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I referendum sul lavoro di Landini: perché non andrò a votare

Maurizio Landini presenta le firme raccolte per i referendum sul lavoro promossi dalla CGIL

Lavoro & Sindacato

I referendum sul lavoro di Landini: perché non andrò a votare

L’8 e il 9 giugno prossimi gli italiani saranno chiamati ad esprimersi su cinque quesiti referendari. Quattro di questi riguardano la disciplina del lavoro. Il quinto concerne la Cittadinanza italiana, e in particolare il “dimezzamento da 10 a 5 anni dei tempi di residenza legale in

Maurizio Landini presenta le firme raccolte per i referendum sul lavoro promossi dalla CGIL
Vincenzo Russo28/04/2025Aggiornato 08/05/202512 min lettura2.553 parole

L’8 e il 9 giugno prossimi gli italiani saranno chiamati ad esprimersi su cinque quesiti referendari. Quattro di questi riguardano la disciplina del lavoro. Il quinto concerne la Cittadinanza italiana, e in particolare il “dimezzamento da 10 a 5 anni dei tempi di residenza legale in Italia dello straniero maggiorenne extracomunitario per la richiesta di concessione della cittadinanza italiana”. Quest’ultimo non sarà preso in considerazione nella presente trattazione, perché il tema merita uno specifico approfondimento (qui trovate degli interessanti spunti di riflessione).

L’istituto del referendum abrogativo (art. 75 cost.) ha rappresentato da sempre, nel nostro ordinamento, un elemento di tensione tra le due dimensioni della democrazia: quella rappresentativa e quella diretta. Basti ricordare che alla riserva di legge ex art. 75, comma 5, cost., non venne dato alcun seguito sino al 1970 (ricordiamo che la Costituzione entra in vigore l’1 gennaio del 1948). Fu solo allora, infatti, che la Democrazia cristiana, interrompendo l’ostruzionismo sulla proposta di legge sul divorzio, ottenne il consenso dei partiti laici sulla legge sul referendum, che avrebbe consentito all’ampio fronte antidivorzista di opporsi alla legge sullo scioglimento del matrimonio approvata dal Parlamento. In tal modo si pervenne alla legge n.352 del 1970 che rese possibili i referendum, fra cui quello sul divorzio, con la vittoria dei “no”.

Considerato che dal maggio del 1974 (referendum sul divorzio) si sono tenute ben 67 consultazioni referendarie, il referendum abrogativo non ha certo confermato quel carattere di eccezionalità che era invece emerso nel corso dell’acceso dibattito in Assemblea costituente. Il Partito radicale (forza di minoranza in Parlamento) è stato certamente il principale artefice del successo referendario, seguito a ruota da altri partiti e/o movimenti .

Volendo riassumere la storia referendaria italiana, si può dire che il referendum abrogativo ha via via assolto le diverse finalità formulate con la sua teorizzazione. Esso ha svolto la funzione di stimolo favorendo l’intervento del legislatore per evitare il voto dopo il deposito delle richieste referendarie (come nel 2016 e nel 2017 con riferimento ai referendum sulle trivelle e sui voucher). Ha rappresentato uno strumento di garanzia delle minoranze, nei casi in cui è stato proposto in netta contrapposizione all’attività legislativa del Parlamento, come per il referendum sul divorzio, sull’aborto, e sulla procreazione medicalmente assistita. Il Partito radicale, poi, è stato il promotore di vere e proprie iniziative di contropotere e di rottura (come i referendum del 1981 sull’ordine pubblico, l’ergastolo, il porto d’armi e l’aborto, o quello del 1987 sulla responsabilità civile del giudice). Ciò, evidentemente, a prescindere dall’esito della consultazione referendaria.

Ora, è veramente difficile riuscire a inquadrare la natura dei quesiti referendari sul lavoro proposti dalla Cgil. Il segretario Maurizio Landini sembra utilizzare il referendum per una chiamata alle “armi” del popolo dei lavoratori, ancora una volta, contro il Jobs Act e i suoi (presunti) catastrofici effetti sulle vite dei lavoratori. Colpisce il tratto populista dell’accorato appello ai lavoratori, considerati quasi come un’entità pre-politica da stato di natura russoviano. Una sorta di insieme organico che non ammette distinzioni al suo interno (viste come inutili e deleterie divisioni), come se nel frattempo i processi di specializzazione non avessero determinato una frammentazione tra una miriade di identità professionali con specifiche esigenze e non sempre comunicanti tra loro.

Per Landini poco importa, perché la sua è una crociata contro i poteri forti e le solite élite usurpatrici che hanno tradito le legittime aspirazioni di milioni di onesti lavoratori. Non si tratta solo di uno scontro politico e sociale, perché ad essere toccata è anche la sfera etica: l’antitesi morale tra ciò che è giusto e ciò che non lo è, tra chi è onesto e chi è corrotto. Insomma, emerge la quintessenza del neopopulismo sindacale di Landini.

Il paradosso è che la mobilitazione referendaria viene proclamata quando le condizioni del mercato del lavoro, per alcune delle sue più importanti variabili macroeconomiche, sono le migliori di sempre. E’ così per il livello di occupazione e per il tasso di disoccupazione (vedi i grafici seguenti).

  Fonte: Istat

  Fonte: Istat

Attenzione però, tali risultati non sono il semplice effetto di breve periodo delle politiche economiche del governo Meloni. Non ci sono gli estremi per alcuna agiografia governativa. Il discorso sarebbe puerile, perché gli andamenti positivi che si osservano in Italia sono in realtà comuni a tutti i paesi europei che registrano, almeno negli ultimi due anni, aumenti consistenti dell’occupazione, soprattutto se paragonati alla modesta crescita del Pil nello stesso periodo, sulle cui cause reali gli economisti si interrogano.

Il racconto che fa Landini del mercato del lavoro e, più in generale, dell’intera economia, non può meravigliare più di tanto. Esso rappresenta, infatti, il comune denominatore della sciatteria e della pochezza intellettuale di un pezzo importante dell’intera classe dirigente italiana. Nell’individuare nessi di causa-effetto fantozziani, molte delle nostre “eminenze” politiche, che pullulano in tutto l’arco costituzionale, hanno in testa un primitivo modello economico “superfisso” che fornisce risposte certe e immediate da dare in pasto ai cittadini per poterli meglio abbindolare, rimuovendo bellamente ogni vincolo logico ed empirico.

Poiché Keynes aveva ragione nel dire che nessuno può ritenersi immune dalle influenze ideali, provenienti da pensieri lontani, quando ci si arrabatta su questioni pratiche, è probabile che (più o meno consapevolmente), nel tentativo di leggere i fatti economici, i maître à penser della politica nostrana si rifacciano a una versione semplificata dei vecchi modelli di Sraffa e Leontief, tradizionalmente in uso tra i sindacati, la sinistra radicale, ma non solo.

Secondo tali costrutti concettuali i bisogni degli individui sono fissi e immutabili, e vanno soddisfatti in ogni caso, indipendentemente dal livello dei prezzi. In altri termini, se i prezzi salgono, non c’è alcuna contrazione dei consumi, a prescindere dal reddito. Risultano essere fissi anche i metodi di produzione e le combinazioni dei fattori produttivi. Emerge il quadro di un mondo quasi ingessato che, se cambia, lo fa gradatamente e senza scossoni. Ciò vale sia per il mercato dei beni sia per il mercato del lavoro. Il fulcro del modello sta nel negare la funzione allocativa dei prezzi, i quali assolvono, invece, un ruolo meramente redistributivo. Il fatto che negli anni settanta si considerò, a un certo punto, il salario come una variabile indipendente dipendeva proprio dall’uso di tale arsenale concettuale.

Se le cose stanno così, è facile che si tenda a esaltare la funzione redistributiva rispetto a quella della crescita economica. Considerando la ricchezza prodotta (Pil) nella sua staticità, come una torta di cui, oramai, non ha senso cercare di incrementarne le dimensioni, il conflitto politico e sociale si dipana sul terreno della sua spartizione, poiché il modello “superfisso” è in grado di sterilizzare ogni effetto deleterio della redistribuzione dei redditi. Si tratterebbe insomma di un semplice gioco a somma zero nel quale ciascuno ambisce a una fetta più grande della medesima torta.

Il corollario, quasi naturale, di un simile approccio è che dal dibattito economico politico è pressoché scomparso il termine “produttività”. Per intenderci, la produttività (assieme alla distribuzione del reddito e alla disoccupazione) è una delle poche cose importanti di un sistema economico. Quelle in grado di incidere sul tenore e sulle condizioni di vita di intere popolazioni. I miglioramenti delle condizioni lavorative registratesi nel corso del tempo, sia salariali sia in termini di riduzioni d’orario e condizioni generali, sono stati possibili grazie agli incrementi di produttività del lavoro stesso, condizionati a loro volta dalla Ptf (produttività totale dei fattori).

Se non si parla di produttività, è perché, probabilmente, nella Treccani del modello “superfisso” la si associa al concetto di lavoro a “cottimo”, il che rimanda alla piaga dello “sfruttamento”, che in tal caso non c’entra nulla. E’ il perenne riaffiorare della lotta di classe che catalizza l’attenzione su residuati ideologici ed impedisce di prendere nella dovuta considerazione quello che è il principale problema del lavoro in Italia: la cronica stagnazione dei salari reali che impoverisce milioni di lavoratori. Non è un caso, perché essa dipende, in primo luogo, proprio dall’andamento della produttività del lavoro, anch’essa al palo da anni.

Il paese di santi, poeti navigatori, con un sistema scolastico di stampo gentiliano che considera ancora le discipline scientifiche ed economiche ancillari rispetto alla conoscenza delle materie umanistiche, fa sì che anche le favole più fantasiose riescano ad attecchire tra l’incultura generale delle basi elettorali. E’ il caso di uno dei cavalli di battaglia del leader leghista, Salvini, il quale da diversi lustri avrebbe deciso di mandare la gente in pensione anticipatamente, perché ciò che fa comodo è giusto e perché ridurrebbe la disoccupazione. Il principio (di cui non v’è traccia nella realtà, ennesimo frutto marcio del modello superfisso) sarebbe quello dei vasi comunicanti, per cui un lavoratore anziano esce, uno giovane entra. L’aumento della spesa pensionistica non è un problema, perché sarebbe finanziata dalla fiscalità generale (non detto). Solo che la realtà, prima o poi, ti sbatte in faccia anche le più perfide manipolazioni, e la Legge Fornero, vittima sacrificale delle miserrime invettive salviniane, non è stata né abolita, né corretta. Anzi, il ministro dell’economia Giorgetti (leghista anche lui) ne ha riscoperto le virtù.  

Passiamo ad analizzare nel dettaglio i singoli quesiti referendari proposti dalla Cgil di Landini che continua a guardare al passato, ignorando le questioni vere.

Il primo quesito mira all’abrogazione del d.lgs. n. 23 del 2015, che disciplina i licenziamenti del contratto a tutele crescenti del Jobs Act (una legge delega cui hanno fatto seguito una serie di decreti legislativi di attuazione), che consente alle imprese (con più di 15 dipendenti) di non reintegrare una lavoratrice o un lavoratore licenziato in modo illegittimo nel caso in cui sia stato assunto dopo il 2015. E’ evidente che, in tal caso, il vessillo da issare sarebbe quello del ripristino dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, con l’obbligo di riassunzione in caso di licenziamento economico dichiarato dal giudice come immotivato e illegittimo.

Due considerazioni: da un punto di vista statistico i dati Istat e Inail ci dicono che i licenziamenti, dal 2015, non sono aumentati, ma che anzi tendono a diminuire. In secondo luogo, se vincesse il “sì”, tornerebbe ad applicarsi a tutti i rapporti di lavoro la Legge Fornero, con la riduzione del limite di indennizzo per i licenziamenti ingiustificati a 24 mensilità. E, considerato che per i rapporti di lavoro costituiti dopo il 7 marzo 2015, si applica oggi il limite di 36 mensilità previsto dal d.lgs. n. 23/2015, il risultato sarebbe quello di un netto peggioramento per i lavoratori.

Il secondo quesito punta alla cancellazione del tetto all’indennità nei licenziamenti nelle piccole imprese. Si cerca di aumentare le tutele per chi lavora in aziende con meno di quindici dipendenti, cancellando il limite massimo di sei mensilità all’indennizzo in caso di licenziamento ingiustificato. Se l’intento è positivo, la vittoria del “sì”, con l’abolizione del limite al risarcimento, potrebbe indurre i giudici (che ritenessero ingiustificati i licenziamenti) a condannare i piccoli imprenditori a risarcimenti spropositati, ben oltre le loro capacità finanziarie. Per chi ignora l’esistenza degli incentivi in economia (in base alle ferree e immutabili regole del modello superfisso), non sarà un problema. Il piccolo imprenditore potrebbe, invece, pensare, visto l’accresciuto rischio, di ridurre la quota di lavoratori assunti con il contratto a tutele crescenti.

Il terzo quesito riguarda l’eliminazione della norma, contenuta nel d.lgs. n. 81/2015 (un altro dei decreti attuativi del Jobs Act), che consente la stipula di contratti a tempo determinato per i primi 12 mesi senza necessità di una specifica “causale”.  La vittoria del “sì” determinerebbe il ritorno alla legge del 2001, che prevedeva sempre l’obbligo dell’indicazione di una “causale”. Anche qui, però, il presunto abuso di tale forma contrattuale è smentito dalla realtà: dal 2015 a oggi la quota dei contratti a termine sul totale degli occupati non è aumentata. Il rischio concreto è che si venga a determinare una maggiore incertezza legata al proliferare di un nuovo contenzioso giudiziale su tale cavillosa materia.

Il quarto quesito concerne l’esclusione della responsabilità solidale di committente, appaltante e subappaltante negli infortuni sul lavoro. Si vogliono eliminare le misure che impediscono, in caso di infortunio sul lavoro negli appalti, di estendere la responsabilità all’impresa appaltante. Il tema della sicurezza sul lavoro è senz’altro di cruciale importanza poiché a essa sono direttamente collegati la dignità dei lavoratori e il loro fondamentale diritto alla tutela dell’integrità fisica, psichica, nonché alla vita.

Proprio per tale ragione bisognerebbe evitare di proporre soluzioni semplicistiche dagli effetti taumaturgici, sullo sfondo degli attuali scenari dipinti come apocalittici, come se nulla di buono fosse stato fatto nel frattempo. E’ questo, ad esempio, il tenore delle recenti dichiarazioni di Alessandro Barbero (l’istrionico professore di storia del medioevo, che ha oramai indossato i panni di opinion leader a tutto campo) che intervenendo a supporto di Landini,  ha affermato che bisogna votare “si” ai referendum sul lavoro affinché questo “torni a essere stabile e sicuro”. Se Barbero avesse avuto l’accortezza di verificare la serie storica dell’Inail che documenta il numero dei morti sul lavoro, avrebbe scoperto che il numero di decessi è al minimo storico. Ciò per dire che il lavoro non è mai stato così sicuro come oggi, anche se con fasi alterne, in virtù dell’evoluzione della disciplina sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Ed è ovvio che bisogna proseguire su questa strada migliorando la normativa, i controlli e incidendo il più possibile sugli aspetti culturali della sicurezza.

Posto che una sola morte sul lavoro è inaccettabile, non è certamente con l’ampliamento della responsabilità, sic et simpliciter, che si risolve la questione. L’estensione della responsabilità solidale all’impresa committente potrebbe produrre effetti positivi quando l’impresa appaltatrice opera in stretta dipendenza (economica) dalla committente, la quale ha la possibilità materiale, in termini di tempo e procedure, della verifica periodica del rispetto delle condizioni di sicurezza relative a lavoratori esterni, non suoi. Quando il rapporto tra le due imprese è occasionale, saltuario, non avrebbe molto senso, perché mancherebbero i presupposti per l’effettuazione di utili controlli e verifiche.

Certo, rispetto a quanto argomentato (e ad altro), non mancano i margini per una riforma organica del mercato del lavoro, a partire dalle sue principali criticità. Dei ragionevoli punti di partenza potrebbero essere quelli suggeriti dal prof. Pietro Ichino (uno dei più noti e autorevoli giuslavoristi italiani).

Per concludere, se i promotori dei referendum, accecati dall’ideologia, ignorano la realtà facendosi beffa di ogni evidenza empirica, non si può far altro che ignorare i referendum non andando a votare. Peraltro, non ci sarebbe nulla di scandaloso, perché anche l’activae civitatis ne uscirebbe indenne: è proprio la disciplina costituzionale del referendum abrogativo che lascia agli elettori la possibilità di esprimere il proprio parere non recandosi alle urne, favorendo così il mancato raggiungimento del quorum strutturale per la validità dello stesso (che ricordiamo è pari al 50 per cento degli aventi diritto al voto, più uno).


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