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Le prospettive strategiche per un (vero) rilancio della difesa europea

Soldato con uniforme mimetica e patch della bandiera dell’Unione Europea, simbolo della difesa comune e dell’autonomia strategica europea.

Europa

Le prospettive strategiche per un (vero) rilancio della difesa europea

Prima della conferenza sulla sicurezza di Monaco dello scorso febbraio, una domanda pare(va) avere ancora senso: "Come può l'Europa stabilire nuovi legami di sicurezza con gli Stati Uniti d'America, basati su pragmatismo e soddisfacimento di reciproci interessi?"  Allora, abbiamo provato ad immaginare una prospettiva strategica di

Soldato con uniforme mimetica e patch della bandiera dell’Unione Europea, simbolo della difesa comune e dell’autonomia strategica europea.
Mario N. Greco & Fabio Aversa25/02/2025Aggiornato 26/05/20259 min lettura1.876 parole

Prima della conferenza sulla sicurezza di Monaco dello scorso febbraio, una domanda pare(va) avere ancora senso: “Come può l’Europa stabilire nuovi legami di sicurezza con gli Stati Uniti d’America, basati su pragmatismo e soddisfacimento di reciproci interessi?” 

Allora, abbiamo provato ad immaginare una prospettiva strategica di lungo termine, che potesse essere concordata fra i leader alleati (europei e non) e che soddisfacesse la volontà degli Stati Uniti di alleggerire il proprio impegno politico-strategico, militare ed economico, nel contribuire a garantire la sicurezza (deterrenza credibile e difesa efficace) del Continente europeo e del Canada.

Le discipline di prospettiva strategica e di analisi comparativa, basandosi su metodologie e tecniche che consentono di esplorare i futuri possibili in modo da anticipare il cambiamento, individuando nuove opportunità per politiche e strategie adattive, ci sono venute in aiuto.

Abbiamo individuato punti decisionali critici lungo questa linea immaginaria – che si estende dal presente al limite di un orizzonte strategico di 20/25 anni – con lo scopo di aiutare un’organizzazione a raggiungere, preservare o mantenere rilevanza, prevalenza o predominio strategico, in una competizione geo-politica, economica e militare, multipolare e di lunga durata. Ciò ha permesso di immaginare nuove forme di rapporti e relazioni transatlantiche in merito a questioni di sicurezza e difesa.

Sono emerse – in tutta la loro cruciale necessità – decisioni politiche e conseguenti iniziative che dovrebbero essere concordate e implementate tra il 2025 e il 2050, mentre gli Stati Uniti riducono lentamente la loro presenza militare sul suolo europeo. Eccone una breve lista, non esaustiva.

  • Un piano bipartisan approvato dagli Stati Uniti, coordinato e concordato con i leader europei, sull’evoluzione della postura strategica americana in ambito NATO.
  • Incremento graduale – ma immediato – degli investimenti nella difesa pari al 2/3/4% del PIL da parte di tutti i Paesi Alleati.
  • Coordinamento ed integrazione della produzione industriale per la difesa in ambito EU, standardizzazione dei sistemi d’arma e delle capacità militari specifiche.
  • Ottimizzazione delle spese per la difesa e la sicurezza al fine di accrescere la credibilità della deterrenza e la capacità di difesa europee.
  • Garanzie politiche assolute, circa il supporto logistico strategico, l’intelligence, la deterrenza nucleare nel breve-medio periodo da parte degli Stati Uniti e la conferma integrale delle clausole d’attivazione dell’art. 5 del Trattato Atlantico.

Se questa prospettiva strategica fosse approvata ed adottata:

  • Gli Stati Uniti potrebbero concentrare la loro capacità d’influenza geopolitica ed esercitare il potere strategico su tutte le aree geografiche d’interesse (Asia e Paesi arabi) e sui dominii a più alto tasso di sviluppo, ricerca ed innovazione (Spazio e Cyber) dove il loro unico antagonista strategico – la Cina – è già fortemente attivo.
  • Gli alleati europei svolgerebbero un crescente ruolo preminente all’interno della NATO, alla luce dell’accresciuto contributo di capacità militari, realizzato attraverso l’aumento strutturale pluriennale della spesa per la difesa.
  • L’Unione Europea riformata, sulla base di trattati di collaborazione e di partnership strategica con la NATO, si doterebbe di una nuova architettura di sicurezza e di un meccanismo di difesa basato su un budget militare di circa il 4% del PIL, sfruttando -potenzialmente – le strutture di Comando e Controllo NATO (NCS) già esistenti, secondo un concetto di mission framework espandibile. 
  • Bruxelles, lato UE, sarebbe finalmente in grado di proiettare soft e hard power per affrontare le sfide e le minacce globali alla sua sicurezza, in coordinamento con gli alleati e i partner, compresi gli Stati Uniti, ma giocando finalmente il ruolo di player globale, strategicamente autonomo.

Ma tutto ciò sembra non poter accadere

Ne avevamo avuto in realtà le avvisaglie qualche tempo prima, all’inizio del 2024, quando gli Stati Uniti hanno congelato l’assistenza militare all’Ucraina senza motivo, su “indicazione” impartita D.J. Trump alla componente repubblicana in senato. Solo una lunga negoziazione bipartisan ha poi portato al ripristino del provvedimento legislativo.

In quella occasione, anche agli occhi di tanti Alleati, gli Stati Uniti avevano evidenziato un atteggiamento inaffidabile, nel tradire la promessa di assistenza, ripetutamente reiterata dal Presidente in carica ad un partner di sicurezza – l’Ucraina – che stava lottando per la sua stessa sopravvivenza contro l’aggressione militare russa, non provocata e illegittima.

Il presidente degli Stati Uniti potrebbe apparire così, nel suo secondo (e forse non ultimo) mandato, alla stregua di un moderno mercante in fiera, nel Villaggio Globale del 21secolo.

Si potrebbe teorizzare che D.J. Trump, appoggiato dal nutrito gruppo di ricchissimi proprietari delle multinazionali “new and big tech” americane, intenda affrontare la competizione strategica globale adottando una modalità mercantilistica, econocratica e sostenuta dalle indicazioni fornite da algoritmi a guida Intelligenza Artificiale. Anche nelle questioni di politica estera e di sicurezza globale, si tratta di un cambio di paradigma relazionale, perfettamente legittimo ma dirompente, a volte imprevedibile.

L’atteggiamento “mercantilistico” è identificabile nelle politiche adottate che incoraggiano le esportazioni, scoraggiano le importazioni, monitorano i movimenti di capitale e centralizzano le decisioni valutarie nelle mani del governo federale, tentando di influenzare la Federal Reserve. Il tutto ispirato alle relazioni personali, bilaterali e al contrasto di ogni forma di aggregazione sovra nazionale. Trump, in questo ambito, ha dato prova delle sue intenzioni sin dai primi ordini esecutivi firmati e dalle applicate (poi ritirate) politiche protezionistiche contro Messico, Canada e più flebilmente Cina.

Nel caso del conflitto russo – ucraino il peso politico strategico USA sembra essersi esclusivamente concentrato sul tema:

  • della cessazione del conflitto a qualsiasi costo, per compiacere l’opinione pubblica MAGA e favorire Putin a scapito dell’Ucraina;
  • del ristoro delle spese effettuate a favore di Kiev, chiedendo la concessione dell’estrazione delle terre rare ucraine per 500 mld. di dollari. Tutto ciò, inizialmente, senza la definizione di chiare e credibili garanzie di sicurezza e superando di molto l’importo dell’aiuto effettivamente concesso.

È noto che gli Stati Uniti hanno fatto pressione su Kiev affinché firmasse immediatamente, già a Monaco. Fortunatamente Kiev ha deciso di attendere. Il presidente Trump, piccato perchè forse toccato nell’orgoglio o abituato a non ricevere dinieghi, ha così deciso di aumentare la pressione su Kiev, accusandola di “voler rompere” l’accordo, formulando accuse che non appaiono in linea con i fatti noti e la narrazione corrente. Gli Stati Uniti, forzando il braccio di ferro con l’Ucraina, che è vittima di un’invasione, con questa intensità rischiano di compromettere forse irrimediabilmente la loro indiscussa credibilità internazionale, con un incalcolabile danno di immagine.

Ci sono altri elementi in questa storia, quali l’interruzione del programma US AID, anche a scapito dell’Ucraina, e l’interruzione del servizio di comunicazione satellitare STARLINK. Tutte pratiche di pressione tipiche di un atteggiamento assertivo, quasi al limite dello spregiudicato e non certo nello stile degli Stati Uniti d’America. Diciamo una strategia più nelle corde di un lucido (e cinico?) affarista che di un illuminato POTUS.

La posizione della nuova amministrazione Trump, peraltro non inattesa e persino più realista della tipica Real Politik, in questo momento rischia di essere giudicata non del tutto affidabile o credibile, sembrando non del tutto pervasa da sano spirito istituzionale. Ma purtroppo dà anche poco spazio a presupposti minimi per una qualsiasi forma di negoziazione, in termini di politica estera, commerciale e di relazioni internazionali.

Alla luce di tali recenti politiche adottate, che hanno alterato l’equilibrio di potere nel panorama securitario transatlantico e globale, l’Unione europea (UE) è costretta ad accelerare il processo decisionale per dotarsi di propria difesa ed autonomia strategica. La stima economica è di 500 miliardi di euro necessari nel prossimo decennio per il rafforzamento e l’ottimizzazione della difesa. Le misure principali dovranno essere:

  • Rafforzamento dell’autonomia strategica riducendo la dipendenza dal supporto militare degli Stati Uniti, anche promuovendo esercitazioni coordinate, integrate e caratterizzate da spinta interoperabilità tecnologica, coinvolgendo le componenti militari e non militari degli Stati membri. Queste iniziative miglioreranno la prontezza operativa e le capacità di risposta alle crisi in un contesto multi-dominio e multiuso.
  • Implementazione della capacità di difesa nucleare, creando uno scudo nucleare europeo, consolidando gli arsenali britannici e francesi, per scoraggiare potenziali minacce, confermando la policy Dual-Capable Aircraft (DCA) già in uso nella NATO, che consente anche a nazioni, non potenze nucleari, di garantire trasporto e rilascio degli ordigni. Ciò costruirebbe la “gamba” mancante su cui si poggia il concetto di Deterrenza e Difesa (capacità nucleare, difesa integrata contro missili e forze convenzionali) riducendo – ed annullando nel lungo termine – la dipendenza dagli Stati Uniti.
  • Adozione di una politica diplomatica indipendente dagli Stati Uniti quando questi si impegnino in iniziative bilaterali che  escludono gli interessi europei. L’UE deve affermare la propria influenza diplomatica soprattutto in forza delle enormi capacità economiche, tecnologiche ed industriali che sono spesso sottoimpiegate. Ciò comporta la responsabilità di guidare i negoziati di pace, in particolare per quanto riguarda conflitti come quello fra Russia ed Ucraina, per garantire che le preoccupazioni per la sicurezza europea siano adeguatamente rappresentate e tutelate.
  • Diversificazione delle partnership di sicurezza, esplorando collaborazioni più profonde con altri potenziali partner globali, quali la Turchia, l’India ed i Paesi like minded (Australia, Corea del Sud, Giappone e Nuova Zelanda) per compensare la potenziale riduzione del supporto politico degli Stati Uniti. Questa postura proattiva contribuirebbe a migliorare la stabilità regionale globale e a condividere le responsabilità di difesa in modo più ampio.

L’adozione di tali strategie richiede un approccio coeso e proattivo, bilanciando le esigenze di sicurezza immediate con obiettivi a lungo termine per autonomia e stabilità. La chiave di tutto si trova nella riforma profonda del processo decisionale politico e di pianificazione strategica che deve essere integrato, flessibile e adattivo rispetto ai tempi di decisione dei competitori. Soprattutto quando questi sono autocrati o forti leader accentratori.

Solo così l’UE potrà rafforzare la propria posizione difensiva e affrontare con maggiore resilienza la rapida evoluzione dello scenario geopolitico globale.

In tutto questo l’Unione può decidere finalmente di fare qualche cosa oppure di non decidere e di scomparire, con buona pace dei principi e dei valori costituenti lo stesso concetto di comunità europea che rappresenta, in ogni caso, il riferimento valoriale di 460 milioni di persone, per abbracciare il quale centinaia di migliaia di cittadini ucraini stanno combattendo e morendo.

E forse è arrivato il momento di invitare nuovamente il Regno Unito a far parte dell’Unione Europea! Come reagirebbe infatti la Commissione se Il Primo Ministro Starmer avesse in mente – con l’appoggio dei conservatori – di riprendersi il posto in EU, mettendo sul tavolo la capacità di deterrenza nucleare (che non e’ solo costituita da ordigni aero portati, ma anche da SBM e SSBM allocati sui suoi sommergibili strategici di base in Scozia), l’ampliamento del mercato e una posizione di forte influenza in ambito NATO che permetterebbe alla UE, con un cappello o con l’atro di essere credibile, deterrente e nuovamente in gioco nel villaggio globale?


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