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la guerra di Trump alle università e il totalitarismo del senso comune

USA

la guerra di Trump alle università e il totalitarismo del senso comune

La polemica contro quello che Mario Scelba nel 1949 definì “culturame” è un motivo ricorrente e un tratto caratteristico del populismo politico democratico. A scusante di Scelba si può sostenere, con una qualche magnanimità, che in realtà egli usò il termine nel 1949 in un senso

Carmelo Palma30/05/2025Aggiornato 29/05/20254 min lettura751 parole
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La polemica contro quello che Mario Scelba nel 1949 definì “culturame” è un motivo ricorrente e un tratto caratteristico del populismo politico democratico.

A scusante di Scelba si può sostenere, con una qualche magnanimità, che in realtà egli usò il termine nel 1949 in un senso non propriamente anti-intellettualistico, ma contrapponendo la “forza morale” e “l’idea motrice” della DC alle trappole ideologiche disseminate nella propaganda del Fronte Popolare dai chierici democratici della chiesa comunista.

Non meritano analoga scusante le retoriche anti-culturali della destra secondo repubblicana (“con la cultura non si mangia”, disse Tremonti), che hanno anticipato quell’orgoglio dell’ignoranza dilagato col successo dell’antipolitica grillina, con il suo “uno vale uno” e le sue “università della strada”, che avrebbero forgiato la nuova umanità post-rivoluzionaria.

Se però anti-culturalismo e anti-intellettualismo sono fenomeni caratteristici della degenerazione democratica, sono elementi ancora più peculiari delle ideologie e delle esperienze totalitarie. Il disprezzo dell’istruzione scolastica, della conoscenza razionale e del pensiero critico a vantaggio dell’esperienza pratica, dell’impegno fisico e del lavoro manuale sono un elemento comune a tutte le antropologie totalitarie, da quella nazista a quella comunista, perché ne descrivono il presupposto comune: l’avocazione del principio stesso di realtà a un’istanza politica superiore, che non solo è in grado di interpretare correttamente le leggi della società e della storia e di incarnarne l’immanente giustizia, ma è chiamata a proteggere il popolo dall’inganno delle false credenze, in cui rischia facilmente di cadere e che lo allontanano dal suo vero destino, consegnandolo a un’esistenza dimidiata e infelice.

La cultura è l’Anticristo di qualunque totalitarismo e dunque non poteva che diventarlo anche del totalitarismo plebiscitario di Trump e dell’ideologia Maga. La guerra alle università di élite dichiarata dal Presidente degli Stati Uniti non serve solo a punire le fucine dell’intellighenzia liberal americana e globale, ma a dimostrare all’americano comune che la guerra al deep state culturale rappresenta il suo vero riscatto da una condizione di minorità sociale, che è tale solo perché la cultura, in tutte le sue manifestazioni, è in realtà la maschera del dominio e della frode e una forma e di alienazione personale e collettiva dalla sana intelligenza del senso comune, maturata nell’esperienza quotidiana del lavoro e delle relazioni di vita familiari.

Questo totalitarismo del senso comune è perfettamente rappresentato da quello che l’altro giorno ha detto la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt per spiegare il senso delle iniziative di Trump: “Nel nostro Paese abbiamo più bisogno di elettricisti e idraulici e di meno laureati LGBTQ di Harvard. Ed è questa la posizione di questa amministrazione”.

In poche righe c’è tutto: l’istigazione del disprezzo verso le minoranze sessuali identificate come élite culturali, accomunando le une e le altre sotto il segno della perversione. E non sembri contraddittoria questa affermazione con il fatto che nell’inner circle di Trump abbiano posizioni preminenti proprio superlaureati LGBTQ, da Bessent (Scienze politiche a Yale) a Thiel (Filosofia a Stanford): il pensiero totalitario rifuggendo qualunque principio di verità esclude anche qualunque principio di coerenza e impone piuttosto un canone di doppiezza clericale.

Si può essere gay, a patto di accettare di essere un’eccezione che non può farsi regola e di godere di una libertà che non può diventare diritto, perché altrimenti minaccerebbe l’unità dell’ordine sociale. Si può essere laureati in atenei importanti e ricavarne una carriera ricca e prestigiosa, ma non si può pensare di contestare i fondamenti culturali del regime plebiscitario, quando semmai – proprio come Bessent e Thiel – se ne possono trarre grandi vantaggi, proprio grazie alla manipolabilità di un’opinione pubblica diffidente verso qualunque sapere.

Non c’è dubbio che le Università americane, tra i deliri polizieschi della cultura woke e la diffusione incontrollata della vulgata antisemita – due frutti malati dell’albero intersezionalista – abbiano offerto a Trump un fantastico alibi per il suo regolamento di conti. Ma questo è un altro discorso.


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Un pensiero su “la guerra di Trump alle università e il totalitarismo del senso comune

  1. Roberto Natali dice:

    “Non c’è dubbio che le Università americane, tra i deliri polizieschi della cultura woke e la diffusione incontrollata della vulgata antisemita – due frutti malati dell’albero intersezionalista – abbiano offerto a Trump un fantastico alibi per il suo regolamento di conti”. Perchè “alibi”…..? La realtà dei fatti – università in mano a propagandisti propal, a wokismo dilagante, alla potente lobby della cultura gender, etc., etc. etc. non penso si possa negare. Chiedre a Ferderico Rampini …… che negli Usa ci vive.

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