Il dibattito delle idee
Manuale per non lasciarsi impressionare dalla propaganda di regime
Nei territori italiani occupati dalla Germania nazista, subito dopo la firma dell'armistizio e il passaggio dell'Italia sul fronte degli Alleati, il Terzo Reich si preoccupò subito di controllare la stampa. Nelle zone del Litorale adriatico – che comprendevano le province di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume



Nei territori italiani occupati dalla Germania nazista, subito dopo la firma dell’armistizio e il passaggio dell’Italia sul fronte degli Alleati, il Terzo Reich si preoccupò subito di controllare la stampa. Nelle zone del Litorale adriatico – che comprendevano le province di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Lubiana – si pubblicava la Deutsche Adria Zeitung.
Ne parlo perché, in questi giorni, mi è capitata sotto gli occhi una delle loro vignette propagandistiche. Il disegno mostra due scene in parallelo: a sinistra c’è una persona di colore frustata da un bianco, a destra un militare di colore in trincea.
Gli americani e gli inglesi – questo era il messaggio – in realtà disprezzano le persone di colore. Le schiavizzano in patria ma le usano come carne da macello in guerra, riconoscendo loro la stessa dignità degli altri, solo quando devono mandarle al fronte. Accusano noi tedeschi di razzismo ma in realtà sono solo ipocriti moralisti.
Si vede anche, in un’altra vignetta, un militare afroamericano circondato da tre ricche signore, che blandendolo esclamano “Come deve essere dolce morire per la nostra patria”: l’idea sussurrata alle orecchie del lettore è che i soldati di colore, quasi tutti di umili origini, vanno a morire per i ricchi americani, non certo per salvare la “libertà” e i “diritti”, chiacchiere da guerrafondai.
Naturalmente non mancano vignette sugli ebrei, descritti come i veri artefici del conflitto, montato ad arte solo per aumentare il loro potere sulle finanze mondiali. Non possono mancare i leader anglo-americani: Roosevelt e Churchill sono rappresentati nell’atto di offrire il sangue dei soldati Alleati alla divinità del Petrolio, in un macabro rito propiziatorio.
Si trattava, in tutta evidenza, di un completo capovolgimento della realtà: chi aveva scatenato una furiosa guerra di conquista, proiettava sugli avversari le proprie intenzioni. Chi aveva organizzato l’apocalittico crimine della Shoah, accusava gli altri di mancato rispetto della dignità umana. La tecnica utilizzata, per quanto già collaudata, risulta sempre efficace: ci si incunea con un palanchino tra le contraddizioni morali dell’avversario – a meno che non si abbia a che fare con Dio in persona ve ne sono sempre – e le si allarga fino a farle sembrare una voragine.
Certo che gli Stati Uniti avevano e hanno un problema di razzismo interno nei confronti nelle persone di colore, ma è anche vero che nella dinamica da società aperta che li contraddistingue (lasciamo stare l’attualità trumpiana), quei problemi sono stati tema di dibattito pubblico e di lotta civile (anche drammatica), che ha portato tangibili progressi nei diritti dei gruppi discriminati.
È stato possibile vedere un presidente americano di colore, mentre è impossibile anche solo immaginare un ministro ebreo nella Germania nazista. Certo, ancora, dalla discesa in campo nella Seconda guerra mondiale, gli USA hanno ricavato un’ulteriore e definitiva espansione della loro influenza imperiale nel vecchio continente e non solo.
Ma è anche vero che entro tale potere hanno potuto trovare protezione e difesa i valori della libertà e della democrazia: nessuno può negarlo senza replicare quel massimalismo ideologico, cui si aggrappava la propaganda nazista per equiparare le democrazie incoerenti alle dittature coerenti.
È su tale massimalismo che si appoggia anche oggi la propaganda putiniana, coi suoi pappagalli stocastici che la ripetono fedelmente, magari sedendo dietro una cattedra universitaria. Se la democrazia è un miscuglio di bene e male che tende, a volte efficacemente a volte meno, al proprio miglioramento, la propaganda dei dittatori funziona perché chiarisce: il “bene”, i “valori” sono solo la maschera di un sottofondo che il potere non ti mostra, che è uguale a quello dei Paesi cosiddetti non-democratici.
Tale schema attecchisce perché alimenta il piccolo gnostico che abita in ciascuno di noi, che insoddisfatto dall’intreccio storico a volte inesplicabile di grano e zizzania, aderisce subito alla spiegazione “superficie (bugia) versus sottosuolo (verità)”. Di tale approccio il cinismo è la filosofia prima e la sfiducia la tonalità emotiva fondamentale.
Va da sé che, in questo orizzonte, gli aiuti militari all’Ucraina non sono certo difesa della libertà – dai, sei ancora così ingenuo? – ma mero ausilio all’industria delle armi; che le ipocrisie interne alle nostre democrazie diano la stura per metterle sullo stesso piano di ogni altro regime illiberale; che i limiti democratici della burocrazia di Bruxelles, rendano l’UE né più né meno che una Russia più ipocrita; che Zelensky non sia l’ammirabile leader di una nazione in tempesta, ma solo un burattino nelle mani di inconfessabili interessi. Sono tutte illogicità perfettamente logiche, una volta partiti dalle promesse sbagliate.
In siffatto scenario, diventa perfino ammissibile una denigrazione morale delle democrazie, portata avanti dai regimi illiberali e dai loro sodali, consapevoli o meno che siano. Joseph Goebbels affermava che le cosiddette democrazie occidentali – si noti il “cosiddette” prima di “democrazie”, espediente retorico molto utilizzato anche oggi – non sono altro che un caos mascherato da libertà, un terreno fertile per la decomposizione morale.
Allo stesso modo, Alexandr Dugin e tante voci del regime putiniano odierno, descrivono l’Europa come il regno della corruzione dei costumi e la democrazia liberale come la casa del vizio, della deviazione antropologica, della falsa libertà. Toni severi ha usato anche J.D. Vance lo scorso mese di febbraio. Il vicepresidente degli Stati Uniti ha parlato di un “nemico interiore” dell’Europa, che sarebbe guidata da tecnocrati incapaci di ascoltare il popolo e promuovere la libertà.
Anche qui, come negli altri casi, si parte da un minimo aggancio alla realtà, che viene poi esagerato fino a presentare un’immagine caricaturale. Chi invade un altro Paese, portando morte e distruzione, rapendo i bambini e minacciando di eradicare la cultura locale, taccia il nemico di corruzione morale.
Chi ha giustificato l’assalto al Campidoglio e fa parte di un’amministrazione, quella trumpiana, che taglia i fondi alla ricerca universitaria in base alla simpatia ideologica, dà lezioni di libertà e anti-dirigismo agli altri. Mi torna in mente Totò Riina, responsabile delle stragi che sappiamo, che un giorno, in tribunale, condannò moralmente Tommaso Buscetta perché aveva avuto più di una moglie.
Il problema è che tali discorsi trovano un aggancio nelle file di chi, in Europa, nelle accademie, nelle chiese, nel sistema comunicativo, parla con tono avvilito di “un’Europa che ha perso la propria anima”. In fondo nelle parole di un Dugin o di un Vance non pochi, anche in buona fede, ci trovano del giusto e non fiutano la trappola, che consiste in ciò: assumere l’immagine dell’Europa elaborata da coloro che la odiano. Proprio il senso critico, che rappresenta una delle ricchezze da custodire, invita a rifiutare la mela avvelenata e a preferire una libertà che può perdersi a qualsiasi altra cosa.
Una proposta concreta, anche se di difficile attuazione. Di fronte a tutto ciò, non credo serva a molto controbattere punto per punto con le armi della logica. Karl Loewenstein nell’articolo “Democrazia militante” del 1937, ha sostenuto che quella fascista è “la più efficace tecnica politica della storia moderna”.
Proprio come i vecchi, anche i nuovi fascismi – mi si concederà, per ragioni di spazio, l’utilizzo un po’ generico di questo termine – sono vuoti di contenuti. La loro “filosofia” è il rivestimento di una mera tecnica di conquista del potere. Questo li rende molto adattabili. Mettendo al bando ogni “fondamentalismo razionale”, non si può che opporre una propaganda che scenda sul medesimo terreno, che si sporchi le mani, che non abbia paura di utilizzare di più il richiamo all’emotività.
Non dico, naturalmente, di dismettere il serio lavoro dell’intelletto, di qualsiasi declinazione. Accanto a questo, però, sarebbe anche ora di organizzare, in modo concentrato e capillare, una comunicazione in grado di diffondere in modo immediato e semplice i messaggi che stanno a cuore agli amici della società aperta.
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Ineccepibile. L’attuale situazione geopolitica rende ancor più inevitabile l’assunto della legge di Godwin. E con buona ragione.