Il dibattito delle idee
Nella scienza il dubbio da solo è cieco, è il metodo che lo illumina
Ultimamente si dice un po’ troppo spesso: “la scienza è dubbio”. La frase suona bene: sembra racchiudere in poche parole lo spirito critico che caratterizza la ricerca della verità. In realtà, però, questa formula è tanto accattivante quanto fuorviante, perché non solo semplifica ma rischia di



Ultimamente si dice un po’ troppo spesso: “la scienza è dubbio”. La frase suona bene: sembra racchiudere in poche parole lo spirito critico che caratterizza la ricerca della verità. In realtà, però, questa formula è tanto accattivante quanto fuorviante, perché non solo semplifica ma rischia di tradire il senso profondo dell’impresa scientifica.
Consapevole della grande vastità e complessità del tema, provo a offrire qualche chiarimento, suscettibile di miglioramento o critica ovviamente. Partirei da una formula certamente stringata ma credo efficace: la scienza non è solo dubbio, ma dubbio più metodo. Il dubbio, da solo, può aprire la strada alla creduloneria, esattamente il contrario di ciò che si pensa quando lo si celebra come antidoto universale all’errore e all’inganno.
Come? Il dubbio amico del fideismo? Sì, perché se dubito senza avere uno strumento condiviso per verificare, non arrivo a nessuna conoscenza affidabile. A quel punto mi resta soltanto la possibilità di affidarmi alle opinioni che più mi piacciono, che più solleticano le mie convinzioni pregresse o i miei desideri. Il dubbio isolato e iperbolico diventa così paradossalmente amico della credenza superstiziosa, perché, non offrendo criteri per decidere, costringe l’intelligenza a sottomettersi all’autorità, all’impressione o al carisma del più convincente.
Semplificando un po’, possiamo dire che è il metodo che salva il dubbio da questo destino, nell’ambito delle conoscenze specialistiche (quando compro la frutta al mercato adopero criteri un po’ diversi) e consente di raggiungere l’oggettività conoscitiva: un’oggettività relativa, certo, sempre aperta alla discussione e alla revisione, ma pur sempre la forma migliore oggettività di cui disponiamo.
Dubitare senza la possibilità di verificare le ipotesi in modo pubblico, con esperimenti o osservazioni ripetibili, in un quadro procedurale che rende i risultati indipendenti dalle credenze personali, non mi rende assai diverso da mia nonna novantaseienne, cui voglio un mondo di bene, che però non prende quasi mai il numero di pillole prescritte perché non si fida dei dottori. È anche lei una scienziata?
Basta guardare alla storia per capire come funziona l’alchimia dubbio più metodo. Louis Pasteur, ad esempio, affrontò una credenza antichissima: la generazione spontanea. L’idea che la vita potesse sorgere, per così dire, dal nulla, da materia in putrefazione o dall’aria stessa, sembrava naturale a molti.
Dubitare non era sufficiente: bisognava trovare un esperimento che decidesse la questione. Pasteur ideò allora i celebri flaconi a collo di cigno, che lasciavano passare l’aria ma impedivano ai microbi di contaminare il brodo ivi contenuto.
Questo rimaneva sterile se non contaminato, ma si popolava di microrganismi non appena il contenitore veniva esposto all’ambiente. In questo modo Pasteur non si limitò a dire “non credo alla generazione spontanea”: la confutò con un metodo riproducibile, convincendo i suoi contemporanei e diventando il padre della microbiologia moderna.
Anche in questo caso, il dubbio da solo non avrebbe avuto forza persuasiva: fu il metodo a trasformarlo in scoperta. Tutto ciò ci insegna che il dubbio, se non trova un metodo, può facilmente scivolare dalla parte opposta di ciò che pretende di combattere: sottomissione all’autorità o al pregiudizio.
Tale nodo è stato ben affrontato, tra gli altri, dal filosofo della scienza Michael Strevens nel suo libro La macchina della conoscenza. Qui Strevens osserva che l’impresa scientifica affonda le proprie radici nelle acque limacciose dello spirito umano, con tutte le sue contraddizioni: bisogni, immaginazioni, rivalità, pulsioni, preferenze estetiche e politiche.
La storia della scienza è piena di momenti in cui le simpatie soggettive degli scienziati hanno orientato la scelta di una teoria invece di un’altra. Tuttavia la scienza moderna non è una pratica fondata sull’irrazionalità, anche se nasce in un humus umano inevitabilmente imperfetto. Funziona proprio perché ha costruito un dispositivo che filtra gli elementi soggettivi nella fase della prova: lascia spazio all’immaginazione e perfino alla parzialità nel momento creativo, vale a dire nel momento in cui si formula un’ipotesi esplicativa di un determinato fenomeno, ma obbliga poi a sottoporre ogni idea al vaglio del metodo.
Strevens chiama questo dispositivo “regola ferrea”: questa – scrive l’autore ? «dice agli scienziati di perseguire la verità cercando la teoria che spiega meglio i fatti osservabili. Che cosa c’è di così innovativo, di così rivoluzionario in questo? Molto poco, potrebbe dire qualcuno. Noi esseri umani sappiamo come dedurre da ciò che vediamo ciò che meglio lo spiega sin da quando i nostri antenati del Paleolitico capirono per la prima volta il significato della presenza nella neve di impronte di tigre dai denti a sciabola».
Tuttavia, la regola ferrea ha nondimeno introdotto una rivoluzione gigantesca nella storia dell’umanità. Nonostante il rilievo dato alla spiegazione del mondo e l’apertura nei confronti della sperimentazione, l’antica filosofia naturale non poteva stabilire il consenso procedurale responsabile dell’eccellente capacità conoscitiva della scienza moderna.
Per formulare la regola ferrea, e quindi per creare la scienza moderna, è stato necessario aggiungere qualcosa alla secolare dottrina che le vere teorie sono riconoscibili dal loro potere esplicativo. Con Strevens, possiamo esplicitare in due punti l’aggiunta fondamentale della regola ferrea: in primo luogo, tutte le discussioni devono essere risolte tramite verifica empirica; in secondo luogo, una verifica empirica che voglia decidere quale, tra una coppia di ipotesi, sia quella accettabile, è condotta correttamente solo se ciascuno dei due possibili esiti può essere spiegato da un’ipotesi ma non dall’altra.
Questi due punti possono sembrare poca cosa, aggiunge Strevens, e invece il consenso procedurale è proprio ciò che assicura il trionfo della scienza moderna. La regola ferrea, infatti, obbliga gli scienziati in dibattito ad attaccarsi soltanto ai fatti osservabili e a lasciare fuori dal tribunale delle loro dispute convinzioni teologiche e filosofiche. La cornice procedurale, insomma, può essere intesa come una sorta di paradigma kuhniano, esteso però ad ogni ambito della ricerca scientifica e sostanzialmente immodificabile, pena la manomissione qualitativa del dispositivo conoscitivo che chiamiamo “scienza moderna”.
Il collo di bottiglia della “regola ferrea” è molto esigente sul piano empirico ma, allo stesso tempo, assai permissivo su quello, in senso lato, metafisico. Non importa quale metafisica sottenda una teoria – afferma Strevens ? purché sappia descrivere e prevedere fenomeni in modo corretto. Su questa conclusione nutro alcune riserve, perché tende a semplificare e schematizzare troppo i rapporti tra presupposti filosofici della pratica scientifica e la pratica stessa, ma ciò rappresenta materiale per future discussioni.
Quel che interessa qui è la funzione stabilizzatrice del metodo, che costringe i necessari dubbi a uscire dalla penombra delle inclinazioni soggettive e accettare una verifica pubblica, sulla base di regole condivise. Questo spiega perché, nonostante le passioni, le rivalità e le imperfezioni umane, la scienza abbia funzionato così bene.
Ecco allora il punto: limitarsi a dire che “la scienza è dubbio”, come fanno anche alcuni scienziati o filosofi, pur di concedere cittadinanza alle teorie più strane e non adeguatamente provate, non è solo impreciso, ma può diventare pericoloso. Chi dubita senza metodo finisce per cadere nel relativismo radicale o, peggio, nel fideismo verso l’opinione più seducente o ideologicamente più affine.
Il danno poi lo paghiamo tutti noi, poiché viviamo in una cosiddetta Knowledge Society, in cui la conoscenza è una risorsa strategica essenziale che non possiamo permetterci di depotenziare. È bene aver chiaro, allora, che la scienza è il dubbio che si è dato un metodo condiviso, capace di trasformare la fragilità delle ipotesi nella forza di un sapere provvisorio ma affidabile. Il dubbio senza metodo è cieco, il metodo senza dubbio è vuoto.
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Condivido pienamente l’articolo ma a mio parere è assente un fattore altrettanto fondamentale dei 2 citati: LA CURIOSITA’!! Se il metodo, e quindi la regola ferrea, permette di dipanare la nebbia del dubbio, io ritengo che sia proprio la curiosità a mettere in discussione il proprio sapere ed affacciarsi al dubbio, generando la spinta per approfondire e quindi aumentare la comprensione dei fenomeni.
Un po’ di anni fa nel corso di una discussione nel mio blog la mia interlocutrice a un certo momento ha detto: “Io dubito di tutto”, e io: “Assolutamente tutto?” “Sì”. “Cioè non dubiti del fatto di dover dubitare di tutto?” È andata in tilt. Un po’, se vogliamo, come il famigerato “Vietato vietare” di sessantottesca memoria, che consisteva in un perentorio e irrevocabile divieto.