quindi, hanno promesso e fornito un importante aiuto all’Ucraina dopo che questa era stata invasa, proibendole però di usare le armi che le avevano donato in modo che potessero colpire le postazioni da cui i russi massacravano il suo popolo e colpivano le proprie infrastrutture vitali, preparando così la sua sconfitta sul campo, dato che era impensabile che un esercito già chiaramente molto inferiore per numero di mezzi e di uomini potesse vincere potendo usare solo in modo scarsamente efficace le armi di cui disponeva.

La “sconfitta pilotata dell’Ucraina” è poi giunta a compimento in questi ultimi giorni, dopo che il Presidente Biden e il partito democratico, che ben conoscevano Trump, gli hanno lasciato la possibilità di gestire a suo piacimento la situazione, quando avrebbero potuto evitarlo superando con decisione già due anni fa le linee rosse tracciate da Putin, che erano proprio quelle che potevano garantirgli la vittoria.

Ma l’amministrazione Biden non lo ha fatto, limitandosi a consentire solo a scadenza del suo mandato quell’utilizzo delle armi che Zelensky chiedeva da oltre due anni, con la conseguenza che oggi l’Europa si trova non più soltanto sotto la minaccia di Putin, ma anche sotto il ricatto di Trump e dei suoi ministri, che dicono di “non voler più pagare il conto”.

Secondo la Libutti ne hanno pienamente diritto, “ma non hanno il diritto di raccontarci che siamo noi i colpevoli,” né di affermare che l’Europa è un continente decadente e privo di visione quando cinque anni fa hanno avuto il loro Campidoglio assaltato mentre ergevano forche all’esterno gridando di impiccare il vicepresidente: ‘Hang Mike Pence!’ La verità è che siamo stati spinti in questa posizione, da chi ne traeva beneficio; dal Paese che voleva fare lo chef. Ci avevano invitato ad un pranzo, ci hanno fatto abboffare, ora ci criticano per avere mangiato. E questa è la storia”.

Come il popolo americano abbia potuto rieleggere un Presidente golpista che godeva l’appoggio di un dittatore criminale non è in effetti ancora chiaro, pur essendo un dato inquietante per i destini umani, ma il sostenere che lo chef statunitense prima ci avrebbe ingozzato e poi ci avrebbe criticato per aver mangiato troppo lascia alquanto perplessi.

Pur essendo vero che non ci possiamo aspettare nulla di buono né alcunché di democratico da chi ha consentito che fosse assaltato il parlamento del suo paese in suo nome, questa teoria dello chef ingozzatore e poi ammonitore suscita qualche domanda. L’ingozzarci scaturirebbe infatti esattamente da cosa? Dall’aver garantito la sicurezza dell’Europa per circa 80 anni?

O forse dall’averlo fatto per un bieco interesse economico e geopolitico? Queste tesi le sostengono ancora in molti e da oltre mezzo secolo e se non fosse per quest’indizio le si potrebbe ritenere di getto appropriate alle attuali circostanze storiche, ma appropriate non sono, mentre vi sarebbero ben altre cartucce da sparare contro diverse amministrazioni americane senza rispolverare questi effetti secondari di un marxismo posticcio.

Lo scaricare sistematicamente responsabilità che sono sempre state anche europee sugli Stati Uniti, come se ci avessero perennemente plagiato volendoci deboli e divisi, è infatti una costante delle analisi marxiste, che già negli anni 70 ci esortavano a smettere di adottare la narrativa di chi ci voleva deboli. Certo, Trump e Putin oggi ci vogliono esattamente così, ma fino all’elezione del nuovo inquilino della Casa Bianca non si ha l’impressione che gli Stati Uniti ci volessero tali.

Se infatti “da Trump e da Putin dobbiamo aspettarci il peggio del peggio, senza sconti, senza illusioni” – perché “uomini come loro non si fermano di fronte ai confini, né alle regole, né ai valori democratici” – non si capisce perché dovessimo aspettarci il peggio anche anni prima, da Obama, da Clinton o da Reagan.

L’alternativa alla narrativa che dovremo rifiutare tende invece a ridurre le responsabilità dell’Europa e a farne una vittima, sebbene dopo l’arbitraria occupazione della Crimea da parte di Putin essa abbia continuato a finanziare tramite la propria dipendenza energetica dalla Russia quelli investimenti militari del Cremlino di cui poi il popolo ucraino ha subito le tragiche conseguenze.

Gli illuminati governi democratici europei, molto pacifisti e dialoganti, hanno cioè finanziato un conclamato dittatore criminale che stracciava trattati internazionali per otto anni, dal 2014 al 2022, fino a quando non hanno improvvisamente scoperto che non era così affidabile come sembrava.

In realtà, Stati uniti ed Europa sono entrambi responsabili del disastro in cui oggi si trova l’intera comunità democratica mondiale. Dopo il tradimento di Trump, le responsabilità statunitensi sono di certo incomparabilmente maggiori, ma anche l’Europa ne ha accumulate di severe e rispetto ai traditori d’oltreoceano ha forse la sola attenuante che, non essendo uno Stato unitario, e non potendo quindi contare su una politica estera e su una difesa comuni, le sue capacita decisionali erano e sono fortemente limitate.

Oggi, con il potere economico globale per lo più nelle mani di due complici pragmatici e cinici di un dittatore sanguinario, non c’è da stare allegri, ma questo non significa pensare che l’Europa debba finire inesorabilmente “in ginocchio sotto il peso di questa offensiva geopolitica”.

La Libutti su questo ha ragione: l’Europa potrebbe ancora riuscire a tirarsi fuori da questo incubo, ma per riuscirci deve fare presto, iniziando a prendere sul serio i motivi della sua fragilità, che sono in fondo riassumibili in pochi punti. Il primo: l’assenza di una politica estera e di una difesa comuni (sarebbe il caso di aggiungere anche di bond comuni, ma meglio riparlarne in un altro momento); il secondo: l’attacco geopolitico bilaterale di due superpotenze nucleari, che con la Cina in pratica sono tre; il terzo: la pressione migratoria islamica che mina dall’interno la sua capacità di autodifesa, destabilizzando i suoi paesi membri socialmente e politicamente; il quarto: la diffusione delle cosiddette ideologie woke, gender, e cancel culture, che sono in grado di minarne i riferimenti valoriali creando un fronte interno culturale, quello stesso fronte interno che ha contribuito all’elezione di Trump.

Ora, la complicazione ulteriore che scaturisce da questo quadro è che gli ultimi due fattori sono in grado di moltiplicare le conseguenze negative dei primi due, producendo così una spirale autodistruttiva in grado di travolgere l’Europa e la democrazia nel giro di pochi anni, e per questo la tempistica della reazione europea sarà, come ha messo di recente in evidenza anche Mario Draghi, probabilmente decisiva.

È vero – come sostiene la Libutti – che trovare un’unità strategica non sarà facile, che il processo sarà lento, doloroso e costellato di esitazioni – ma non è altrettanto evidente che “avverrà” comunque, o che sarà “inevitabile”.  L’Europa potrà infatti salvarsi dalla perniciosa interazione dei quattro fattori che abbiamo menzionato solo se farà presto ad eliminare le cause della propria fragilità politica (il primo punto) e se si mobiliterà per arginare quanto è descritto al terzo e al quarto punto, perché solo in questo modo sarà poi capace di far fronte anche al secondo, ovvero alla virtuale minaccia concentrica di tre superpotenze nucleari.

Quanto poi alla presunta crisi degli Stati Uniti, che si starebbero “sgretolando sotto il peso della loro stessa crisi interna, del loro isolazionismo, della loro incapacità di adattarsi a un mondo multipolare”,non mi pare che questo scenario sia attuale, visto che ciò che potrebbe scaturire dallo scossone antidemocratico trumpiano è proprio un mondo multipolare, e anzi, per la precisione, tripolare.

È vero, cioè, che “Washington non è più il fulcro del mondo libero come lo era nel dopoguerra”, così come è vero che “non ha più la forza di imporsi come garante unico della sicurezza globale”, ma questi aspetti, considerando lo scenario tripolare in cui rischiamo di entrare, invece di rassicurarci dovrebbero invece alacremente preoccuparci e indurci a prendere rapidamente provvedimenti atti a contrastare un tripolarismo di dittature più o meno conclamate.

Se la Libutti ha ragione nel ritenere che la forza della civiltà europea non sta nella sua capacità di dominare con la forza bruta, ma “nella sua capacità di adattarsi e reinventarsi”, questo non significa che della forza, anche bruta, non abbia bisogno per difendersi, e per farlo in modo efficace ha ancora bisogno dell’aiuto degli Stati Uniti, non meno di quanto gli Stati Uniti abbiano bisogno di quello dell’Europa. Il fatto stesso che siano nati e stati fino ad oggi “una diramazione dell’Europa stessa”fa presagire che la loro autodifesa di fronte a pericolose coalizioni di dittature asiatiche non possa prescindere dalla tradizionale alleanza col vecchio continente, e se è vero che salvando quest’ultimo dalla rovina durante il secondo conflitto mondiale “hanno semplicemente garantito la sopravvivenza di una parte di sé”, questa circostanza avvalora la tesi che, contrariamente a quanto può pensare il ben poco lungimirante Trump, i destini di questi due assoluti protagonisti della storia della democrazia siano destinati a rimanere ancora a lungo intrecciati.

In realtà non sono gli Stati Uniti ad aver provocato la debolezza dell’Europa, ma è la stessa storia europea che rende estremamente complicata l’attuazione di quel progetto di Stati Uniti d’Europa che potrebbe virtualmente riportare il vecchio continente e tutto l’occidente democratico al centro della storia mondiale.

Ma Alessandra Libutti ha ragione nel sostenere che “l’Europa non sparirà, non verrà soggiogata da due gangster con un delirio di onnipotenza. Sarà messa alla prova, subirà colpi durissimi, dovrà superare sfide che la obbligheranno a uscire dalla sua inerzia. Ma nel lungo periodo, la sua capacità di adattamento e di evoluzione prevarrà, perché è radicata nella sua storia, nella sua cultura, nella sua identità profonda. Trump e Putin non sono altro che due eventi della Storia, due figure che lasceranno dietro di sé caos e distruzione, ma non saranno mai in grado di cancellare secoli di progresso e trasformazione”.

Certo, questo non potranno mai farlo, ma ciò che non costituisce un dato indifferente è l’ammontare quantitativo e qualitativo, spaziale e temporale di tale distruzione, e se l’impatto sarà “temporaneo”, quanto sarà lunga e carica di sofferenze e tragedie quella temporaneità. Se è vero che il mondo e il futuro non appartengono “a chi vive di repressione e prepotenza, ma a chi sa adattarsi, innovare e costruire”, allora sarebbe il caso di fornire quanto prima una dimostrazione di tali capacità, dimostrazione che però sarà possibile solo superando i fronti interni presenti in ciascun paese e gli steccati ideologici alimentati dalla guerra ibrida putiniana, per condividere invece gli obiettivi da conseguire.

Si tratta, a ben vedere, di un’impresa che non potrà fare a meno del contributo di tutti coloro che credono ancora, pur declinandoli diversamente, nei valori della libertà e della democrazia; e per portare a compimento una simile impresa sarà bene imparare a non confondere più le ragioni ideali con l’assenza di realismo, dato che questa confusione reca danno agli stessi ideali e a chi se ne fa eroico portatore, come i civili e i militari ucraini.

Se infatti i governi occidentali avessero preso atto, invece di negare evidenze, di ciò che bisognava fare per sconfiggere Putin quando ancora era possibile farlo, non ci avrebbero poi costretto a prendere atto di quella che oggi è una sconfitta per l’Ucraina e per l’Europa, una sconfitta cui si potrà porre rimedio solo con scelte drastiche, coraggiose e realistiche da parte dei governi europei e del popolo americano.


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