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Se anche il New York Times lancia l’allarme Antisemitismo

Antisemitismo

Se anche il New York Times lancia l’allarme Antisemitismo

Il 14 giugno scorso, uno dei più importanti quotidiani del pianeta, vale a dire il New York Times, ha pubblicato un articolo che, mi pare, ha avuto scarsa risonanza nel dibattito pubblico italiano. Il titolo dell’editoriale era: “L’antisemitismo è un problema urgente. Troppe persone cercano scuse”.

Alfonso Lanzieri26/06/2025Aggiornato 25/06/20257 min lettura1.408 parole
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Il 14 giugno scorso, uno dei più importanti quotidiani del pianeta, vale a dire il New York Times, ha pubblicato un articolo che, mi pare, ha avuto scarsa risonanza nel dibattito pubblico italiano. Il titolo dell’editoriale era: “L’antisemitismo è un problema urgente. Troppe persone cercano scuse”.

Vale la pena riportare per intero l’attacco del pezzo, per farsi un’idea del contenuto: “L’elenco degli orribili attacchi antisemiti negli Stati Uniti continua ad allungarsi. Due settimane fa, a Boulder, in Colorado, un uomo ha dato fuoco a manifestanti pacifici che chiedevano il rilascio degli ostaggi israeliani. Meno di due settimane prima, una giovane coppia è stata uccisa a colpi d’arma da fuoco mentre lasciava un evento al Museo Ebraico di Washington.

Il mese precedente, un intruso ha scavalcato il recinto della residenza ufficiale del governatore della Pennsylvania, Josh Shapiro, e ha lanciato molotov mentre il governatore, sua moglie e i loro figli dormivano all’interno. In ottobre, un residente di Chicago di 39 anni è stato colpito da un proiettile alla schiena mentre si recava a piedi in sinagoga”.

Oltre alle cifre, gli autori offrono anche un’analisi del fenomeno. Quest’ultimo, spiega l’articolo, trova casa sia a destra che a sinistra, nel mondo cosiddetto progressista: “I progressisti rifiutano molte altre forme di odio, ma alcuni tollerano l’antisemitismo. I campus universitari, dove gli studenti ebrei possono subire isolamento sociale, ne sono l’esempio più evidente.

Dieci anni fa, alcuni membri del governo studentesco della U.C.L.A. discussero se impedire a una studentessa ebrea di ricoprire un incarico di leadership, sostenendo che potrebbe non essere in grado di rappresentare tutta la comunità. Nel 2018, svastiche dipinte con spray sono comparse sui muri della Columbia University.

A Baruch, Drexel e alla University of Pittsburgh, attivisti hanno recentemente chiesto che le amministrazioni interrompano i rapporti con Hillel o ne chiudano le sedi”. Si deve poi considerare il trattamento diversificato riservato agli Stati ritenuti, a torto o a ragione, responsabili della violazione di diritti umani. Nei campus, infatti, c’è ben scarso attivismo riguardo la Cina, la Russia, il Sudan o il Venezuela.

A questo, si aggiungano i numerosi distinguo che accompagnano i giudizi su Hamas (non consideriamo neppure quanti giustificano apertamente il terrorismo) e l’utilizzo persistente di “sionista” come insulto (“un’eco della propaganda sovietica della Guerra Fredda” precisa l’articolo), oltre alla richiesta insistente di esclusione dei “sionisti” dagli spazi pubblici.

Purtroppo, lasciando ora l’articolo del Times, dobbiamo dire che in Europa le cose non vanno affatto meglio. Chiunque sia informato anche solo superficialmente sa che tutti gli indicatori, le indagini, le classifiche, e chi più ne ha più ne metta, indicano una crescita dell’antisemitismo, cominciata ben prima del 7 ottobre 2023.

Certo, il conflitto a Gaza ha fornito l’alibi per arroventare ancora di più la situazione. Lo certifica, ad esempio, l’Anti-Defamation League (Adl), che ha sede negli Stati Uniti: gli episodi di antisemitismo violento sono aumentati in modo significativo nei sette Paesi con le comunità ebraiche più numerose al di fuori di Israele: Germania, Francia, Regno Unito, Canada, Stati Uniti, Australia e Argentina. In particolare, la Germania ha registrato un incremento del 75% tra il 2021 e il 2023, la Francia un drammatico +185% e il Regno Unito un +82%. Secondo l’Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali, il 96% degli ebrei intervistati in 13 Paesi europei ha subito episodi antisemiti nell’ultimo anno, il 76% teme di manifestare la propria identità per ragioni di sicurezza. Il 24 % evita di pubblicare contenuti online che lo identifichino come ebreo, il 23 % afferma di aver limitato la propria partecipazione alle discussioni in rete e il 16 % ha ridotto l’utilizzo di alcune piattaforme, siti web o servizi.

Nel 2024, invece, secondo l’Eurispes, il 18,8% di italiani negava il diritto di esistenza dello Stato israeliano. Nel 2004 la percentuale era solo del 2,8%: una crescita preoccupante in due decenni. In aggiunta, lo stesso istituto ha rilevato pure che un terzo del campion (33,4%) concordava con l’affermazione secondo cui gli ebrei controllerebbero il potere economico e finanziario; il 15,9% degli italiani intervistati sminuiva invece la portata della Shoah (non avrebbe prodotto così tante vittime), il 14,1% la negava totalmente.

I numeri restituiscono le proporzioni, le esperienze soggettive possono aiutare a comprendere il clima. L’altro giorno mi sono imbattuto in un post su Facebook, scritto da un docente, in cui, alla fine di un lungo sproloquio sugli ebrei, si diceva: “Ma se tutti vi odiano da millenni sarà anche un po’ colpa vostra, no?”. Su Instagram, invece, ben due account hanno pubblicato un video in cui si vedeva una porzione di pianeta terra, coi cieli invasi dai missili che i diversi Paesi, evidentemente impegnati in una guerra planetaria, si lanciavano l’un l’altro.

Sull’immagine campeggiava: “Il mondo in questo momento perché un ex pittore austriaco non riuscì a finire il suo lavoro”. Centinaia di “cuoricini”, accompagnati da commenti di questo tenore: “Era meglio lasciargli finire il lavoro”, “Se l’avessero lasciato fare oggi vivremmo in un mondo migliore”. Decine di commenti del genere (non lo faccio mai, ma questa volta ho segnalato il contenuto alla piattaforma. Ecco la risposta di Meta: “Il nostro team ha controllato il post. Ha riscontrato che non viola i nostri Standard della Community). Va bene.

In questi due anni, sono stati segnalati e stigmatizzati molti altri episodi antisemiti o che danzano attorno ai bordi di questo virus inestirpabile del nostro Occidente. Così come si è già evidenziato l’attivismo strabico da parte di certo mondo universitario e politico progressista, che si concentra su Gaza (e sta bene) ma latita su altri fronti (e sta molto male), svelando radicati pregiudizi culturali che è superfluo delineare per l’ennesima volta.

Quel che mi interessa dire, alla fin fine, è una cosa molto semplice: l’antisemitismo non sta tornando ma è tornato. È tra noi, è normalizzato, è “civile”, è parte dei discorsi “informati”. Pazienza se a qualcuno sembra un allarme esagerato, se pare un argomento serio ma comunque dalle proporzioni secondarie, se così si è accusati di diffondere diversivi “per distrarre dai crimini dell’entità sionista” o di essere “occidentalisti”. I Jukebox dell’attivismo “antagonista” cantino pure le loro canzoni.

Oggi è normale dire in pubblico che Israele è la riedizione post-moderna della Germania nazista. Pure noti docenti universitari lo dicono, e non succede niente. È normale sostenere che lo Stato d’Israele è nient’altro che un progetto suprematista, colonialista, razzista. È normale magari non dirlo apertamente, ma farlo intendere, alludere.

Quando ero adolescente, queste ed altre oscene idee si potevano al massimo sussurrare: sarebbero state oggetto di decisa sanzione sociale (perlomeno secondo i canoni della pubblica decenza, che naturalmente ha sempre nascosto dosi massicce si ipocrisia). Il mio pessimismo aumenta se penso che la reazione standard a questo discorso è il richiamo (ahimè anche in buona fede) alle politiche di Netanyahu, come se queste c’entrassero qualcosa col sabba antiebraico e antisemita cui assistiamo da almeno un paio d’anni, e non fossero invece l’insperata occasione storica per mascherare l’odio da mobilitazione morale.

Il mio pessimismo aumenta, ancora, se penso che far prendere coscienza del problema al borghese medio è un’impresa ai limiti dell’impossibile: questi dovrebbe comprendere che l’antisemitismo non è un elemento alieno ma una “cellula dormiente” incistata della nostra cultura in profondità insospettabili.

Dire a sé stessi, almeno a sé stessi, la verità, riconoscere che nelle nostre normali vite civili si nasconde una strisciante mostruosità: tutto ciò è molto arduo. Le numerose riflessioni sulla Shoah, promosse dalle nostre istituzioni, avrebbero dovuto aiutarci a farlo ma evidentemente, in molti casi, abbiamo semplicemente perso tempo.

Probabilmente per questo, come ha titolato il Times il 14 giugno, dinanzi all’antisemitismo “molte persone cercano scuse”. Tutto ciò aumenta la pericolosità del fenomeno. Ottant’anni fa, gli europei (e gli italiani) furono svegliati al loro antisemitismo, per così dire, dall’esterno: dalle bombe e dalle rovine che a un certo punto invasero il loro sonno.


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