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Quando la Sinistra scambia la farmacia per un palco

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Quando la Sinistra scambia la farmacia per un palco

La vicenda del sindaco Lorenzo Falchi di Sesto Fiorentino, che ha tentato di trasformare le farmacie comunali in avamposti di una sua personale guerra geopolitica, è la perfetta messa in scena di una deriva della politica. È la cronaca di una sinistra che, orfana di idee,

Alessandro Tedesco30/06/2025Aggiornato 30/06/20254 min lettura684 parole

La vicenda del sindaco Lorenzo Falchi di Sesto Fiorentino, che ha tentato di trasformare le farmacie comunali in avamposti di una sua personale guerra geopolitica, è la perfetta messa in scena di una deriva della politica. È la cronaca di una sinistra che, orfana di idee, si lancia in una recita grottesca in cui il benessere dei cittadini viene sacrificato sull’altare del dogma.

La decisione iniziale era di una semplicità disarmante nella sua irresponsabilità: sospendere la vendita di farmaci, parafarmaci e cosmetici prodotti da aziende israeliane. Non sulla base di un’inefficacia terapeutica, non per un rischio sanitario, ma per la loro nazionalità. Un gesto presentato come un atto di alta moralità, ma che si è schiantato in poche ore contro il muro della realtà e del ridicolo.

I commenti dei cittadini, quelli che con le farmacie hanno a che fare per necessità e non per ideologia, hanno subito messo a nudo il delirio. Qualcuno ha giustamente sollevato il precedente pericoloso: se un sindaco può bandire un prodotto per “motivi morali” politici, cosa impedirà domani a una farmacia “cattolica” di invocare l’obiezione di coscienza sulla contraccezione? Altri, con più pragmatismo, hanno posto la domanda fondamentale: che succede se a mezzanotte un cittadino ha bisogno di un farmaco specifico, magari non sostituibile come prescritto dal medico, e il farmacista glielo nega per obbedienza a un’ordinanza ideologica? Non è solo un disservizio, è un potenziale reato.

La logica, la legge e il buonsenso hanno avuto la meglio così rapidamente da rendere la successiva, imbarazzata retromarcia del sindaco: “rispetteremo la scelta del medico”, la prova definitiva di una mossa pensata solo per i titoli dei giornali.

Di fronte a un errore così marchiano, ci si aspetterebbe una riflessione, una presa di distanza. Invece no. Il segretario del partito del sindaco, Nicola Fratoianni, è sceso in campo non per correggere il tiro, ma per difendere l’indifendibile. Ha parlato di “persone di cui la politica ha davvero bisogno”, che “non hanno paura di prendere posizione”, denunciando “insulse e odiose campagne diffamatorie”. Il dibattito è stato così deviato: dal diritto alla salute e alla legalità si è passati a un’epica battaglia tra i “coraggiosi” che prendono posizione e i “leoni da tastiera” che li attaccano. Una cortina fumogena per nascondere l’imbarazzo di una decisione indifendibile.

Eppure, una sinistra fedele ai suoi principi storici, quelli del diritto universale alla salute, della laicità dello Stato e della razionalità amministrativa, non avrebbe forse dovuto porsi altre domande? Davvero si può accettare che un sindaco si sostituisca allo Stato nella gestione della politica estera, trasformando un servizio pubblico essenziale in uno strumento di lotta partigiana? Davvero si può tollerare che la politica entri a gamba tesa nelle farmacie, decidendo cosa i cittadini possono o non possono acquistare in base a un’agenda ideologica?

Se la battaglia è per i diritti umani, la coerenza imporrebbe di applicare lo stesso metro a tutte le nazioni e a tutti i regimi oppressivi. Ma l’indignazione selettiva è diventata il rifugio di una certa sinistra che ha smarrito la sua vocazione universalista.

Questa vicenda non è un incidente di percorso. È il sintomo di una malattia profonda: l’abbandono del governo del reale in favore del gesto simbolico. Quando mancano le idee per migliorare la vita delle persone, per la sanità, i trasporti, il lavoro, resta solo lo slogan. Resta il boicottaggio come surrogato della politica. E restano, soprattutto, gli elettori di una vita, traditi e lasciati orfani da una classe dirigente che ha scambiato il bene dei propri cittadini per un applauso sui social.


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