Stile, moda e costume
Il tributo dell’abbigliamento civile alle divise e agli accessori militari
I venti di guerra, che spirano violenti nel mondo, hanno sollecitato la mia curiosità nei confronti delle divise militari sempre più tecnologiche, dalle mimetiche in tessuto traspirante ai giubbotti antiproiettile agli elmetti con visore notturno ad infrarossi. Ma non è di questo che voglio scrivere, bensì



I venti di guerra, che spirano violenti nel mondo, hanno sollecitato la mia curiosità nei confronti delle divise militari sempre più tecnologiche, dalle mimetiche in tessuto traspirante ai giubbotti antiproiettile agli elmetti con visore notturno ad infrarossi.
Ma non è di questo che voglio scrivere, bensì del grande tributo che l’abbigliamento civile contemporaneo paga alle divise e agli accessori militari.
Ho già scritto in vari articoli, reperibili su queste pagine, di capi di origine militare divenuti iconici capisaldi della moda: il blazer di panno blu, il trench, il montgomery, le Clark’s desert boots, oggi invece mi occupo di altre curiosità poco note che riguardano capi e oggetti che fanno parte della nostra quotidianità.
Iniziamo dalla giacca da uomo a un petto che deriva dalla giubba della King’s Guard britannica, quella rossa delle guardie col colbacco di pelo di orso.
Se si tira su il collo e si sovrappongono i petti, si ottiene esattamente la foggia di quella giubba; quando gli ussari della regina Vittoria a fine servizio si recavano a bere una birra al pub, slacciavano la costringente giubba rovesciando il collo, da quel gesto qualche dandy ha copiato la giacca come la conosciamo.
Ugualmente i bottoni con asole vere delle maniche derivano dal fatto che la giubba di cui sopra non ha tasche, nelle maniche strette e aderenti, venivano messi il fazzoletto e i guanti, la bottoniera serviva ad aprire la manica per il duplice scopo.
Non so se vi siete mai chiesti perché le divise dei marinai sono molto simili in tutte le marine. Ne spiego il motivo risalente ai tempi della navigazione a vela e ad esigenze molto precise che poco hanno a che fare con l’estetica, se mai a qualche aspetto simbolico.

Partiamo dalla “pizza” il berretto piatto che ai primi del ‘900 sostituì quello di paglia, la forma è nata per offrire la minor superficie al vento, evitando di farlo volare via mentre si è in coperta.
Il “solino” è quel quadrato di stoffa dietro la schiena, altro elemento nato con preciso scopo; nelle lunghe traversate dei secoli passati, i marinai legavano i capelli “impeciati” in un codino, indossando quella pattella per evitare di ungere e sporcare il dorso delle casacche, dette in gergo camisacci.
Sul davanti il fazzoletto piegato a tortiglione e fermato con un cordino con un nodo, è il ricordo di quello che portavano al collo i marinai del periodo veliero per tenerci appeso il coltello con cui tagliare vele, sartie e cime, in caso di necessità.
Veri capolavori di praticità erano l’ampio camisaccio e i pantaloni larghi in fondo con la bottoniera a formare un rettangolo privo del lato lungo inferiore; fogge ormai superate e sostituite.
I due indumenti erano innanzi tutto dei formidabili salvagenti, perché la loro larghezza creava una sacca d’aria in caso di caduta in mare, dei quali però ci si poteva liberare rapidamente per la loro conformazione.
I pantaloni larghi potevano essere facilmente arrotolati dai marinai addetti al lavaggio della coperta, la bottoniera conformata in quel modo permetteva di assolvere alla minzione senza calarli.
La protesta per l’estrema calura inscenata dal personale di una sala da tè in un’isola corallina dell’arcipelago delle Bermuda, convinse il proprietario Nathaniel Coxon a consentire ai camerieri di tagliare i pantaloni appena sopra il ginocchio.
Questo avveniva durante la Prima Guerra Mondiale, tra i frequentatori del locale c’era l’ammiraglio inglese Berridge, cui piacque tanto l’idea da farla adottare a tutti gli equipaggi destinati ad operazioni nei mari caldi; in questo caso l’idea di un civile fu passata ai militari, ma poi tornata indietro con grande successo, non c’è chi non abbia nel guardaroba estivo in paio di bermuda.
La fabbrica di occhiali Bausch and Lomb produsse nel 1937 il primo prototipo dei Ray-Ban Aviator su richiesta del luogotenente generale John Mac Cready per dotare i piloti di occhiali da sole veramente protettivi, da cui la famosa forma goccia e la montatura leggera in metallo.
Quel prototipo si è poi evoluto, per esempio con la versione Shooter per i fucilieri: stessa forma, con l’aggiunta di lenti polarizzate, li cerchietto tra le lenti per infilarci la sigaretta (sic!), oppure Outdoorsman dotato del ciliare per trattenere il sudore.

Tutte le versioni possono essere dotate di stanghette con il riccio che è in grado di trattenere gli occhiali ben accostati al naso ma fanno un male cane al retro-orecchio.
Comunque sono gli occhiali da sole più famosi, eroi di molti film hollywoodiani li hanno indossati in tantissimi film.
Per finire un oggetto ormai sempre più in disuso, ma che per anni è stato uno status symbol: l’accendino Zippo.
George. B Blaisdell nel 1932 decise di produrre un accendino anti-vento per migliorare quello austriaco, visto usare da un amico, che aveva il difetto di dover essere impugnato con ambo le mani.
Poiché la sua idea dell’uso di una sola mano era basata sulla cerniera che apriva il coperchio, prese spunto dalla zip (cerniera) inventata negli stessi anni, dopo vari tentativi chiamò il suo accendino Zippo.
Nel 1941 interruppe la produzione riservata al consumo per riservarla interamente all’esercito americano appena entrato in guerra.
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