Antisemitismo
I morti di Gaza, l’imparzialità e l’onestà intellettuale
Come le autorità sanitarie di Gaza (cioè di Hamas), anche l'Unrwa (molto vicina a Hamas) parla ormai di cinquantaduemila morti nella Striscia, "per lo più civili". Nel mainstream giornalistico e televisivo quel pudico codicillo scompare, e diventano solo civili. Dal bilancio delle vittime spariscono quindi i


Come le autorità sanitarie di Gaza (cioè di Hamas), anche l’Unrwa (molto vicina a Hamas) parla ormai di cinquantaduemila morti nella Striscia, “per lo più civili”. Nel mainstream giornalistico e televisivo quel pudico codicillo scompare, e diventano solo civili. Dal bilancio delle vittime spariscono quindi i terroristi – di tutte le età e di entrambi i sessi (da quelle parti il genderfluid non va di moda) – caduti sotto le bombe e negli scontri con l’Idf. Il ministero della Difesa israeliano, dal canto suo, all’inizio dell’anno in corso stimava in circa quindicimila i brigatisti di al-Qassam eliminati.
I civili palestinesi che hanno perso la vita, quelli ai quali Yahya Sinwar e il suo successore hanno sempre negato riparo nei tunnel chilometrici costruiti con il denaro degli aiuti umanitari, sono tuttavia molte migliaia. Sono troppi? Certo, perché in una guerra anche uno solo è troppo. Perché, allora, si gonfia il loro numero? Il motivo è evidente: per traumatizzare l’opinione pubblica, alimentare la campagna di odio verso lo stato “terrorista” d’Israele e accreditare gli slogan della pulizia etnica e del genocidio, scanditi nei cortei antisemiti del “from the river to the sea”.
Non solo nei cortei, però. In una trasmissione televisiva di Nove della scorsa settimana (ospiti, tra gli altri Alessandro Di Battista, Moni Ovadia e Francesca Albanese -tre nomi di qualità come i vini a denominazione di origine controllata), abbiamo assistito a una sorta di seduta spiritica contro il sionismo (leggi: contro gli ebrei colonialisti, razzisti e, diciamola tutta, anche deicidi).
Non una parola sul 7 ottobre 2023 (ma sappiamo che quei nomi lo considerano un legittimo atto di resistenza armata all’illegitima occupazione della Palestina). Non una parola sugli ostaggi uccisi, torturati o detenuti (quei pochi che sono sopravvissuti) in condizioni disumane.
È assai triste che buona parte dell’informazione abbia rinunciato alla verifica puntigliosa dei fatti e delle fonti per valutare la fondatezza di notizie e affermazioni, che poi si rivelano spesso clamorose fake news. Oggi in Italia abbondano i giornalisti e i geopolitici, più o meno sedicenti, che giocano sporco -troppo sporco- sul conflitto in medio oriente, incuranti del celebre monito di Gaetano Salvemini: “Noi non possiamo essere imparziali. Possiamo essere soltanto intellettualmente onesti, cioè renderci conto delle nostre passioni, tenerci in guardia contro di esse e mettere in guardia i nostri lettori contro i pericoli della nostra parzialità. L’imparzialità è un sogno, la probità un dovere“ (Prefazione a “Mussolini diplomatico”, 1932).
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Conservo ancora l’articolo di 23 anni fa in cui M.O. spiega dottamente che “Arafat non è un terrorista e chi dice questo è un pazzo. Arafat è il democratico e legittimo rappresentante del suo popolo” – tralasciando tra l’altro il piccolo dettaglio che Arafat era egiziano, nato al Cairo.
Giusta la premessa: di morti fra i civili, uno è troppo. Però siccome dobbiamo essere appunto intellettualmente onesti, questo è sempre avvenuto, in qualsiasi guerra. Vogliamo ricordare Dresda, Hiroshima, i bombardamenti a tappeto sul sentiero di Ho Chi Minh, Graziani in Libia, le valli del Panshir, Aleppo… ? C’è una parte che ha deliberatamente scelto e confermato pubblicamente di usare la popolazione civile come arma strategica. Non è possibile “disarmarli”, data la geografia fisica e sociale, e perchè molta parte della popolazione è solidale con Hamas. E’ inutile fare le anime pie: è una tragedia, e può solo peggiorare. I colpevoli sono l’ONU, il Qatar, e tutti quelli che hanno consentito che miliardi di dollari siano serviti a costruire il consenso, cioè appunto a costruire l’arma strategica. Netanyahu in testa.
Io però da questo elenco toglierei Graziani in Libia e poi in Etiopia: lì non c’era una guerra in corso con un nemico – e aggressore – da sconfiggere a qualunque costo perché altrimenti sarebbe stato lui a sconfiggere gli alleati, che anche se non giustifica proprio del tutto, almeno spiega la ferocia: in Libia non c’era un nemico che bombardava, non c’erano soldati in armi per colpire i quali può essere necessario colpire anche i civili, se non altro per fiaccarne il morale e convincere i governi ad arrendersi. In Libia e in Etiopia c’erano solo branchi di poveracci, miserabili e cenciosi. E inermi.
Grazie Michele. Sempre un piacere leggerti.
Peccato che non riesca a girare i tuoi articoli su wapp.
Nadia Mai
è un tema su cui insisto dall’inizio del conflitto: perché i dati di una delle parti belligeranti vengono assunti come ufficiali? Sappiamo che in ogni conflitto ogni parte dichiara i numeri che tirano acqua al proprio mulino, ma, per dare un’idea di cosa dico, quando il conteggio di Hamas era a 42.000 il dato certificato dall’ONU era 8500. Poi questo dato ha smesso di aggiornarsi. Hamas, per le ragioni che spiega anche l’articolo, ha il preciso obiettivo di isolare Israele davanti all’ONU e all’opinione pubblica mondiale, e anche il pogrom efferato del 7 ottobre poteva avere come unico obiettivo strategico solo quello di generare una rappresaglia smisurata a scapito della popolazione civile. Faccio un altro esempio: nel conflitto Russo-Ucraino assistiamo a scenari di distruzione dell’abitato analoghi, ma mentre ogni volta si parla di 2, 3 vittime e alcuni feriti, un’analoga operazione su Gaza procura ogni volta decine di vittime, prevalentemente bambini. Senza sminuire la tragedia delle vittime civili, occorrerebbe un minimo di verifica delle fonti.