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Idioti dell’orrore. Le subculture digitali e le stragi dei “mass shooter”

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Idioti dell’orrore. Le subculture digitali e le stragi dei “mass shooter”

Il saggio di Antonio Pellegrino, Idioti dell’orrore. Indagini su stragisti di massa e subculture digitali (Linkiesta Books), indaga il fenomeno tipicamente americano dei mass shooters, cioè di quegli attentatori e stragisti ispirati da risentimenti personali, dal desiderio di notorietà, nonché dall’adesione a sottoculture online conosciute attraverso

Luca Bugada26/06/2025Aggiornato 25/06/20254 min lettura876 parole

Il saggio di Antonio Pellegrino, Idioti dell’orrore. Indagini su stragisti di massa e subculture digitali (Linkiesta Books), indaga il fenomeno tipicamente americano dei mass shooters, cioè di quegli attentatori e stragisti ispirati da risentimenti personali, dal desiderio di notorietà, nonché dall’adesione a sottoculture online conosciute attraverso la frequentazione di forum e chat.

Un ruolo fondamentale nella radicalizzazione di questi lupi solitari (mossi da ideologie politiche e/o da situazioni sociali ed esistenziali problematiche), verrebbe assunto dal meme e dalla sua capacità di circolare rapidamente, veicolando contenuti violenti in modo apparentemente innocuo e divertente.

Studiare la memetica, pertanto, aiuterebbe non soltanto a comprendere stragi e massacri d’oltreoceano (si pensi agli atti terroristici compiuti nelle scuole, nei cinema, negli edifici di culto ecc…), ma a prepararsi a un possibile effetto contagio, difficile comunque da scongiurare in un mondo sempre più interconnesso e globale.

La natura volatile ed effimera del meme lo rende strumento perfettamente funzionale per ospitare narrazioni misogine e razziste, nonché oggetto attraverso cui esprimere e consegnare liberamente, spesso senza censura o limitazione alcuna, volgarità, risentimenti e frustrazioni che, talvolta, hanno trovato un ultimo e tragico epilogo in atti di efferata violenza nei confronti di civili inermi, considerati colpevoli delle sofferenze dell’attentatore.

Il meme, inoltre, non richiede spiegazioni o dimostrazioni scientifiche, semplicemente funziona, alimentando complottismi, sollevando discussioni farneticanti, spingendo individui ai margini, tanto della società quanto della realtà, accompagnandoli alle porte della follia e dell’illegalità: “Un meme è per sua natura volatile e non è un contenuto capace di essere citato in un’analisi di un fatto storico o di attualità, se così fosse si rischierebbe di produrre un istant book ricco di riferimenti già invecchiati e un lavoro assolutamente inutile. Spiegare i meme è ridicolo, spiegare i fatti con i meme lo è ancora di più”.

Lo scrittore parla apertamente di “terrorismo memetico”, cioè di una realtà grottesca e pericolosa, all’interno della quale “stragisti più o meno dichiarati si muovono nello stesso spazio di utenti che li hanno trasformati in martiri, eroi o personaggi da tirare in mezzo per il proprio divertimento e scioccare il pubblico generale. Facendo tutto questo solo per il meme”.

Centrale per la comprensione del fenomeno, seguendo la ricostruzione del giornalista, risulta essere la tristemente nota strage della Columbine, del 20 aprile 1999, il cui “impatto […] sulla subcultura stragista non trova paragoni con nessuno dei casi antecedenti”.

Nella strage morirono tredici persone e ventiquattro furono ferite. Solo la mancata detonazione di alcuni ordigni evitò che l’atto terroristico assumesse dimensioni ancora più dolorose. I responsabili di tale esplosione di violenza furono Eric Harris e Dylan Klebold, “studenti della Columbine morti suicidi prima di entrare in contatto con la polizia intervenuta sul posto”. I media, gli inquirenti e, successivamente, gli studiosi si concentrarono sugli “scritti dei due adolescenti, da quelli scolastici ai diari passando per le pagine del blog di Harris”.

Il blog, in modo particolare, fece emergere un “primitivo utilizzo di un social per diffondere la retorica dietro l’azione stragista”, presagendo “la deriva violenta culminata nell’attacco”. L’evento di cronaca nera, negli anni a seguire, sarebbe diventato un argomento di morbosa ricerca, “un fenomeno pop che ha generato un filone apologetico fatto di ammiratori e aspiranti emuli”, che si sono riconosciuti negli atti di bullismo subiti dagli attentatori (secondo i media fattori scatenanti la strage stessa), contribuendo “indirettamente alla nascita di una nicchia che per empatia ha romanticizzato le figure degli attentatori”.

“Tuttavia, la tesi della “vendetta sul bullismo” [fu successivamente] […] smentita da diversi giornalisti e studiosi, tra cui Dave Cullen nel saggio Columbine7”, perché “oltre alle minacce contro i compagni di scuola e le considerazioni più ampie sulla loro visione del mondo, tra le pagine scritte da Harris e Klebold figuravano progetti per altri attentati mai realizzati tra cui uno che avrebbe coinvolto il World Trade Center, anticipando inquietantemente i fatti dell’11 settembre 2001”.

La strage della Columbine non solo è all’origine della diffusione e della nascita di forum e siti a tema, luoghi in cui “le subculture che ruotano attorno ai mass shooting usano come mezzo preferenziale il meme”, ma ha anche assunto un indubbio ruolo “da apripista a una nuova concezione del terrorismo, qualcosa che prima del 1999 era già parte dell’immaginario collettivo statunitense – il già citato precedente dell’Università del Texas nel 1966 è solo uno dei tanti casi analoghi del passato – ma che con la Columbine diventa un fenomeno a sé, il punto di partenza per un filone criminale che da più di vent’anni monopolizza l’attenzione della stampa e allo stesso tempo ancora fatica a essere capito”. Tesi ampiamente riconosciuta, peraltro, dai “principali studiosi delle subculture online”.


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