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L’antisemitismo non fa più presa? Gli ebrei puntino su body shaming e gaslighting

Antisemitismo

L’antisemitismo non fa più presa? Gli ebrei puntino su body shaming e gaslighting

Quando i bimbi fanno i capricci perché non vogliono la frutta, alcuni genitori si industriano in molti modi per ovviare al problema. C’è chi fa la macedonia, chi mescola la frutta allo yogurt o ai cereali, o anche quelli che preparano degli spiedini di frutta, colorati

Alfonso Lanzieri30/07/2025Aggiornato 29/07/20254 min lettura755 parole
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Quando i bimbi fanno i capricci perché non vogliono la frutta, alcuni genitori si industriano in molti modi per ovviare al problema. C’è chi fa la macedonia, chi mescola la frutta allo yogurt o ai cereali, o anche quelli che preparano degli spiedini di frutta, colorati alla vista e simpatici da mangiare. Insomma, si tratta di camuffare un po’ l’operazione per consentire a chi non ha ancora la maturità per decidere da solo di fare una dieta il più possibile sana.

Per convincere una parte della sinistra a prendere sul serio l’antisemitismo tra noi, senza ridurlo a una sorta di fallo di reazione, perché la brava gente si indigna per il massacro di Gaza e come biasimarla signora mia, si potrebbe seguire la stessa tattica del camuffamento della frutta.

Il prossimo ebreo che dovesse essere vittima di aggressione (ovviamente ci auguriamo che non accada mai), non parli di antisemitismo o antiebraismo. Non funziona più. Per sperare di farsi ascoltare, in base al tipo di insulto e alla modulazione sonora, può scegliere dal dizionario dell’inclusione altri termini che dovrebbero far scattare la solidarietà della sinistra.

Se, ad esempio, l’ebreo aggredito viene insultato utilizzando l’epiteto “nasone”, potrà dire di essere stato vittima di lookismo (o aspettismo), ovvero di discriminazione in base all’aspetto secondo i canoni dominanti. In alternativa c’è il più famoso “body shaming”: è una discriminazione in base a un elemento fisico a prescindere dal riferimento a canoni estetici dominanti.

L’ebreo potrà scegliere, in base al proprio discernimento, quale termine si attaglia meglio alle circostanze. Può invece giocarsi la carta del “dress shaming” nel caso in cui l’aggressore o gli aggressori comincino la loro azione dopo aver notato e indicato con riprovazione un’eventuale kippah.

Se alla vittima di aggressione viene imputata la responsabilità dell’aggressione che sta subendo, adducendo un improbabile collegamento tra lei e le azioni del governo dello Stato israeliano, è il caso di gridare al “victim blaming”.

Se la vittima ebrea prova a far ragionare i propri aggressori, ma questi vogliono convincerla delle loro improbabili teorie, allora meglio parlare di “gaslighting” (emblematico il caso della negazione totale o parziale delle brutalità del 7 ottobre 2023).

Se la vittima è un’ebrea, le opzioni si ampliano: si può parlare di “mansplaining”, che credo di non aver bisogno di spiegare, ma anche di “patronizing”, cioè della spiegazione accondiscendente fatta a una donna da un uomo che assume atteggiamenti paternalistici, pensando di conoscere meglio di lei quello di cui lei avrebbe bisogno.

Per i più raffinati, si può aggiungere anche il “tone policing”, cioè l’invito di «darsi una calmata», di cui potrebbe essere vittima una donna ebrea aggredita, qualora chiedesse ai propri molestatori di fermarsi. Se la donna ebrea in questione è stata aggredita con suoni inintellegibili emessi alle sue spalle, potrebbe forse pure trattarsi di “cat-calling”.

Se l’insieme di queste aggressioni si svolge, per così dire, “a bassa intensità”, senza strilli, insulti veri e propri e soprattutto senza ostilità fisica, si potrebbe parlare di “micro-aggressioni”. Volendo, l’ebreo o l’ebrea aggrediti potrebbero puntare anche sul passaporto: se sono francesi, allora denunciano la “francofobia”; se sono spagnoli, la “ispanofobia”, e così via, sfruttando il trend avviato dalla “russofobia”. Gli esempi potrebbero proseguire.

Negli ultimi anni una precisa area culturale della sinistra, che va dalla costa nord-atlantica degli Stati Uniti fino alle terrazze romane (come la famosa “grande chiesa” cantata da Jovanotti), ha costruito un arsenale di vocaboli per dare un nome ad ogni possibile sfumatura di conflitto e offesa tra esseri umani.

Il sospetto che questa bulimia parolaia nasconda in realtà molta più esclusione che inclusione ci sarebbe pure, ma non si può sottilizzare adesso. Meglio essere pragmatici. Cari ebrei, anche se vi scoccia un po’, e lo capisco, estraete anche voi una delle carte dell’inclusione: l’unica speranza di ricevere una solidarietà estesa dalla sinistra è camuffarvi da spiedino arcobaleno.


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