Stile, moda e costume
Sentiremo sempre più parlare di stile cinese
La Cina è il grande paese super popolato che è balzato al secondo posto per potenza economica e non solo, è l’unico serio competitore degli Stati Uniti, ma in verità ne sappiamo poco. Ad esempio pochi si sono accorti che da fabbrica del mondo a basso



La Cina è il grande paese super popolato che è balzato al secondo posto per potenza economica e non solo, è l’unico serio competitore degli Stati Uniti, ma in verità ne sappiamo poco.
Ad esempio pochi si sono accorti che da fabbrica del mondo a basso costo, sta con discrezione divenendo un serio esportatore di prodotti originali.
E lo sta facendo non solo producendo attrezzature tecnico-industriali sofisticate, ma anche oggetti di uso comune e voluttuari, sviluppando uno stile proprio, per portare ai consumatori dei mercati di esportazione qualcosa di nuovo e diverso.
Per capire come è successo, ricorro anche alla mia esperienza in loco, derivante da viaggi di lavoro di una certa durata e dai contatti con imprenditori.
Ho visitato la Cina due volte, la prima in piena “rivoluzione culturale” negli anni ‘70 in occasione di una fiera a Canton, arrivando in treno da Hong Kong in un binario morto situato in un tunnel, dove noi passeggeri fummo accolti da giovanissime “guardie rosse” che perquisirono i bagagli ed effettuarono approfondite ispezioni personali.
La seconda nei primi anni 2000 ad un’altra fiera a Shanghai, dove atterrai nel modernissimo aeroporto, quando era in atto il formidabile sviluppo del paese sull’onda lunga della riforma economica di Deng Xiaoping, uno dei cardini del “Boluan Fanzheng”, letteralmente: “eliminare il caos e tornare alla normalità”, la dottrina enunciata per uscire dai guasti della “rivoluzione culturale”.
A Shanghai fui colpito soprattutto dal fatto che tutte le infrastrutture erano di recentissima costruzione, facendo scomparire quelle americane a me ben note, ormai obsolete e in certi casi fatiscenti (si pensi al Subway di New York che per anni è stata la capitale della modernità).
Allo stesso tempo mi impressionò la cura filologica del restauro di Tiazifang, il quartiere della ex concessione francese, e di certe case da té ed alberghi in stile coloniale di rara bellezza.
Per contrasto le merci esposte nelle vetrine degli immensi centri commerciali, a parte quelle importate, avevano un aspetto anonimo e dimesso, l’unico richiamo per i turisti erano le imitazioni a infimo prezzo di orologi Rolex e borse Vuitton.
Però qua e là, soprattutto negli oggetti di arredamento, si intravedevano timidi tentativi di proporre qualcosa di più raffinato.
Ricordo che nell’occasione pensai: “Quando smetteranno di scimmiottare i nostri prodotti e svilupperanno uno stile autonomo e contemporaneo, per noi saranno dolori”.
Ciò è puntualmente avvenuto, oggi si deve riconoscere che quella definita “China chic” è una realtà viva e comprende tutte le branche del design, avendo la caratteristica di coniugare gli stilemi della tradizione con le forme contemporanee.
In Occidente abbiamo sottovalutato il vantaggio di una cultura millenaria diversa, sviluppatasi in sostanziale isolamento.
Una volta liberata l’energia potenziale, compressa prima dal colonialismo e poi dalla forma più radicale e ideologica del comunismo maoista, la Cina è esplosa e il moderno design è un elemento fondamentale dell’attuale sviluppo.
È in particolare nell’arredamento di pregio che la creatività cinese si sta esprimendo in modo particolare, favorito dal tumultuoso sviluppo edilizio, conseguenza della urbanizzazione che ha imposto la costruzione da zero o il rifacimento di città come Shenzhen, che negli anni ‘70 era un villaggio di pescatori, la rinata Chongqing, snodo della Nuova Via della Seta e Xong An, edificata a tempo di record per alleggerire la popolosa capitale Pechino.
Questa tendenza, definita “New Chinese Style” o “Huaren Design”, si riflette anche in tutti gli altri settori, non solo nell’interior design, ma anche in architettura, nella moda, nell’arte e nell’automotive, come ormai possiamo constatare dalle auto cinesi che stanno invadendo le nostre strade.
L’arredamento di interni è caratterizzato da mobili, anche con decorazioni intagliate, di linea essenziale e pulita, spesso arricchiti dall’uso di tessuti preziosi come la seta in cui la Cina ha una tradizione millenaria.
L’architettura, superato lo stile enfatico dell’era maoista, comune a molti paesi a regime comunista, ha sposato una tendenza ultramoderna, addirittura futuristica, di cui due esempi famosi sono la Shanghai Tower e il China Art Museum della stessa città.
Negli anni sono sorti molti studi di architettura, alcuni dei quali hanno rinomanza internazionale come MAD Architects, fondato da Ma Yansong, che ha sviluppato, anche fuori della Cina, edifici di forma originalissima, ultramoderni e tecnologici integrati con la natura.
Molto amato dai giovani il citato “China chic” soprattutto applicato alla moda che ha iniziato ad avere connotati propri, dopo anni di produzione in conto terzi per le grandi firme internazionali, non a caso, di recente una griffe italiana famosissima com Krizia è passata sotto il controllo dell’imprenditrice e stilista cinese Zhu Chong Yun.
Quello dell’auto è un caso a parte, perché alla ricerca di linee accattivanti, con il contributo di stilisti europei e italiani in particolare, si è aggiunta la spinta dell’innovazione elettrica, dove ormai i produttori locali hanno una posizione dominante.
Concludendo, la cura per il design è un fenomeno abbastanza recente in rapida evoluzione, inteso a coniugare tradizione e contemporaneità, sentiremo sempre più parlare di stile cinese originale, un altro elemento del mondo multipolare che sta avanzando in tutti i campi, al quale è inutile illudersi di potersi opporre.
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Nel 2008 andai a Chongqing, passando per Shanghai, dove mi feci un giro in centro col MAGLEV. Al ritorno, a Fiumicino, Leonardo da Vinci Express (povero Leonardo….) cancellato, sporco per sciopero, disastro italico. Un signore chiacchiera con me.. “È stato in Cina? Le avranno steso il tappeto rosso”… Io “questi ci mangiano vivi, altro che tappeto rosso!”.
Aggiungerei un fatto che già succede da qualche decennio ma che nessuno nei Paesi occidentali che sono anticolnialisti e abbattono i simboli della colonizzazione sette-ottocentesca ossera, nota, critica: Che la Cina si è già comprata mezza Africa e si sta allargando sempre più.
Vivevo in Somalia a metà degli anni ’80, e i cinesi costruivano strade che, a differenza di quelle fatte dagli italiani, non venivano smangiate dalla sabbia nel giro di un paio d’anni, e acquedotti, e gli abitanti del quartiere di Mogadiscio servito dall’acquedotto fatto dai cinesi potevano permettersi, unici fra il milione e 200.000 abitanti della città, di bere l’acqua del rubinetto senza bollirla. Hanno cominciato così, poi è venuto tutto il resto.