Antisemitismo
Quel fiume di odio antisemita riversato dalle università
Ephraim Nissan ha lavorato in ambito accademico in tre Paesi e ha pubblicato oltre 600 lavori scientifici. Dal 1994 risiede a Londra. È fellow dell’Institute for the Study of Global Antisemitism and Policy (ISGAP). Il presente articolo è il terzo di 3 parti che ci ha


Una pompa di pregiudizi che inonda la società
Durante la lunga inchiesta indipendente sull’antisemitismo al Goldsmiths College di Londra — chiusa in modo deludente, senza colpevoli — la motivazione ufficiale fu che l’avvocato estensore non aveva ricevuto, nel perimetro del compito a lui affidato, anche il compito soffermarsi su colpe individuali. Mostra a titolo esemplificativo, molto stringatamente, che tipo di vessazioni gli ebrei avevano subito. Consolazione ufficiosa: a cercar colpevoli, si rischia di peggiorare la situazione degli ebrei in ateneo. Realisticamente, penso si volesse evitare di compromettere la carriera di avvocati (peraltro validi) che devono pur campare fino alla pensione.
In quell’occasione per gli avvocati dell’inchiesta, di mia iniziativa, preparai un diagramma con alcuni feedback per mostrare come la radicalizzazione antiebraica degli studenti universitari, alimentata da docenti o compagni estremisti, risulti in una nuova generazione di attuatori della radicalizzazione, una volta che i laureati siano diventati genitori, insegnati delle scuole medie e di liceo, presidi, o universitari, o colleghi o datori di lavoro in altri settori professionali. E quando la radicalizzazione comincia già nella scuola dell’obbligo, gli studenti arrivano all’università con idee estremiste ben consolidate.
Nel 2018, un’insegnante ebrea di una scuola statale raccontò su un giornale ebraico britannico un episodio rivelatore. Durante una lezione sull’Olocausto di un collega (a tratti raccontato come “colpa degli ebrei”), uno studente alzò la mano:
«Ma professore (Sir!), in prima media ci avete insegnato che gli ebrei avevano portato la peste!».
Quando l’insegnante che aveva osservato ciò tentò di riferire l’accaduto al preside, ricevette un messaggio chiaro: meglio tacere, o avrebbe rischiato il posto.
Oggi, le università sono diventate una pompa che riversa odio nella società, spingendo gli ebrei fuori da spazi che fino a ieri erano ufficialmente neutrali e aperti a tutti, indipendentemente da etnia e religione. Una dinamica che ricorda la graduale vanificazione, e poi la fine dei diritti di cittadinanza degli ebrei nel tardo Impero Romano.
Per sostenere una narrativa falsa e dannosa, molti docenti e capi dipartimento finiscono per censurare porzioni sempre più ampie del sapere, trasformandosi da studiosi in attivisti incendiari. Senza promulgare leggi razziali, e senza — per ora — sopprimere la democrazia, gli ebrei vengono di fatto ricacciati nei ghetti, in un processo che richiama la transizione dall’Impero Romano tardo-pagano ai primi secoli medievali.
Teodorico, ad esempio, fu relativamente corretto con gli ebrei, pur rimproverandoli formalmente per la mancata conversione. (Aveva eliminato Odoacre con un colpo di spada, ma poi si mostrò monarca “saggio” e rispettabile. Un po’ come il passaggio dal PNF squadrista a quello finto perbenista.)
Molto prima, Ambrogio di Milano auspicava la scomparsa degli ebrei, anche con la forza, come di tutti i non cristiani. Di un pogrom a Raqqa — che secoli dopo sarebbe diventata la capitale dell’ISIS — si dichiarò fiero corresponsabile.
Agostino di Ippona, invece, sosteneva che gli ebrei dovessero restare fino al Secondo Avvento, ma sempre oppressi e umiliati: solo così si sarebbe dimostrata la supremazia della Chiesa.
Lucera, un precedente inquietante
La condizione degli ebrei come bersaglio perpetuo dell’Occidente è anche il rovescio di un privilegio: per secoli, furono l’unico gruppo non cristiano autorizzato a convivere, fino a quando le cose cambiarono. Da Ariano Irpino, patria di Francesca Albanese (e del papa Paolo IV, nemico giurato degli ebrei), a Lucera, bastione della Controriforma, il passo non è lungo.
A Lucera, nel Medioevo, furono deportati dalla Sicilia musulmani colti e combattivi, lasciando sull’isola solo quelli mansueti e facilmente convertibili. Per circa ottant’anni — lo stesso lasso di tempo che separa il 1948 dal 2025 — la cattedrale fu una moschea. Finché un monarca angioino avallò l’iniziativa privata di una milizia che ridusse in schiavitù l’intera popolazione musulmana.
Un destino che ricorda, per noi ebrei, quello che l’“albanesismo” — ossia gli estremi dell’antisemitismo globale istituzionalizzato anche e soprattutto alle Nazioni Unite viene dagli ebrei dell’Occidente percepito attraverso i modi e anche la faccia teletrasmessa della Albanese
Università: fabbriche di dottrina, non di verità
Storicamente, gli atenei non puntavano alla ricerca della verità, ma alla diffusione di doxa ufficiali, da accettare come dogma. L’antisemitismo era parte integrante del pacchetto.
In un precedente articolo su InOltre ho raccontato uno dei due esposti inviati all’Università di Edimburgo: un testo che dovrebbe far riflettere su quante falsità circolano da decenni, sia in Gran Bretagna sia in Italia.
In Italia, l’antisemitismo è sopravvissuto al dopoguerra grazie all’impunità, all’amnistia del 1947 e alla capacità di molti di cambiare bandiera senza cambiare idee. Oggi, l’Italia esporta nel mondo universitario anglosassone vere “punte di diamante” di antisemitismo accademico.
Nel mio articolo ho anche ricordato che lo Stato d’Israele non nasce da un capriccio di Lord Balfour, ma dal diritto ottomano, che riconosceva agli ebrei lo status di “nazione ufficiale” dell’Impero.
Gli anni formativi miei — e, mutatis mutandis, di Albert Einstein — furono a Milano. Mi costa lavare i panni sporchi dell’Italia all’estero, ma è necessario se vogliamo evitare un nuovo Olocausto. E per farlo, bisogna conoscere il brodo di coltura che ha reso l’antisemitismo italiano un prodotto da esportazione.
Curiosità storiche sugli atenei
Un mercante inglese medievale, di ritorno dal Levante, volle fondare in Europa un’istituzione simile alle accademie locali, dove il dibattito era piuttosto libero. Non la creò in Inghilterra, che giudicava troppo arretrata, ma a Parigi: nacque così il Collegio dei Diciotto, retto dal rettore Barbadoro.
A Oxford, una delle prime cronache universitarie racconta di quaranta studenti che attaccarono gli ebrei in città. Il rettore adottò provvedimenti disciplinari severi, cosa impensabile oggi: forse li confinò in camera per due settimane, o tolse loro il dolce a mensa.
Quando, nel 1290, gli ebrei furono espulsi dall’Inghilterra, un capitano fece scendere i passeggeri ebrei sulla rena con la scusa di sgranchirsi le gambe, approfittando della bassa marea: mentre annegavano, li scherniva. Fu condannato a circa due anni di prigione.
Nel 1382, con la manodopera agricola ridotta dopo la peste, esplose la Grande Rivolta Contadina. A Londra, il leader Jack Straw sterminò la comunità fiamminga, cominciando dalle prostitute. Non essendoci ebrei, trovò un surrogato.
A Cambridge, nello stesso anno, Margerie Starr bruciò i manoscritti dell’università urlando: «Away with clerical knowledge!».
Oggi, il rogo del sapere è più subdolo: sono i docenti stessi a riscrivere il passato secondo ciò che più piace loro.
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