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La metamorfosi del feudatario: cronaca di un risveglio in casa Rai

Media italiani

La metamorfosi del feudatario: cronaca di un risveglio in casa Rai

C'è una metamorfosi sottile che il potere, specie se esercitato a lungo e con successo, imprime negli uomini. È un processo di lenta assuefazione alla propria importanza, dove i confini tra il ruolo e la persona si fanno labili, quasi evanescenti. L'istituzione per cui si lavora

Alessandro Tedesco26/06/2025Aggiornato 26/06/20254 min lettura781 parole
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C’è una metamorfosi sottile che il potere, specie se esercitato a lungo e con successo, imprime negli uomini. È un processo di lenta assuefazione alla propria importanza, dove i confini tra il ruolo e la persona si fanno labili, quasi evanescenti. L’istituzione per cui si lavora si trasfigura in un dominio personale, l’ufficio nel proprio salone del trono, i collaboratori in una corte di fedelissimi. Le regole comuni, quelle pensate per gli altri, diventano un ronzio di fondo, un dettaglio burocratico trascurabile di fronte alla grandezza della missione di cui ci si sente investiti.

È una metamorfosi lenta, alimentata dai consensi dell’Auditel, dal plauso della propria corte e dalla rassicurante eco delle proprie certezze. E in questo stato di grazia, ogni critica è un’aggressione, ogni richiamo all’ordine una lesa maestà.

La recente vicenda di Sigfrido Ranucci, anima e volto di Report da anni, sembra la perfetta messa in scena di questo dramma. La storia inizia con un tweet dal sapore amaro, quasi tragico: “DOPO 27 ANNI DI RAI HO VINTO UN PROCEDIMENTO DISCIPLINARE”. La maiuscola è un grido, il verbo “vinto” una medaglia al martirio. Il condottiero, convocato a corte, si racconta deluso e tradito. “Pensavo mi rassicurasse sul fatto che le puntate di Report non verranno tagliate e i compensi della mia squadra fossero salvi, anche solo per gratitudine per la qualità del lavoro”.

In queste parole c’è tutto il mondo del feudatario. C’è l’aspettativa della gratitudine, non l’osservanza delle norme. C’è la preoccupazione per la propria armata (“la mia squadra”), non per il regolamento del regno. C’è la certezza della propria “qualità”, che dovrebbe garantire un’immunità implicita. Ranucci si aspettava un tributo, ha ricevuto un memorandum.

E qui, il racconto epico del giornalista si scontra con il “principio di realtà”, che in questo caso assume la forma di una lettera protocollata dalla Rai. Nessun complotto, nessuna censura politica urlata ai quattro venti. La missiva, datata 10 giugno 2025, è di una banalità disarmante.

Elenca, con la freddezza di un contabile, una serie di presenze televisive (su La7, rete concorrente) e partecipazioni pubbliche avvenute “in assenza della necessaria autorizzazione aziendale”. In poche parole, la lettera ricorda al dott. Ranucci che, come ogni altro dipendente della Radiotelevisione Italiana, è tenuto a rispettare delle normative interne.

È qui che la vicenda diventa sublime nella sua ironia. Per anni, il suo programma ha costruito la sua fortuna sull’esposizione meticolosa delle regole violate da altri. Ha creato narrazioni potenti, dove le leggi, i codici e i regolamenti erano la spada con cui si colpivano i potenti di turno. Un giornalismo di tesi, si dirà, dove le inchieste sembrano spesso guidate dalla necessità di confermare un assunto iniziale, creando un’arena con eroi e cattivi ben definiti. Un metodo legittimo, per carità, che ha generato un potere enorme: quello di definire l’agenda, di creare capri espiatori, di ergersi a tribunale mediatico.

Ma cosa succede quando chi è abituato a giudicare viene, a sua volta, giudicato? Non per le sue tesi, non per le sue inchieste, ma per la più banale delle infrazioni: non aver chiesto un permesso. Succede che il castello di certezze scricchiola. La reazione stupita e dolente di Ranucci è quella di chi, sentendosi l’incarnazione stessa del servizio pubblico, scopre di essere semplicemente un dipendente, seppur di lusso, di un’azienda con un organigramma e delle circolari interne.

Lo scontro, quindi, non è tra un giornalista e l’azienda, ma tra due mondi. Da un lato, la percezione del castello personale, dove il merito e la “qualità” creano un diritto superiore. Dall’altro, la realtà di un’organizzazione, dove le regole, uguali per tutti, sono il fondamento. La vera notizia, forse, è proprio questa. Passi per il giornalismo di parte, che il pubblico è libero di amare o detestare. La vera lezione è la scoperta che anche dal torrione più alto del più inespugnabile dei feudi mediatici, prima o poi, si può essere raggiunti da una semplice, banale, circolare aziendale. E scoprire così che il castello, dopotutto, non è mai stato davvero tuo.


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