Guerra ibrida e disinformazione
Proposta di uno scudo democratico contro le ingerenze straniere
Il 18 luglio 2024, nel suo discorso programmatico al Parlamento europeo, Ursula Von der Leyen si impegnò a lavorare, in caso di rielezione, alla costruzione di uno “scudo democratico europeo” per contrastare le interferenze e ingerenze straniere volte a pregiudicare l’integrità dei processi politico-elettorali. La presidente



Il 18 luglio 2024, nel suo discorso programmatico al Parlamento europeo, Ursula Von der Leyen si impegnò a lavorare, in caso di rielezione, alla costruzione di uno “scudo democratico europeo” per contrastare le interferenze e ingerenze straniere volte a pregiudicare l’integrità dei processi politico-elettorali.
La presidente della Commissione Ue aveva già anticipato questo progetto nel Forum per la Democrazia di Copenaghen il 14 maggio 2024, evidenziando come l’ambiente digitale fosse ormai diventato il terreno privilegiato dall’aggressione geopolitica alle democrazie europee e occorresse dunque integrare le disposizioni del Digital Service Act e dell’AI Act con una attività specifica di rilevamento e contrasto dell’infiltrazione di attori statali e non statali, interessati a influire sui processi politici nazionali di un paese terzo, con il ricorso a mezzi illeciti.
Seguendo l’impegno della Commissione, anche il Parlamento europeo ha istituito una “Commissione speciale sullo scudo europeo per la democrazia”, con il compito specifico di effettuare una ricognizione degli strumenti normativi disponibili e di quelli tuttora assenti, ma necessari, per fronteggiare la guerra ibrida alle istituzioni democratiche dell’Ue e dei suoi Paesi membri.
Il primo tentativo di fornire una risposta organica a queste minacce sul piano nazionale arriva in Italia da due disegni di legge, uno di natura costituzionale, l’altro di natura ordinaria, depositati a Palazzo Madama dai senatori di Azione Marco Lombardo e Carlo Calenda, e presentati e discussi in un convegno tenutosi lunedì scorso presso la Sala Capitolare della Biblioteca del Senato, che è possibile riascoltare integralmente sul sito di Radio Radicale.
Si è partiti dalle testimonianze di politici e diplomatici est europei (Salomé Zourabichvili, Presidente della Georgia, Svetlana Cikhanovskaja, Presidente Consiglio di coordinamento dell’opposizione in Bielorussia, Oleg Nica, Ambasciatore della Moldavia e Gabriela Danc?u, ambasciatrice della Polonia), che con Beniamino Irdi, Senior fellow del Scowcroft Center for Strategy and Security, hanno discusso delle forme mediaticamente cruente della guerra russa alle democrazie post-sovietiche, come complemento all’immancabile minaccia militare.
Si è poi passati a una carrellata di opinioni e impegni di parlamentari (Francesco Boccia, Luigi Marattin, Pierantonio Zanettin, Giulio Terzi di Sant’Agata, oltre ai due proponenti dei disegni di legge, Lombardo e Calenda) e a una breve sessione di analisi dei presupposti e dei problemi costituzionali legati a un intervento regolatorio sulla materia, con Stefano Ceccanti, Alfonso Celotto e Cesare Pinelli. Si è poi terminato con un dialogo sulla responsabilità e i pericoli che incombono sugli operatori dell’informazione con Piercamillo Falasca, Marco Fattorini e Antonio Talia.
Se non è possibile in un articolo passare in rassegna tutti gli spunti emersi in ben quattro ore di discussione, è possibile isolare una serie di questioni che hanno trasversalmente impegnato i relatori e che sono suscettibili di approcci diversi, dai più politicamente e giuridicamente proattivi a quelli più diffidenti verso interventi regolatori particolarmente stringenti.
La prima questione riguarda la definizione stessa del problema, cioè l’interferenza illecita nei processi politico-elettorali da parte di attori stranieri. Come è noto, esiste un orientamento sostanzialmente negazionista, che sostiene che ogni tentativo di protezione dell’integrità dei processi politico-elettorali rappresenti per ciò stesso una limitazione della democrazia.
Per i seguaci del pensiero negazionista è tutto “free speech”: i finanziamenti non dichiarati, la pubblicità occulta, la corruzione economica degli operatori dell’informazione, i sabotaggi e gli attacchi cibernetici, la manipolazione degli algoritmi, la diffusione di informazioni false, incomplete e fuorvianti, la produzione di deepfake attraverso l’intelligenza artificiale generativa…e via di questo passo.
A dimostrare che questo atteggiamento non è l’espressione di una intransigenza dottrinaria, ma di una sostanziale malafede politica è il fatto che questi sedicenti libertari lo siano sempre a geometria variabile e solo a vantaggio di alcuni “impresentabili” e niente affatto di altri e che al contrario rivendichino una giurisdizione puramente politica su opinioni particolarmente pericolose, quando se ne sentano danneggiati.
Il vicepresidente degli Stati Uniti DJ Vance, che è venuto in Europa a spiegare che l’esclusione di Georgescu dalle elezioni presidenziali in Romania è stata un caso di censura – malgrado la prova di finanziamenti illeciti milionari non dichiarati e di utilizzo fraudolento dei social media – è lo stesso che condivide la guida dell’Amministrazione Usa, la quale pretende di assegnare alla burocrazia del potere esecutivo i compiti che spettano al potere giudiziario in ordine, ad esempio, alla repressione dell’hate speech antisemita e che teorizza la possibilità di espellere studenti o di chiudere università, o di incarcerare e deportare – come si sta già facendo – cittadini stranieri sulla base dell’insindacabile valutazione di ragioni di sicurezza da parte del deep state Maga.
La seconda questione riguarda la prospettiva con cui occorre guardare ai fenomeni di cosiddetta “disinformazione”, che non è sola quella dell’operatore attivo, ma è innanzitutto quella del recettore passivo, che l’ecosistema mediatico oggi espone a rischi non percepibili, crescenti e incontrollati di vulnerabilità.
La principale differenza tra la vecchia propaganda, più o meno goebbelsiana, e la nuova psicagogia mediatica, è la stessa tra i farmaci chimici, che operano dall’esterno sui meccanismi organici, e quelli biotecnologici, che li modulano selettivamente dall’interno, adattandoli a un obiettivo specifico.
Un secolo fa i Protocolli dei Savi di Sion potevano diffondere il pregiudizio antisemita, e ci riuscirono egregiamente. Oggi la vulgata sul genocidio a Gaza e sull’intrinseca vocazione genocidaria dello Stato ebraico diventa non solo una credenza, ma una militanza diffusa, un meccanismo di attivazione e mobilitazione nichilista e un modo di funzionare della società dell’informazione.
Nella vecchia propaganda il pubblico era un oggetto della macchina propagandistica, nella nuova diventa un mezzo e un veicolo della diffusione delle stesse false verità, di cui si sente protagonista e partecipe essendone in realtà il bersaglio. Obbedisce, ma immagina di agire. È il criceto che gira sulla ruota, ingranaggio di una macchina infernale, e pensa invece di percorrere liberamente e eroicamente le praterie della storia. “You are the media now”, direbbe Musk, a utenti che si sentono attori e protagonisti dell’informazione e invece ne sono solo un inconsapevole veicolo.
Negare che questo implichi una differenza quantitativa e qualitativa totale, un vero salto di scala nella potenza di fuoco dell’alienazione cognitiva e della sua replicazione di massa non è dissenso, ma – anche in questo caso – pura malafede.
C’è infine una terza questione che riguarda l’adattamento dell’ordinamento giuridico di fronte a una sfida inedita sia nei mezzi, che nei fini, in cui sono reclutate (a loro insaputa) tra i carnefici anche le vittime della parte avversa.
Su questo si può sostenere che il nuovo ecosistema mediatico ha reso il paradosso della tolleranza di Popper qualcosa di molto più urgente di quanto pensassimo. È dunque altrettanto ultimativa l’esigenza di adattare i paradigmi costituzionali per fronteggiare una guerra di conquista con caratteristiche che nessun legislatore occidentale avrebbe potuto immaginare, giocata su piattaforme transnazionali e radicalmente deterritorializzate.
Anche in questo caso immaginare soluzioni che siano insieme efficienti e rispettose dei principi di libertà politica è decisamente impegnativo, ma negare che esista il problema per cui assillarsi a congegnare risposte utili e compatibili con il sistema liberale è anch’esso un monumento al free speech, sì, ma della malafede.
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Verissimo e questo dimostra quanto potente sia il DOMINIO COGNITIVO nel contesto di una guerra ibrida. Il caso esemplare in cui il nemico non viene da oltre confine ma è una quinta colonna, all’interno della stessa Democrazia che non è più tale
Tutto vero, ma quello che mi sembra rilevante, a monte dell’analisi, e per massimi sistemi, è il trend ineluttabile della “rivincita dei nerd” nei sistemi democratici occidentali. In occidente infatti il potere è instabile e fluttuante, e a obsolescenza programmata; le democrazie occidentali hanno legislature brevi e sono in continua campagna elettorale, cercando di governare il consenso necessario a esercitare il potere stesso. Per reazione è sorta una nuova istanza dei nerd dell’High-Tech, che hanno valori capitali maggiori del PIL di una grande nazione, vivono l’incertezza politica ma competono contro le autocrazie orientali, monarchie assolute venticinquennali, ma “con le armi spuntate”, appunto, dal sistema democratico. Che senso ha, scriveva Christopher Wylie, il nerd whistleblower di Cambridge Analytica, per uno come Zuckerberg, prendere ordini dal presidente degli Stati Uniti con le incertezze del risultato, quando, potendo decidere lui chi sarà il presidente, ne può fabbricare uno ad hoc? Dopo quell’esperienza, a Meta si sono uniti tutti gli altri, una manciata di persone che messe insieme superano il PIL del pianeta; erano tutti nella sala ovale il giorno dopo la seconda elezione del “loro” presidente. L’autocrazia high-tech formalmente travestita da democrazia liberale.