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Turismo nello spazio o guerra per lo spazio?

Satellite in orbita terrestre con vista sul pianeta dallo spazio

Prospettive geopolitiche

Turismo nello spazio o guerra per lo spazio?

Il filosofo Thomas Hobbes affermava che “la curiosità è la lussuria della mente”. Ed in effetti, lo spazio ha sempre incuriosito l’umanità e l’innato ed ancestrale spirito di avventura ci ha fatto arrivare fin lassù nel cosmo, con tutti i limiti che un ambiente ostile, con

Satellite in orbita terrestre con vista sul pianeta dallo spazio
Fabio Aversa04/03/2025Aggiornato 23/05/202510 min lettura2.064 parole

Il filosofo Thomas Hobbes affermava che “la curiosità è la lussuria della mente”. Ed in effetti, lo spazio ha sempre incuriosito l’umanità e l’innato ed ancestrale spirito di avventura ci ha fatto arrivare fin lassù nel cosmo, con tutti i limiti che un ambiente ostile, con un’aria irrespirabile e con temperature estreme, pone all’essere umano. Per non dire della totale assenza di un’adeguata cornice giuridica, per regolare l’uso o lo sfruttamento dello spazio come dominio. In realtà, fino ad alcuni anni fa, lo spazio è servito soprattutto per ragioni di prestigio, dimostrazione di forza e legittimazione di potere.

Oggi, la dipendenza dallo Spazio è persino più profonda di quella dal dominio aereo nel secolo scorso. Il salto tecnologico tra cielo e cosmo è di ordini di grandezza superiori. Tanto per citare un esempio, l’utilizzo di sistemi satellitari è divenuto così indispensabile per molti servizi essenziali – quali le comunicazioni e i trasporti – che non potrebbero più funzionare, senza l’apporto satellitare. Questa economia dello spazio, cosiddetta space economy, come definita dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), comprende l’intera gamma di attività e l’uso di risorse che creano valore e benefici per gli esseri umani, durante l’esplorazione, la ricerca, la comprensione e l’utilizzo dello spazio. Nell’ultimo decennio, industrie del settore privato hanno cambiato radicalmente il paradigma dell’uso dello spazio: da una prospettiva di esplorazioni e scoperte scientifiche ad una propensione di business e di competizione spinta, talvolta sleale.

Oltre alle applicazioni satellitari, un argomento inconfutabile che i sostenitori dell’esplorazione umana dello spazio affermano è che esso possa essere un catalizzatore dell’innovazione tecnologica, spingendo oltre i confini dell’ingegno umano e dell’abilità ingegneristica. Attualmente, il veicolo spaziale in grado di trasportare l’equipaggio più numeroso è il Saturn V, utilizzato nella missione Apollo 17, che può trasportare fino a 11 passeggeri. L’obiettivo generale dell’industria aerospaziale è di creare nuovi veicoli spaziali, in grado di trasportare molti più passeggeri, in sicurezza, oltre l’atmosfera terrestre. Questo richiede progressi nei sistemi di propulsione, nei materiali, nel supporto vitale e nelle tecnologie strutturali. Tali innovazioni hanno effetti a catena in vari settori, portando ad una ricaduta in termini di vantaggi tecnologici sicuri e standardizzati, con applicazioni in moltissimi altri settori. Al di là dei vantaggi economici e tecnologici, l’esplorazione spaziale offre anche un grande potenziale per il progresso della conoscenza scientifica.

Un settore che non ha ancora avuto un grande battage divulgativo è il turismo spaziale, il cui obiettivo, non dichiarato, è il suo potenziale enorme ritorno economico. La creazione di questa nuova industria implicherebbe quasi una rivoluzione: si creerebbero molti nuovi posti di lavoro, si stimolerebbe l’innovazione e, di conseguenza, si genererebbero maggiori flussi di reddito. Nuovi investimenti, nuovi settori in cui investire e crescita dell’indotto, dall’ingegneria aerospaziale ai servizi di ospitalità, diversificando così le economie e favorendo i cluster tecnologici.

Si prevede che questa industria rafforzerà in modo tangibile la nuova economia. Se il turismo spaziale si sviluppasse, si potrebbero inviare nello spazio anche astronauti non di professione, aprendo nuove strade per le indagini scientifiche, tra cui la ricerca sulla salute umana. Inoltre, l’interesse del pubblico per il turismo spaziale aiuta a coltivare un interesse più profondo per la scienza e l’esplorazione, motivando le future generazioni di ricercatori, ingegneri e amanti dell’avventura ad espandere le frontiere della conoscenza umana. Trascorrere più tempo nello spazio potrebbe aiutare a risolvere alcuni dei misteri più inesplicati dell’universo, il che però richiederebbe ancora maggiori investimenti nella ricerca e nelle risorse spaziali.

Di interesse, nonostante sia ancora un tema poco noto e controverso, è il principio dell’autonomia individuale, che rimane al centro dell’argomentare, a favore del turismo spaziale. Questo principio sottolinea l’importanza di rispettare le scelte degli individui e garantire che essi abbiano tutte le informazioni necessarie ma la facoltà di decidere se intraprendere o meno esperienze di turismo spaziale. Ciò sottolinea il diritto intrinseco degli individui di decidere come allocare le proprie risorse. Questo argomento trascende il mero consumismo, rappresentando il nucleo dell’empowerment umano. Nell’affrontare i dilemmi morali di questo settore emergente, occorre considerare la nostra stessa natura: la spinta all’esplorazione e all’ambizione di ricerca di nuove esperienze. Perché pensiamo di dover investire nello sviluppo di questo settore? Cosa lo rende così attraente? Cosa è meglio o cosa è giusto esplorare?

L’esplorazione non riguarda solo gli spostamenti fisici, ma è un aspetto fondamentale dello sviluppo e del progresso umano. Attraverso l’esplorazione, gli individui acquisiscono nuove conoscenze, espandono i loro orizzonti e contribuiscono alla conoscenza collettiva della società.

Ma lo Spazio risveglia anche ambizioni e appetiti ben più profondi e voraci. In ogni rivoluzione tecnologica, la potenza dominante ha la tendenza di considerare l’innovazione come una semplice e normale evoluzione del passato. Se discutere di nuove tecnologie è fondamentale, ancor più cruciale è la capacità di sviluppare nuovi concetti operativi e dottrine di combattimento nello spazio. Non basta avere più risorse: la vittoria appartiene a chi riconosce quando un armamento chiave della potenza militare è ormai obsoleto. La consapevolezza di un cambiamento radicale emerge solo di fronte alla disperazione assoluta o alla sconfitta netta. Durante la Seconda guerra mondiale, ad esempio, il Giappone intuì il potenziale del dominio aereo sui mari, ma sottovalutò la rapidità con cui gli Stati Uniti avrebbero trasformato questa lezione nella costruzione di una potente flotta di portaerei. I giapponesi non compresero che spingere un avversario in una condizione disperata significava costringerlo ad innovarsi e a reinventare le proprie strategie di guerra. E così avvenne.

Uno degli aspetti veramente più straordinari della storia recente è che, durante la Guerra Fredda, Stati Uniti e Unione Sovietica evitarono l’uso delle armi atomiche. Diversamente dai leader europei del 1915 e del 1939, che portarono il vecchio continente alla catastrofe, con la loro miopia strategica, le due superpotenze compresero in fretta che uno scontro diretto sarebbe stato fatale per entrambe. Ciò che differenziò la Guerra Fredda dai due conflitti mondiali fu la consapevolezza che l’uso delle testate nucleari non lasciava alcun margine all’incertezza.

La sopravvivenza di entrambe le potenze dipendeva da un elemento chiave: conoscere l’inconoscibile, ovvero le reali intenzioni dell’avversario. Senza informazioni certe, ciascuno avrebbe avuto sempre la tentazione di attaccare per primo. Negli anni ’50, i sovietici non possedevano ancora la capacità di un primo colpo decisivo e fatale, e questo frenò anche gli Stati Uniti. Ma quando Mosca sviluppò la capacità di un attacco nucleare preventivo, il mondo entrò in una fase estremamente delicata e pericolosa. Il rischio di guerra non derivava più dall’intenzione di combattere, ma dall’incertezza, ossia se chi colpiva per primo aveva più probabilità di sopravvivere dell’altro.

Ad evitare l’apocalisse nucleare fu la logica della distruzione mutua assicurata. Finché entrambi gli schieramenti sapevano che un attacco avrebbe provocato una risposta altrettanto letale, la deterrenza funzionava. Ma per garantire questa stabilità, era essenziale monitorare le capacità del nemico e rilevare in anticipo ogni possibile attacco. E qui entrò in gioco lo Spazio, come dominio per la Difesa: massimizzare l’intelligence e ridurre il fattore sorpresa ridefinì il concetto stesso di prudenza strategica.

Nel tentativo di costruire un arsenale missilistico credibile, l’Unione Sovietica lanciò lo Sputnik, aprendo così l’era dei satelliti artificiali. Gli Stati Uniti reagirono con determinazione, ma al di là della propaganda, la vera rivoluzione fu un’altra: lo sviluppo di satelliti da ricognizione, capaci di sorvegliare le basi nemiche e, successivamente, di individuare il calore dei lanci missilistici. Questa tecnologia trasformò la strategia nucleare: sapere dove fosse il nemico e guadagnare tempo per un contrattacco ridusse drasticamente la possibilità di un colpo a sorpresa vincente.

La deterrenza nucleare funzionò perché l’incertezza iniziale fu progressivamente sostituita da un sottile equilibrio informativo: ci si poteva vedere, l’un l’altro, dallo spazio. La Guerra Fredda, invece di sfociare in una catastrofe globale, si trasformò in una competizione geopolitica a bassa intensità. Le superpotenze impararono l’arte di sfruttare i propri vantaggi, senza spingere il rivale oltre il limite del conflitto aperto. Una lezione che, nell’era della dipendenza dallo Spazio, resta più attuale che mai.

Fattore chiave, costante, è stata, ed è, l’intelligence: la consapevolezza del dominio spaziale, Space Domain Awareness (SDA) – all’origine un termine militare, che indica la comprensione dello spazio, delle forze naturali e delle attività umane che vi si svolgono – prende piede, parallelamente all’interesse per lo spazio, in modo vorticoso ed essenziale. In genere, l’SDA ricomprende anche le attività di Space Situational Awareness (SSA), così come la comprensione di tutto il dominio spaziale (l’architettura spaziale, gli attori, i sistemi di lancio, la produzione, ecc.) e la comprensione di ogni fattore che può influenzare le attività e la sicurezza spaziali. Attività crescenti e complesse, tutte volte a conoscere le capacità spaziali e le mosse dell’avversario o del competitore strategico.

Dopo la Guerra Fredda, lo Spazio ha smesso di essere solo un palcoscenico per la corsa tra superpotenze ed è diventato un dominio sempre più affollato, conteso e strategico. Oggi, oltre 90 Paesi investono in programmi spaziali, e la distinzione tra usi militari e civili si fa sempre più sfumata; il dual use è un termine dottrinale sempre più ricorrente. Ma non sono solo gli Stati a giocare un ruolo chiave: l’ascesa delle aziende private, come detto in premessa, ha rivoluzionato il settore, riducendo i costi di lancio e trasporto, rendendo lo Spazio più accessibile. Questa trasformazione ha portato enormi opportunità, ma anche nuove vulnerabilità, perché la dipendenza dalle infrastrutture private è ormai una realtà, e suddette infrastrutture andrebbero anche protette.

Allo stesso tempo, nuove potenze spaziali, spesso con risorse molto limitate e tecnologie meno avanzate, stanno entrando in gioco, introducendo minacce imprevedibili e alzando la posta in palio. I numeri, in tal senso, parlano in modo inequivocabile: se nel 2010 c’erano meno di 1.000 satelliti attivi in orbita attorno alla Terra, oggi sono quasi 10.000 e il ritmo di crescita è vertiginoso. Alcuni esperti prevedono che entro il 2030 potrebbero arrivare ad essere più di 60.000, ognuno di essi potenzialmente esposto a vulnerabilità, interferenze e attacchi. Lo Spazio quindi non è più solo una frontiera dell’esplorazione, ma il cuore pulsante di un’economia globale che oggi vale circa 650 miliardi di dollari e che potrebbe superare i mille miliardi di dollari entro la fine del decennio, fino ad arrivare a duemila miliardi di dollari entro il 2040. Numeri da far girare la testa.

Man mano che lo Spazio diventa più congestionato e competitivo, il suo ruolo nei conflitti moderni si espande e si rafforza. La guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina è un esempio lampante di questa evoluzione: taluni analisti già la definiscono la prima guerra spaziale commerciale, con aziende private che, è noto, forniscono supporto satellitare cruciale alle operazioni militari. Parallelamente, eventi come la distruzione intenzionale di un satellite russo, nel 2021, dimostrano come lo Spazio stia diventando sempre più militarizzato e molto vulnerabile ad azioni deliberate o ostili. Senza contare, che, ad oggi, risulta quasi impossibile risalire all’autore.

Ma lo Spazio, ovviamente, non è solo un’arena di confronto competitivo: è una dimensione geostrategica unica e peculiare, con caratteristiche ed implicazioni che vanno ben oltre i classici scenari terrestri. La crescente dipendenza dalle infrastrutture spaziali per la sicurezza e l’economia globale rende qualsiasi minaccia a questi sistemi come un rischio concreto. In un mondo in cui i dati satellitari regolano comunicazioni, trasporti, difesa e operazioni finanziarie, proteggere lo Spazio significa proteggere la nostra sopravvivenza e il nostro futuro. Ed è proprio questa consapevolezza che impone una nuova strategia: più attenzione, più regolamentazione e una revisione critica del nostro rapporto con questa frontiera, sempre più fragile e sempre più contesa.

Osservandolo da una prospettiva di breve periodo, lo spazio sta acquisendo importanza sempre più crescente per la difesa, la sicurezza, le tecnologie emergenti e, soprattutto, la prosperità globale. Guardandolo invece in una prospettiva di lungo periodo, lo spazio sarà più un teatro di guerra o un’intrigante e misteriosa destinazione turistica?


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