Russia
Dossier Trump: The Manchurian candidate. Parte Quarta
Parte Quarta Caviar Connection 8. Obyekt razrabotkiNella carriera imprenditoriale di Donald Trump la Russia appare e ricompare come una presenza ricorrente, spesso sotto forma di amicizie e conoscenze più o meno impresentabili ma sempre piuttosto utili e quindi bene accette dal tycoon e dalla sua morale


Parte Quarta
Caviar Connection
8. Obyekt razrabotki
Nella carriera imprenditoriale di Donald Trump la Russia appare e ricompare come una presenza ricorrente, spesso sotto forma di amicizie e conoscenze più o meno impresentabili ma sempre piuttosto utili e quindi bene accette dal tycoon e dalla sua morale molto elastica. Tra questi, diversi soggetti collegati alla criminalità organizzata russa trapiantata negli Stati Uniti, di cui abbiamo parlato nella puntata precedente.
C’è stato però un ulteriore livello di influenze russe, al di sopra di quello criminale, ad avere catturato l’attenzione di Trump: parliamo di quello formale-istituzionale con cui il tycoon entra in contatto a partire dal marzo 1986, ovvero dall’ingresso nella scintillante Trump Tower di NY dell’ambasciatore sovietico all’ONU, Yuri Dubinin e di sua figlia Natalia con i quali da quel momento Trump instaura un rapporto di amicizia che avrà inquietanti sviluppi.

Non si sa cosa abbia spinto Dubinin ad entrare in un tempio del capitalismo come la Trump Tower per incontrarne uno dei suoi più spregiudicati epigoni: forse il caso oppure semplice curiosità, come riferito da sua figlia al quotidiano Komsomolskaya Pravda. Si sa però che nel 1984 il capo del Primo Direttorato del KGB responsabile della raccolta d’intelligence all’estero, generale Vladimir Kryuchkov, aveva dato ordine di intensificare gli sforzi di reclutamento di informatori negli Stati Uniti di Reagan, utilizzando adulazione ed incentivi economici.
Tra i bersagli preferiti, secondo le linee-guida di Kryuchkov diramate alle residenture estere del Primo Direttorato, vi erano uomini politici, sindacalisti, imprenditori e tutti coloro che dimostravano simpatie verso l’URSS.
È quindi assai probabile che Trump, per via dei suoi contatti con elementi criminali russi legati al KGB, come Semyon Kislin e David Bogatin, fosse già stato segnalato a Mosca come obyekt razrabotki, ovvero come soggetto promettente su cui lavorare.
Non solo. Le istruzioni di Kryuchkov ai suoi agenti negli USA richiedevano che venissero compilate precise schede caratteriali dei soggetti monitorati, tra cui ambizione, vanità, egoismo e possibilità di carriera politica, compresa la capacità di raggiungere i massimi traguardi istituzionali nel proprio paese.
Tra le altre raccomandazioni di Kryuchkov vi era l’incentivo all’utilizzo delle reti dei “servizi segreti amici”. Tra questi rientrava ovviamente lo StB cecoslovacco che fin dal 1977 aveva messo sotto osservazione Ivana Zelní?ková, prima moglie di Trump da lui sposata nel marzo dello stesso anno.
Un paragrafo fondamentale della scheda riguardava poi le vulnerabilità, vale a dire l’attitudine del soggetto ad essere irretito in un kompromat: quindi attività illegali, tangenti, corruzione, attività extraconiugali, preferenze sessuali e quant’altro il KGB potesse un giorno rivolgere contro di lui sotto forma di pressione e ricatto.

Ultimo aspetto importante, il fatto che nell’Unione Sovietica gli ambasciatori all’estero dovessero ricevere il nulla osta da parte del KGB ed in parte provenire dalle fila dello stesso servizio, sovente dopo essere stati osservati e quindi arruolati tra gli studenti delle università e via via seguiti nella loro carriera.
Non sappiamo se Dubinin, ambasciatore di rango elevato, fosse organico al KGB, ma di certo non avrebbe potuto operare a dispetto di esso.
Se ne deduce quindi che la sua visita a Trump, nella più scintillante mecca capitalistica della capitalistica NY non potesse non avere l’avallo del KGB e quindi uno scopo preciso.
Non a caso abbiamo accennato al servizio segreto cecoslovacco StB, uno dei cui ruoli era il costante monitoraggio dei cittadini della CSSR all’estero. Tra questi vi era ovviamente Ivana Zelní?ková (1949-2022), futura prima moglie di Donald Trump.
Vi sono diverse fonti che riferiscono dettagli sull’interesse dello StB verso l’aspirante fotomodella: una di queste è la giornalista ed autrice Zarina Zabrisky, nel suo scritto Trump’s early contacts with Russia:
Nel giugno del 1977, un informatore con il nome in codice “Lubos” riferì che Ivana Zelní?ková si era sposata in Austria nel 1968, per poi emigrare in Canada [nel 1971, dopo il divorzio] e successivamente negli Stati Uniti, dove aveva lavorato come modella prima di sposare Donald Trump.
Lubos fece notare come l’azienda di Trump fosse “assolutamente sicura dal punto di vista economico”, poiché riceveva commissioni dallo Stato.
Secondo le procedure StB, tutta la famiglia Zelní?ek era stata messa sotto sorveglianza a partire da suo padre Miloš, la cui corrispondenza con la figlia negli USA viene costantemente monitorata. Lui stesso, sottoposto a pressioni, è costretto a rivelare dettagli se sul genero e sulla carriera imprenditoriale di Trump. Secondo quanto riportato da Politico, Miloš sarebbe stato convinto a rivelare informazioni in cambio della concessione a Ivana dei visti d’ingresso nececessari per tornare a trovare periodicamente i genitori in Cecoslovacchia.
Conferme arrivano anche dal The Guardian tramite l’ex funzionario StB Vlastimil Dan?k
“Trump era ovviamente una persona molto interessante per noi. Era un uomo d’affari, aveva molti contatti, anche nella politica statunitense. Eravamo concentrati su di lui, sapevamo che era influente. Avevamo informazioni che puntava a diventare presidente”.
Le ambizioni politiche di Trump sono l’esca che attira le maggiori attenzioni dello StB al di là della routine con cui venivano attenzionati i fuoriusciti cecoslovacchi ed i loro familiari. Quindi non solo il dipartimento StB di Zlin, città natale di Ivana, ma anche le massime autorità di Praga.
Alla fine degli anni ’80 il Primo Direttorato StB, omologo di quello del KGB, decide quindi di distaccare un proprio team negli States, con l’incarico di monitorare Trump da vicino. Si tratta di quattro agenti, uno dei quali identificato come Jaroslav Jansa, nome in codice Jarda.
Per Jansa Trump è uno dei diversi soggetti da attenzionare grazie ai quali ha l’autorizzazione a viaggiare in Occidente per stabilire contatti e tessere reti. Ma per i suoi capi a Praga è un obiettivo da monitorare con attenzione.
Molti anni più tardi, intervistato dal Guardian, Vlastimil Dan?k dirà:
“Il primo dipartimento della StB era interessato a lui. Non so però se abbiano condiviso le informazioni su Trump con il KGB. Non posso verificare o negare.”
9. Come il miele per un’ape
Che il KGB fosse interessato a Trump è fuori di dubbio; che avesse in mano anche il fascicolo raccolto dallo StB non è certo ma assai probabile. I due servizi non solo collaboravano strettamente, ma il KGB controllava da vicino lo StB e disponeva di agenti doppiogiochisti che ne verificavano la fedeltà ideologica.
Dunque è con questo background in mano che Dubinin entra nell’ufficio di Trump nel marzo 1986 accompagnato da sua figlia, la quale già da tempo si trovava negli USA con la delegazione sovietica all’ONU, a sua volta piena zeppa di agenti KGB e GRU sotto copertura. È la prima visita di Dubinin a NY e si rivelerà fruttifera.
La simpatia tra i due è immediata. L’esperto e navigato ambasciatore, che a suo tempo aveva fatto da interprete tra Krushchev e De Gaulle, adula e circuisce abilmente l’egocentrico Trump, tanto che Natalia Dubinina più tardi osserverà come la visita di suo padre avesse funzionato su Trump come il miele per un’ape.
Questo incontro, improvvisato o forse no, darà buoni frutti. Circa sei mesi più tardi i due si incontrano nuovamente ad un evento organizzato da Estée Lauder dove Dubinin, nel frattempo promosso ambasciatore sovietico negli USA, propone a Trump di fare visita a Mosca, dove in piena era gorbacheviana si stavano aprendo spazi per poter fare buoni affari. È l’esca adatta per un soggetto come Trump.

Puntualmente infatti, nel gennaio 1987, una lettera recapitatagli da Dubinin informa Trump della possibilità di costruire e gestire un albergo di lusso in joint-venture a Mosca; partner sovietico di questa impresa sarebbe stata la Goskomintourist, agenzia statale per il turismo internazionale costituita da Stalin nel lontano 1929 sotto l’apparenza di ente turistico, ma in realtà preposta a monitorare ed eventualmente reclutare gli stranieri autorizzati ad entrare in Unione Sovietica: tra questi Donald Trump, che in quel gennaio 1987 era stato appena aggiunto alla lista dei richiedenti-visto.
“Sono solo affari”, obietterà qualcuno, “opportunità che si aprono e che Trump vuole sfruttare”.
Non esattamente. Non quando la controparte è una emanazione del KGB con i suoi metodi ed i suoi trascorsi, cui Trump si stava consegnando lucidamente e volenterosamente, al punto da ritrovarsi, una volta rientrato da Mosca, a fare da guastatore del suo stesso paese, quasi ripetendo il manuale d’istruzioni della propaganda sovietica.
Pochi sanno infatti che nel settembre 1987, alcuni mesi dopo essere ritornato dal suo viaggio a Mosca, Trump farà pubblicare a proprie spese su tre quotidiani americani tra cui il WP un annuncio a tutta pagina con il quale sollecitava l’amministrazione Reagan a ritirare gli aiuti ai suoi principali alleati in Asia, vale a dire Giappone e monarchie del Golfo, sostenendo che dovessero essere quei paesi a pagare le spese della loro difesa (1). Lo stesso leitmotiv, che relativamente all’Europa, viene ripetuto in questi giorni.

Secondo Jurij Shvec, fino al 1987 direttore della residentura KGB a Washington, il KGB aveva la convinzione di avere agganciato Trump già dal 1987 a prescindere dal fatto che lui ne fosse realmente consapevole; infatti, il modo che il tycoon aveva di agire, reagire e valutare le cose era sostanzialmente allineato al punto di vista ed agli interessi del KGB.
Dopodiché, non è in alcun modo una attenuante il fatto che Trump potesse anche non avere avuto la consapevolezza di essere una pedina in mano altrui, come non lo era stata negli anni in cui aveva lungamente intrallazzato con le famiglie mafiose: semplicemente, a Trump non è mai importato nulla di chi o cosa fossero i suoi partner d’affari, che si trattasse di mafiosi, spie o corruttori e corrotti, bensì unicamente se vi fossero le possibilità di arrivare ad un deal reciprocamente vantaggioso, a prescindere da ogni altra considerazione etica, morale o politica. Un principio spregiudicato ed amorale da cui Trump non ha mai derogato e che lo guida tutt’ora.
Non sappiamo quali pensieri passassero nella testa di Trump in quel gennaio 1987, mentre si predisponeva a partire per Mosca assieme a sua moglie Ivana, ma siamo ragionevolmente certi che il suo ego ne fosse solleticato e insuperbito dall’essere uno dei primi businessmen americani invitato a fare affari a Mosca. Trump probabilmente intravedeva nell’URSS una prateria aperta di opportunità e guadagni e di certo nulla gli importava di chi potesse avere di fronte o di chi fossero realmente i suoi interlocutori. O se pure gli fosse venuto in mente, di certo contava sulle proprie doti di affabulatore e venditore di tappeti e sulle proprie qualità di mezzano di lusso.
Peccato però che questa volta non avesse davanti un capofamiglia mafioso con cui scendere a patti o un corrotto burocrate su cui fare pressione o un piccolo affarista da intimidire con i suoi modi da gangster, bensì i rappresentanti di un sistema come il KGB, sofisticato e manipolatorio, formidabile nell’inganno e dalle potenti capacità cognitive e predittive, abituato a controllare e non ad essere controllato.
Mentre partiva da NY con destinazione Mosca, Trump il cacciatore era già diventato preda.
Il burattinaio si stava trasformando in burattino.
(1) Belton, p. 565
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Ottimi e interessanti articoli ma allo stesso tempo inquietanti, guardando alle questioni che ci riguardano direttamente nel mondo di oggi.
Grazie per la divulgazione di certi eventi e questioni che in Italia non vengono affrontati nei canali di informazione principali.
Grazie a lei