Il dibattito delle idee
Dimentichiamo il “woke”, cerchiamo di capire il paternalismo esistenziale
A molti dà fastidio anche solo sentire la parola “woke”, in riferimento a quella visione dogmatica di un mondo rigidamente diviso in oppressori e oppressi. Basta nominarla e subito vieni bollato come “di destra” o, peggio, “trumpiano”. È il riflesso di un atteggiamento binario: se non



A molti dà fastidio anche solo sentire la parola “woke”, in riferimento a quella visione dogmatica di un mondo rigidamente diviso in oppressori e oppressi. Basta nominarla e subito vieni bollato come “di destra” o, peggio, “trumpiano”. È il riflesso di un atteggiamento binario: se non sei con noi, sei contro di noi; se non sei il bene, sei il male. Così spariscono le sfumature, l’analisi, il ragionamento e il dibattito.
Allora, per onor di analisi, metterò da parte quel termine ormai diventato così divisivo da non potere più essere usato in modo neutro, soprattutto perché all’origine era nato con intenti positivi: combattere ingiustizie sistemiche. Per molti, che non vedono il dogmatismo in cui è degenerato, è rimasto un vessillo di giustizia. E chiunque osi criticarlo non può che, ai loro occhi, incarnare la difesa di un’entità bianca e colonialista, impegnata a proteggere i propri privilegi nel mondo.
Alcuni giorni fa, in un suo articolo, Alessandro Tedesco ha coniato la definizione di “wokismo esistenziale”, descrivendo alla perfezione quell’interpretazione della realtà incanalata in una visione assoluta di ciò che è buono e giusto contrapposto a ciò che è male ed esecrabile, al punto da elevarla a condizione sine qua non. Una sorta di esistenzialismo quasi mistico, in cui l’adesione a determinati principi non è solo scelta etica o politica, ma dichiarazione d’essere, misura del proprio valore come persona.
Alla definizione di Tedesco allora, per far piazza pulita di quel “woke” che tanto dà fastidio, ne sostituirò un’altra che esprime qualcosa di molto simile ma ancora più pregnante: il “paternalismo esistenziale”. Una condizione in cui non solo si pretende di stabilire ciò che è giusto per tutti, ma lo si fa assumendo il ruolo del tutore morale universale, dispensando giudizi e prescrizioni come se il mondo intero fosse un allievo da correggere e guidare.
E il primo terreno su cui il paternalismo esistenziale esercita il proprio potere è la lingua. Perché è attraverso le parole che descriviamo e comunichiamo la realtà: se vuoi cambiare il mondo, devi prima immaginarlo e poi raccontarlo. Le parole non sono un semplice filtro interpretativo, ma la lastra fotografica su cui si imprime l’immagine del reale. Scegliere i termini, ridefinirli, sostituirli o bandirli significa ridisegnare i confini di ciò che è pensabile. È un’operazione potentissima: chi controlla il linguaggio non si limita a esprimere un’idea, ma modella il modo stesso in cui quella realtà potrà essere percepita, compresa e discussa.
E il testo sacro da cui è stato attinto gran parte del linguaggio che oggi sentiamo ripetuto e abusato — infilato in qualsiasi talk show, articolo, tweet o conferenza — è tratto a piene mani dalla Bibbia del paternalista esistenziale: Orientalismo di Edward Said. Un’opera nata con l’obiettivo di smascherare le narrazioni distorte dell’Occidente sull’Oriente, ma che nel tempo è stata elevata a fonte dogmatica, fino a diventare la nuova visione univoca della realtà. Anzi, non visione, ma la realtà in sé. Assoluta. Imprescindibile. Indiscutibile.
Il problema è che, una volta trasformata in dogma, qualsiasi teoria perde la capacità di generare conoscenza nuova. Ogni evento, ogni parola, ogni rapporto umano viene immediatamente organizzato sotto la stessa griglia interpretativa: oppressore e oppresso, colonizzatore e colonizzato, vittima e carnefice. La realtà smette di essere indagata e diventa soltanto conferma del quadro già dipinto. Così, da strumento di emancipazione, si è trasformato in un meccanismo di irrigidimento culturale.
Ma perché “paternalismo”? Semplice: perché il seme di questa interpretazione è germogliato in un terreno fertile — la gioventù occidentale, bianca, agiata, istruita, educata al senso di giustizia e consapevole del proprio privilegio e del proprio potere di cambiare il mondo. Una classe cresciuta nell’autocoscienza, pronta a mettersi in discussione, pronta ad agire per il bene collettivo. Una classe che, se vogliamo usare la stessa lettura binaria del mondo in oppressori e oppressi, è la classe colonizzatrice per eccellenza e continua a comportarsi come tale, ma con un’inversione apparente: se prima usava il potere per fare del “male”, ora si è autoconvinta di impiegarlo per fare del “bene”. Eppure, per quanto si sforzi nel moralismo del redento, la sostanza non cambia: resta una visione dall’alto, da quella torre da cui si guarda la realtà fino a dimenticare dove si è e con chi si parla. Perché non c’è, in fondo, nulla di più intrinsecamente supponente, colonialista e razzista che guardare al “povero nero”, all’“emarginato latino” o al “disperato palestinese” e dirgli: “Ecco, io ti aiuto a risollevarti dalla tua misera condizione”.
Siamo, consentitemi, a livelli di psicoanalisi collettiva: come se, in fondo, per placare il senso di colpa che opprime il privilegiato occidentale di fronte ai mali e alle ingiustizie del mondo, fosse indispensabile trovare dei poveri reietti della terra da aiutare. Non per loro, ma per sé. Per dare un senso alla propria condizione, per risolvere il proprio dilemma esistenziale. È un atto di redenzione mascherato da altruismo, in cui il bisogno primario non è quello dell’altro, ma quello di alleggerire il peso morale che grava sulle spalle di chi, pur non avendo mai colonizzato nulla, si sente erede e debitore di tutte le colpe storiche del proprio mondo.
E in fondo, i sondaggi parlano chiaro: i grandi seguaci di Zohrab Mamdani a New York non sono i neri o i latini, ma i giovani bianchi della classe medio-alta. I movimenti propal negli Stati Uniti sono esplosi nei campus universitari con rette da decine di migliaia di dollari, non nei ghetti dell’Alabama. Ma tra tutti svettano un paio di casi emblematici: il primo, noto a tutti, è quello di Greta Thunberg, simbolo perfetto di questa dinamica. Giovane, bianca, proveniente da un contesto socio-economico agiato, capace di incarnare un’intera narrazione salvifica in cui la causa diventa anche palcoscenico per un ruolo messianico. Un’icona che parla al mondo con il linguaggio dell’urgenza morale, ma che viene amplificata e consacrata proprio da quell’Occidente che dice di sfidare.
L’altro, su cui forse si potrebbero scrivere interi trattati, è quello di Marlene Engelhorn, erede del fondatore della BASF Friedrich Engelhorn (1821-1902), una delle più grandi aziende chimiche al mondo, che durante il nazismo fornì al Reich il gas usato per sterminare milioni di ebrei e altre minoranze. Nel 2021 ha fondato in Germania l’iniziativa Tax Me Now insieme a figure come Abigail Disney e Valerie Rockefeller, per chiedere tasse patrimoniali ed ereditarie più alte. Ha più volte denunciato lo squilibrio di potere economico dei super-ricchi — “The rich already hold too much power” — e nell’autunno 2022, alla morte della nonna Traudl, ha ereditato circa 25 milioni di euro (a fronte di un patrimonio familiare stimato in 4,2 miliardi di dollari). Ha annunciato di voler donare almeno il 90% della sua quota, giudicando l’eredità una fortuna immeritata e antidemocratica.
In Austria ha creato il Good Council for Redistribution, una giuria di 50 cittadini scelti a caso, incaricati di decidere la destinazione dei fondi a 77 organizzazioni che si occupano di ambiente e diritti umani. Nel gennaio 2025 ha manifestato a Davos contro le disuguaglianze globali; nell’agosto dello stesso anno si è unita alla Freedom Flotilla Coalition in partenza per Gaza, dichiarando: “I am against genocide and for a free Palestine”.

Marlene Engelhorn incarna in modo quasi paradigmatico il nodo centrale del “paternalismo esistenziale”: l’intreccio tra privilegio ereditato, coscienza politica e necessità di riscatto morale. La sua rinuncia alla ricchezza e l’adozione di modelli radicali di redistribuzione democratica non possono essere lette solo come atti filantropici, ma anche come gesti che rispondono a un’urgenza identitaria: prendere le distanze dal potere e dal passato che l’hanno generata.
Nel suo caso, tuttavia, emerge anche un elemento più profondo — forse inconscio, ma non per questo meno reale — di smascheramento delle radici culturali. L’impegno verso la giustizia e il “bene del mondo” appare come un tentativo di cancellare l’eredità familiare della complicità con l’Olocausto, ma la porta oggi a schierarsi contro Israele, contro gli ebrei, arrivando a minimizzare quella stessa Shoah di cui la sua storia familiare fu parte, accusando le vittime di ieri di genocidio e abbracciando il motto “dal fiume al mare”, una delle espressioni più apertamente genocide che si possano pronunciare. È qui che il paternalismo esistenziale rivela pienamente se stesso.
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boh, io sono bianco, etero, maschio e cristiano per formazione, non godo di particolari privilegi e se a volte mi sento in colpa è unicamente per parole dette o cose fatte da me a gente che mi sta vicina, non di certo per cose dette o fatte da altri, in altri posti e in altri tempi (ma anche in questi posti e in questi tempi, ovviamente, il punto è che non sono io a farle o dirle).
mi ripugna il concetto stesso di colpa o responsabilità collettiva, soprattutto se faccio parte di una qualsiasi collettività per puro caso e non per scelta. per cui mi sento di poter sghignazzare su qualsiasi tentativo di distorcere la storia e la realtà con lo scopo di farmi pagare qualcosa, in termini concreti o anche soltanto morali, per presunte colpe della mia civiltà…
Apriti cielo! Adesso che dirà Dibba per non essere stato citato fra i casi emblematici. Ah no, spe’, lui è solo un falegname nella officina del Signore, come avrebbe forse detto un Papa.
Ottima anlisi che condivido.Continuo a pensare che queste persone, con altissima probabilità, sono parte della stragrande maggioranza di umani nati con cervello con logica mentale conservatrice, che per quanto si tenti di sofisticarla , non cambierà mai in una logica mentale veramente progressista.
Troppo buono. Si tratta di privilegiati che vorrebbero evocare San Francesco, ma senza sandali e senza saio