Politica italiana
L’invito a Gergiev non è una scelta artistica. È una decisione politica
Il suono, prima ancora della musica, è l'espressione più primordiale dell'uomo: un grido di guerra, il battito che scandisce la marcia, il canto che unisce una comunità. Da questa dualità originaria, la musica ha ereditato il suo doppio destino, la sua eterna ambivalenza: essere al servizio



Il suono, prima ancora della musica, è l’espressione più primordiale dell’uomo: un grido di guerra, il battito che scandisce la marcia, il canto che unisce una comunità. Da questa dualità originaria, la musica ha ereditato il suo doppio destino, la sua eterna ambivalenza: essere al servizio del potere o incarnare la rivoluzione.
La storia ci insegna che il potere ha sempre capito la sua forza, addomesticandola. L’ha resa un’arte funzionale, uno strumento per celebrare la propria grandezza e imporre l’ordine. Dalle marce militari agli inni nazionali, la musica è diventata la colonna sonora dell’autorità. La Russia, in questo, è un libro di testo: una tradizione secolare, dagli zar ai soviet fino a Putin, dove i grandi compositori sono stati spesso chiamati a servire lo Stato, a tradurre in note la propaganda del regime.
Ma esiste un’altra musica, un controcanto tenace che nasce dal basso. È la musica che è rivoluzione. È il blues nato dalle catene della schiavitù, il jazz come grido di libertà e improvvisazione contro le regole rigide, il rock che ha sfidato l’establishment, il rap che ha dato voce alle periferie dimenticate. Questa musica non adula il potere: lo interroga, lo processa, lo mette a nudo.
L’incandescente polemica sull’invito al direttore d’orchestra russo Valery Gergiev a esibirsi alla Reggia di Caserta, in un evento finanziato con fondi pubblici, si inserisce esattamente in questo eterno conflitto. Non è una mera questione di cartellone, ma la scelta fondamentale tra quale musica vogliamo ascoltare: quella che funge da megafono per un regime o quella che dà voce alla coscienza.
La voce più tagliente e autorevole sulla questione è quella di Yulia Navalnaya, vedova di Aleksej Navalny. In una lettera aperta pubblicata su La Repubblica, Navalnaya non usa mezzi termini: il maestro non è un semplice artista, ma un “ambasciatore culturale” del Cremlino, un ingranaggio di quel soft power utilizzato per “normalizzare la guerra e i crimini del regime”. Un suo concerto in Italia, prosegue, sarebbe “un regalo al dittatore”.
Queste parole pesano come macigni. Il punto non è la nazionalità di Gergiev, ma il suo ruolo politico, rivendicato e mai sconfessato. Un ruolo che lo ha visto sostenere l’annessione illegale della Crimea e celebrare con un concerto le rovine di Palmira, a fianco di Bashar al-Assad. Non possiamo permettere che l’arte venga strumentalizzata per normalizzare l’orrore.
Certo, la grandezza artistica di Gergiev è indiscussa. Ma può il talento assolvere da ogni responsabilità morale? La storia ci offre un monito agghiacciante: nei campi di concentramento si eseguiva la Nona di Beethoven. La musica era necessaria tanto ai prigionieri quanto ai loro aguzzini, che il giorno dopo li avrebbero mandati a morire. Questo dimostra come il potere della musica sia amorale, capace di servire qualunque causa.
Non si tratta di censurare un artista russo. Si tratta di riconoscere il ruolo politico di un individuo che, dal 2022, è stato allontanato dai maggiori palcoscenici internazionali proprio per non aver condannato l’invasione dell’Ucraina. Perché l’Italia, e in particolare la Campania — dove peraltro Gergiev possiede proprietà di lusso — dovrebbe ora offrirgli un palco prestigioso?
La difesa d’ufficio del governatore campano Vincenzo De Luca, che si appella alla libertà dell’arte, suona stonata. Anche l’arte deve avere il coraggio di schierarsi e dire no. La musica è universale, ma non sempre portatrice di pace. Può essere un’arma diplomatica, ma può anche diventare un potente strumento di propaganda. L’invito a Gergiev non è una scelta artistica. È una decisione politica. Significa scegliere se il suono di un’orchestra debba sovrastare il rumore delle bombe e il silenzio dei dissidenti. E in questa scelta, la neutralità non è un’opzione. È una presa di posizione.
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