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Il declino dell’asse Washington-Tel Aviv

Israele

Il declino dell’asse Washington-Tel Aviv

Da quasi sei decenni, l’alleanza tra gli Stati Uniti e Israele rappresenta uno dei pilastri fondamentali della sicurezza in Medio Oriente. Questo legame strategico ha resistito a molteplici crisi, fungendo da spina dorsale dell’architettura geopolitica regionale. Tuttavia, con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca

Bahram Farrokhi14/05/2025Aggiornato 13/05/20256 min lettura1.127 parole
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Da quasi sei decenni, l’alleanza tra gli Stati Uniti e Israele rappresenta uno dei pilastri fondamentali della sicurezza in Medio Oriente. Questo legame strategico ha resistito a molteplici crisi, fungendo da spina dorsale dell’architettura geopolitica regionale. Tuttavia, con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca per un secondo mandato, il mondo assiste a trasformazioni di portata storica. Questi cambiamenti coincidono con le recenti evoluzioni nel mondo arabo e con il tentativo di Trump di rivedere profondamente le priorità della politica estera americana.

Ma ciò che emerge con particolare evidenza è l’afflusso massiccio di petrodollari provenienti dai Paesi arabi, unito agli interessi personali di Trump nel settore immobiliare e commerciale. Questi elementi segnalano l’inizio di un riassetto sostanziale nell’ordine mediorientale: un ordine in cui Tel Aviv dovrà ridefinire le proprie strategie, mentre Teheran intravede una finestra di opportunità per respirare e manovrare in uno scenario geopolitico in evoluzione.

L’asse Washington-Tel Aviv: un’alleanza sotto pressione

In passato, l’intesa tra gli Stati Uniti e Israele si è consolidata non solo per interessi comuni, ma grazie a una rete capillare di lobby influenti al Congresso, come l’AIPAC, e a rapporti privilegiati con i decisori di Washington. Questa convergenza ha raggiunto il suo apice nella comune opposizione contro l’Iran e i gruppi ostili a Israele. Tuttavia, Trump — che privilegia un approccio mercantilista alla politica estera, meno attento alle dinamiche del Congresso — ha inaugurato una nuova stagione.

Il tycoon americano, che nella sua precedente presidenza ha siglato gli Accordi di Abramo e trasferito l’ambasciata americana a Gerusalemme, ora mira a plasmare una nuova geometria regionale, basata su leve economiche e commerciali piuttosto che su strumenti militari e diplomatici tradizionali.

Trump e il cambio di priorità

Il ritorno di Trump sulla scena internazionale, soprattutto nelle relazioni con le monarchie del Golfo, sta creando nuove sfide per Israele. Se nella sua prima amministrazione aveva facilitato la normalizzazione tra Israele e alcuni Stati arabi, oggi sembra orientato a rafforzare i legami con Riad, Abu Dhabi e Doha, lasciando intendere che le priorità americane nella regione stanno cambiando.

Non si tratta semplicemente di una variazione di rotta politica o economica. I viaggi previsti di Trump nelle capitali del Golfo appaiono come tappe di una vera e propria riscrittura della politica estera americana. È significativo che la normalizzazione tra Arabia Saudita e Israele non sembri più una condizione sine qua non per il rafforzamento dei rapporti tra Washington e Riyadh. In questo contesto, i massicci investimenti arabi negli Stati Uniti e nei progetti privati di Trump appaiono come il segno tangibile di un intreccio sempre più stretto tra interessi economici e geopolitici.

I petrodollari e il nuovo protagonismo del Golfo

Negli ultimi anni, le monarchie del Golfo hanno accresciuto il loro peso nella scena internazionale, utilizzando le loro ingenti risorse finanziarie come leva nei confronti di Washington. Gli accordi miliari faraonici, i megaprogetti infrastrutturali e le partecipazioni nei fondi americani stanno trasformando questi Stati in attori capaci di condizionare la politica estera statunitense.

Israele, che finora ha goduto di un rapporto privilegiato come partner di riferimento per la sicurezza americana in Medio Oriente, ora si trova a dover ridefinire la propria posizione in un’arena regionale sempre più competitiva. L’exclusività israeliana nelle dinamiche strategiche mediorientali si va così erodendo sotto la spinta di nuove potenze emergenti.

Teheran e l’opportunità offerta dalle nuove faglie geopolitiche

In questo scenario fluido, la Repubblica Islamica dell’Iran — da anni sottoposta a sanzioni e paria del sistema internazionale — intravede un’opportunità per uscire dall’isolamento. Mentre l’asse tra Washington e Tel Aviv vacilla, Teheran cerca di capitalizzare le fratture emergenti per recuperare spazio e influenza nella regione.

I segnali non mancano: i negoziati diretti e indiretti con gli Stati Uniti sotto l’egida dell’Oman, il rilascio di ostaggi americani da parte di Hamas, la sospensione degli attacchi degli Houthi contro le navi americane e aperture da parte di alcuni Stati arabi indicano che l’Iran potrebbe sfruttare questa fase di transizione per rafforzare la propria posizione e allentare la pressione internazionale.

Crisi a Tel Aviv: Netanyahu in trappola

Benjamin Netanyahu, storico architetto del sodalizio con Washington e sostenitore delle politiche di Trump, oggi si trova in un angolo. Israele non può più contare sull’appoggio incondizionato degli Stati Uniti, specialmente per quanto riguarda la deterrenza contro l’Iran e le strategie di sicurezza.

Netanyahu è ora di fronte a un bivio: adattarsi al nuovo contesto regionale, accettando compromessi difficili, oppure irrigidire la propria posizione, rischiando di isolare ulteriormente Israele e aggravare la propria crisi politica interna.

Trump: politica estera al crocevia tra interesse nazionale e affari personali

Uno degli aspetti distintivi di Trump è la sovrapposizione tra la sua agenda politica e i suoi interessi economici personali. I maxi-contratti edilizi e le partnership commerciali nei Paesi arabi rivelano una politica estera funzionale tanto agli obiettivi strategici quanto ai guadagni privati.

Questa ibridazione tra affari e geopolitica sta alterando gli equilibri regionali e mettendo sotto pressione gli alleati tradizionali degli Stati Uniti. In questo senso, il ruolo di Trump come agente di cambiamento radicale si conferma determinante nel ridisegnare le mappe di potere mediorientali.

Prospettive future

Israele si trova ora dinanzi alla necessità di elaborare una nuova dottrina politica, che non si basi esclusivamente sull’appoggio americano. È plausibile che nei prossimi mesi Tel Aviv dovrà ricalibrare le sue priorità, considerando anche le pressioni provenienti dai Paesi del Golfo, intenzionati a promuovere una distensione tra Washington e Teheran.

Intanto, gli analisti ipotizzano un possibile tramonto politico di Netanyahu, scenario che potrebbe aprire una delle crisi più complesse e profonde nella storia recente d’Israele.

Una rivoluzione geopolitica in Medio Oriente

In conclusione, le trasformazioni in atto non si riducono a un semplice mutamento nella politica di un presidente americano. Si tratta di un cambio di paradigma: le alleanze storiche si stanno ridefinendo e nuove potenze stanno emergendo.

Il futuro del Medio Oriente resta incerto, ma una cosa è chiara: Donald Trump, con la sua politica estera “ibrida”, gioca un ruolo centrale in questo processo e le sue decisioni avranno effetti profondi e duraturi sull’ordine regionale.


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