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Ritratto disincantato e un po’ malinconico di una borghesia declinante

Stile, moda e costume

Ritratto disincantato e un po’ malinconico di una borghesia declinante

Finite le ferie agostane torno ad argomenti più riflessivi. Ha ancora senso parlare di borghesia? Ed esiste o è esistito uno stile di vita borghese? Con quali connotati? Cerco di rispondere sinteticamente a queste domande. Borghese, termine che deriva dal latino burgensis, ma che assume il

Stefano Piperno30/08/2025Aggiornato 29/08/20255 min lettura921 parole

Finite le ferie agostane torno ad argomenti più riflessivi.

Ha ancora senso parlare di borghesia? Ed esiste o è esistito uno stile di vita borghese? Con quali connotati? Cerco di rispondere sinteticamente a queste domande.

Borghese, termine che deriva dal latino burgensis, ma che assume il suo significato pregnante dal francese bourgeois: abitante di un borgo, cioè una città, contrapposto al paysan (campagnolo) e al nobile arroccato nel suo castello o chiuso nel suo palazzo.

Nel tempo ha poi identificato le classi professionali, imprenditoriali, intellettuali e dirigenziali, dotate di indipendenza e patrimonio, che hanno sfidato il potere dei nobili a partire dal Rinascimento con lo sviluppo dei commerci, dell’artigianato e l’accumulo di capitali, vedendo crescere potere economico e politico, in particolare in Francia, Paesi Bassi e Italia (es. i Medici e i Barberini, famiglie di commercianti assurte al patriziato e al potere).

Oggi la classe borghese è minoritaria e in decadenza, annegata nell’interclassismo contemporaneo, stratificata in tre segmenti: piccola, media e grande, determinati sostanzialmente dalla capacità di spesa e dal patrimonio.

Basta osservare però i messaggi pubblicitari attuali, in rapporto a quelli degli anni passati, per capire che il modello borghese tipo “Mulino Bianco” non è più un target di riferimento, allo stesso tempo gli influencer che spopolano sui social non propongono certo modelli borghesi, salvo forse l’attitudine al consumismo.

Va detto che quella che chiamiamo borghesia è attribuibile in particolare all’Europa 

continentale, perché il resto del mondo ha storia ed evoluzione diverse.

Nel bene e nel male questa classe sociale ha inciso profondamente nello stile di vita delle società in cui si è sviluppata, soprattutto a partire dalla rivoluzione industriale; mentre i proprietari terrieri, subentrati anch’essi ai nobili, acquistandone le terre incolte e abbandonate, cercarono di imitarli e non assunsero caratteristiche borghesi (mi torna in mente don Calogero Sedara, interpretato da Paolo Stoppa nel Gattopardo di Visconti).

Quali sono dunque le peculiarità e i valori di questa classe sociale che ha introdotto uno stile di vita del tutto nuovo e in parte perdurante?

Centralità del lavoro e della professione, etica del merito e della responsabilità individuale, valore della proprietà privata, famiglia come nucleo centrale, istruzione e cultura, rispetto delle regole e del decoro, aspirazione alla stabilità e alla rispettabilità, individualismo moderato, gusto per il confort e il benessere domestico, progressismo moderato, ruolo centrale della religione (in forme sobrie).

Questa summa di vocazioni viene violata a volte dall’individuo, ma spesso accettata e coperta ipocritamente dal contesto familiare e sociale, però non a caso la nevrosi è un prodotto tipico della cultura borghese.

Il senso di colpa o l’ansia da prestazione ne sono le cause scatenanti, la psicanalisi come disciplina vi ha indagato a fondo.

A questi presupposti della cultura borghese, sin dal XIX secolo c’è chi si è opposto criticamente con accuse circostanziate, così riassumibili: egoismo economico e sfruttamento, conformismo e conservatorismo, ipocrisia culturale, nazionalismo e colonialismo e appunto alienazione e omologazione.

Marx individuò nel capitalismo la raccolta a fattor comune della way of life borghese, fino ai suoi epigoni come Horkheimer, Adorno e Marcuse, che hanno aggiunto il consumismo, prodotto novecentesco della società affluente, ai mali dell’economia di mercato.

Oggi la società interclassista ha dinamiche non più determinate dalla lotta di classe tra borghesi e proletari, il conflitto è orizzontale: il predominio della finanza sulla produzione di beni, la precarietà del lavoro, la tumultuosa corsa del progresso tecnologico che riduce costantemente l’occupazione operaia, l’impoverimento delle classi medie, gli alti costi della rivoluzione verde, l’immigrazione incontenibile, sono il terreno su cui si combatte.

La lotta di classe appare un nostalgico e semplicistico modo di osservare la realtà e purtroppo le sinistre mondiali hanno ancora parte di questo filtro negli occhi oppure lo hanno sostituito con radicalismi tipo woke culture e la difesa di minoranze che la maggioranza vive come devianti, mentre la realtà è lì che chiede di essere interpretata.

L’attuale populismo e la crescita di movimenti religiosi tipo gli evangelici sono la manifestazione di una opinione pubblica orfana di guide credibili, che si rifugia nell’uomo forte o addirittura nel trascendente per vincere la paura del futuro, soprattutto quella dell’avvento di società multietniche, destinate ad abbattere i valori condivisi da secoli, una fatale perdita di centralità della cultura europea, cui tanto deve l’Occidente.

Malgrado ciò, molte delle istanze borghesi sono ormai fondamenti delle società avanzate, anche di coloro che le rifiutano, ma ne vivono più o meno consapevolmente gli assunti.

L’anelito a città vivibili, con meno auto e più verde pubblico, l’interesse per l’arredo urbano e via dicendo partono da intuizioni del progressismo borghese, quello della sinistra delle ZTL.

Concludendo come sempre con un accenno personale, quando mio nonno morì per un ictus, sul suo comodino lasciò insieme agli occhiali una copia della Bibbia, una del Gattopardo, una di Auto da fé di Elias Canetti…e una de La Settimana Enigmistica.



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