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Nella battaglia per la verità c’è chi lotta per farla emergere e chi per impossessarsene

Il dibattito delle idee

Nella battaglia per la verità c’è chi lotta per farla emergere e chi per impossessarsene

La filosofia nasce anche come necessità di liberarsi dal ristretto punto di vista del soggetto, per arrivare alla conquista di una verità oggettiva, quanto più possibile scevra dalle interferenze del corpo, delle passioni e delle emozioni. L'invito di Socrate a liberarsi dal corpo e a lasciare

Alfonso Lanzieri31/07/2025Aggiornato 30/07/20256 min lettura1.280 parole
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La filosofia nasce anche come necessità di liberarsi dal ristretto punto di vista del soggetto, per arrivare alla conquista di una verità oggettiva, quanto più possibile scevra dalle interferenze del corpo, delle passioni e delle emozioni.

L’invito di Socrate a liberarsi dal corpo e a lasciare spazio all’anima, che si legge nel Fedone di Platone, sembra esprimere questa impostazione. La verità oggettiva (l’“episteme”, il massimo grado della conoscenza per Platone, significa proprio una verità che “sta” e non “cade”) non serve soltanto a saziare la curiosità, ma costituisce la base su cui fondare la polis giusta: senza verità, rischia di prevalere la sofistica, l’arte retorica capace di far trionfare i discorsi falsi su quelli veri, inoculando il virus dello scetticismo nel corpo sociale. In tal caso lo Stato può deflagrare nella tirannia e nella barbarie, dove vige soltanto la legge del più forte. La verità oggettiva è quindi necessaria sia alla politica sia alla conoscenza della natura.

Con Galileo abbiamo imparato a distinguere tra “qualità primarie”, che riguardano i rapporti tra le cose, e “qualità secondarie”, che emergono nella relazione tra soggetto e cose. La temperatura misurabile in una stanza ha a che fare con le qualità primarie; la sensazione di caldo o freddo, invece, con le qualità secondarie. Per questo motivo sulla temperatura non si discute, mentre sul caldo o freddo percepito possiamo divergere: venti gradi possono essere troppi per alcuni e troppo pochi per altri.

Nel mondo moderno il soggetto ha cominciato a reclamare sempre più spazio. Ci siamo resi conto che anche nella conoscenza scientifica possono esistere pregiudizi soggettivi che orientano la ricerca; che le ipotesi scientifiche sono anche connesse a prospettive sul mondo; che il fatto stesso che siamo noi a conoscere implica che l’oggettività non sia mai assoluta. In altre parole, non possiamo accedere alle cose “senza di noi”: l’in sé degli enti è sempre anche un “per me”. Il metodo scientifico è come un imbuto che cerca di tenere fuori il più possibile l’elemento soggettivo, certo, ma questo retroterra non può essere dimenticato, altrimenti si rischia di comprendere poco della scienza stessa.

Questo schema funziona probabilmente in modo leggermente diverso nelle cosiddette scienze umane rispetto a quelle naturali. Queste ultime indagano il mondo dei rapporti tra le cose (e anche quando studiano il corpo umano, lo trattano come un oggetto che interagisce con altri oggetti secondo le leggi della fisica, della biologia o della chimica). Le scienze umane, invece, hanno più a che fare con il significato che le cose assumono per la vita umana. Ovviamente questa divisione è approssimativa – il sapere è più complesso – ma credo possa funzionare come bussola.

Ora, tra le cose che hanno significato per la vita umana c’è anche il sapere stesso, la pratica scientifica nei suoi diversi campi. Cos’è il sapere? A cosa deve servire la scienza? Perché facciamo scienza? Ponendoci queste domande, abbiamo compreso che, oltre alla voglia di contemplare il cosmo o a nobili ideali di progresso, ci sono anche motivazioni più spurie, alcune inconsapevoli, altre meno. È indubbio che dietro l’impresa scientifica ci sia anche la volontà di imbrigliare le forze naturali per metterle al nostro servizio.

Questo ci ha permesso di produrre meraviglie come i vaccini o internet, ma talvolta ci ha condotti a un delirio di onnipotenza che ci danneggia. È altrettanto certo che la scienza abbia un riflesso sul potere: un’interpretazione storica, avallata dall’autorità apparentemente neutrale di un’università, può servire a dittature feroci; una teoria scientifica può riflettere più i pregiudizi dei ricercatori che i dati stessi (basti pensare alla scienza nazista).

Consapevoli della soggettività dell’impresa scientifica, abbiamo talvolta trasformato il senso critico in sospetto generalizzato. Alcune scuole filosofiche degli anni ’60 e ’70, di grande influenza, hanno fornito argomenti che – radicalizzati da allievi manichei e meno raffinati – hanno contribuito a consolidare questa visione: non è che la scienza può essere ideologica; essa lo è anche strutturalmente, perché i paradigmi epistemici che la guidano si fondano su griglie culturali preesistenti, vere e proprie visioni del mondo cariche di pregiudizi. L’impossibilità di un sapere del tutto neutrale – sempre in lotta con i propri pregiudizi – si è trasformata nell’idea che il sapere sia per natura mai neutrale, dunque sempre “politico”.

A questo punto la battaglia delle idee può diventare scontro tra gruppi umani dominanti e dominati, tra sfruttatori e sfruttati. La verità, nata come elemento unificante della polis, diventa ciò che in parte ci divide. Sul piano popolare, questo genera un sospetto verso molte autorità scientifiche (che siano medici, economisti o letterati), la lotta continua tra “la mia verità” e “la tua verità”, tra ciò che io sento come vero e ciò che tu senti come vero, tra il mio “vero me” e il tuo “vero te”. Lo ha detto una studentessa, in una lettera pubblicata dai giornali poco dopo l’esame di maturità: la scuola, scriveva, non ha voluto conoscere “la vera me”.

Abbiamo smesso di vedere la ricerca della verità come un bene comune, riconoscendo come tale solo il diritto a esprimere la mia verità. Se la mia verità basta a sé stessa, ogni interferenza o invito a mediare la propria percezione rischia di essere sospettato di coercizione reazionaria.

Questa dinamica ha prodotto anche danni seri, cito solo un caso concreto: adolescenti condotti troppo in fretta verso transizioni di genere, viste da alcuni come esito inesorabile delle difficoltà nella costruzione della propria identità tipiche della pubertà e della preadolescenza.

Solo anni dopo, con il “freno a mano” tirato da alcune autorità sanitarie, molti sono stati ricondotti alla realtà: la verità non può fare a meno di attraversare il soggetto – conquista della modernità da cui non dovremmo retrocedere – ma il soggetto è sempre preceduto dalla verità stessa, come insegna la tradizione classica. Bisogna tenere insieme le due cose.

Tra la scienza ideologicamente guidata (nazista o comunista) e l’ideologia scientificamente supportata, la via maestra è forse una scienza che, pur fragile e piena di precomprensioni e fallacie, non rinuncia a cercare una verità il più possibile indipendente dai soggetti e dalle loro passioni.

Questo non significa eliminare la passione per la verità, anzi: è proprio questa che spinge a cercare una verità che sia il più possibile autonoma dal mio sguardo. Quale autentica passione per a verità si accontenta di un modellino fabbricato in casa ad uso e consumo del produttore? Ne abbiamo bisogno.

Molti esperti, soprattutto nelle scienze umane, hanno talvolta politicizzato il proprio impegno fino a cancellare la distinzione tra “scienziato” e “militante”. Anzi, alcuni rivendicano la politicizzazione come l’unico modo serio di svolgere il proprio lavoro (cosa diversa dal trattare temi politicamente rilevanti).

È vero: la verità è anche campo di battaglia, ma c’è chi lotta per farla emergere e chi per impossessarsene. Sono due cose molto diverse. Il Socrate che, per bocca di Platone, invita a liberarsi dal corpo per seguire l’anima può sembrare distante dalla sensibilità moderna (ecco la soggettività nel sapere).

Eppure, se ricategorizziamo quelle parole, e ne comprendiamo di nuovo la posta in gioco, ci accorgiamo di quanto il loro valore permanga stabile attraverso il tempo (ed ecco l’oggettività).


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Un pensiero su “Nella battaglia per la verità c’è chi lotta per farla emergere e chi per impossessarsene

  1. Enrico Marani dice:

    Grazie per l’articolo, sempre stimolanti le tue riflessioni. Sembra essersi diffusa una difficoltà nell’accettare la verità, che a volte è anche un “farsi carico” della verità e del suo peso. Tutto assume un dato emotivo o peggio strumentale, come le cronache politiche ci rimandano quotidianamente, si pensi a Trump, a livelli francamento che mi erano ignoti e non sono un giovincello. Parallelamente c’è però anche un non voler sopportare il “peso” della verità, adeguando a volte anche dolorosamente le proprie convinzioni e comportamenti.

    La verità ha perso la sua centralità e l’erosione della memoria, ha messo anche in crisi l’oggettività a fronte del trascorrere del tempo , tempo in cui la verità non si usura, dato indiscutibile, ma se la verità non viene vista drammaticamente inutile.

    La questione sembra sempre più essere legata a come modificare la struttura mentale dell’uomo contemporaneo per accogliere la verità, darle lo spazio necessario per diventare testimonianza e creare una struttura psicologica per sopportarne anche le asprezze.

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