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Un bambino, due violenze: il gesto del CEO e la spettacolarizzazione della rete

Il dibattito delle idee

Un bambino, due violenze: il gesto del CEO e la spettacolarizzazione della rete

Durante l’edizione degli US Open 2025, giovedì 29 agosto, al termine del match tra il tennista polacco Kamil Majchrzak (numero 76 del mondo) e il russo Karen Khachanov, si è verificato un episodio che ha fatto il giro del web: mentre Majchrzak stava regalando il suo

Alessandra Libutti03/09/2025Aggiornato 02/09/20258 min lettura1.651 parole
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Durante l’edizione degli US Open 2025, giovedì 29 agosto, al termine del match tra il tennista polacco Kamil Majchrzak (numero 76 del mondo) e il russo Karen Khachanov, si è verificato un episodio che ha fatto il giro del web: mentre Majchrzak stava regalando il suo cappellino a un bambino in tribuna, l’imprenditore polacco Piotr?Szczerek — CEO dell’azienda Drogbruk — glielo ha strappato repentinamente dalle mani impedendo al piccolo di prenderlo, infilandolo poi nella borsa della moglie. Il video è diventato virale in poche ore, scatenando una tempesta di indignazione online e provocando una caduta drastica delle valutazioni della sua azienda sui portali di recensioni.

L’episodio si presta ad alcune considerazioni. Partendo dal presupposto che il CEO si è comportato con tutta l’arroganza della sua posizione, e l’insensibilità davanti alla delusione e le lacrime di un bambino, occorrono alcune riflessioni.

Una prima distinzione importante è quella tra il diritto – anzi, la naturalezza – di provare indignazione personale e il rischio di trasformare questa indignazione in un giudizio moralista che invoca la gogna pubblica. È perfettamente umano condannare il gesto a livello individuale: se qualcosa urta profondamente il nostro senso di giustizia o di umanità, reagire con disapprovazione è legittimo. Quel gesto è distante dai nostri valori. Ma da qui a voler vedere quella persona esposta alla pubblica umiliazione, crocifissa nei commenti, il passo è breve ma pericoloso.

Il giudizio moralista, soprattutto quando si nutre del meccanismo virale dei social, diventa facilmente un atto di violenza collettiva mascherato da giustizia. E qui il problema non è solo etico, ma anche culturale: confondiamo la condanna del gesto con la distruzione dell’individuo. La nostra opinione ha valore finché resta consapevole dei suoi limiti; quando invece si trasforma in sentenza pubblica, rischia di riprodurre lo stesso tipo di arroganza che si voleva denunciare.

La seconda questione riguarda la frase del CEO, quando ha dichiarato: “È stata una lezione di vita.” Una frase scomoda. Crudele, inflitta a un bambino. Ma, al tempo stesso, brutalmente vera.

Perché sì, prima o poi ogni essere umano dovrà fare i conti con l’arroganza, l’ingiustizia e il sopruso. Non è cinismo, è realtà. L’esistenza non fa sconti a nessuno. C’è sempre un momento, spesso precoce, in cui si impara che non tutto è giusto e che chi ha potere può usarlo male. 

Ma proprio perché questa lezione è inevitabile, e già incisa nel tessuto della vita, l’essere umano ha sempre cercato di reagire. Non solo sopravvivere, ma migliorare. E qui entra in gioco un altro tipo di verità, più profonda e altrettanto reale: il bisogno di costruire una società diversa, dove la forza non sia l’unico criterio, e dove i più vulnerabili – soprattutto i bambini – vengano protetti.

La civiltà si misura su questo: sulla capacità di non accettare la brutalità della realtà come destino ineluttabile. Sulla scelta consapevole di dire no a certi comportamenti, non perché non esistano, ma perché non vogliamo che passino come normali, o peggio, educativi. Se la vita insegna anche attraverso la delusione e la ferita, allora il compito degli adulti è fare in modo che quei colpi non arrivino troppo presto, o troppo forti, soprattutto a chi ancora non ha strumenti per difendersi.

Ed è qui che però si consuma il grande paradosso. Nel tentativo  umano e necessario di proteggere l’infanzia, si è finiti per esagerare. Abbiamo costruito bolle ovattate, filtrato il mondo, eliminato ogni frustrazione possibile. L’intento era nobile: evitare traumi inutili, far crescere bambini più sereni, più sicuri di sé. Ma il risultato, in molti casi, è stato l’opposto: ha trasformato ogni scontro con la realtà in trauma.

Abbiamo limitato l’esposizione dei bambini all’ingiustizia, al fallimento, al dolore del “no”, fino a creare una generazione di adolescenti e giovani adulti che spesso si mostrano non solo impreparati alle inevitabili batoste dell’esistenza, ma ostili alla loro stessa possibilità. Ogni contrarietà è vista come un affronto. Ogni errore come un’ingiustizia. Ogni fallimento come un’eccezione intollerabile, non come parte del cammino.

È nata così una forma di giustizialismo esistenziale, a tratti fanatico. L’idea che la vita debba essere giusta, sempre, perché così ci è stato insegnato, e che ogni deviazione da questa giustizia ideale sia un abuso da denunciare, un torto da punire. Ma la vita non è un algoritmo etico. Non segue il copione delle fiabe educative. E chi cresce pensando che il mondo gli debba qualcosa, spesso si schianta con violenza contro il primo ostacolo reale. Ma soprattutto rischia di non sviluppare una vera empatia. Perché il senso di giustizia, quando è distorto o assolutizzato, finisce per diventare uno specchio del proprio ego. In nome di un’idea di giustizia astratta, si perde la capacità di comprendere la complessità dell’altro. Di accettare che chi ti è vicino possa sbagliare, essere incoerente, avere ombre. Che esistano i torti e le ingiustizie. Una generazione cresciuta con l’idea che tutto debba essere giusto fatica ad accettare che le persone vere non sono mai all’altezza dei principi ideali.

E così si sviluppa una forma di empatia selettiva, ideologica: fortissima per le cause (e il movimento propal ne è esempio lapalissiano), debolissima per le relazioni. Capace di indignarsi per l’ingiustizia nel mondo, ma cieca davanti alla fragilità e alla complessità di chi ci vive accanto. Nessuno è mai abbastanza “giusto”. Nessuno è mai abbastanza puro.

Ma l’empatia reale nasce proprio lì dove il bianco e nero si mescolano. Dove si impara a convivere con l’imperfezione dell’altro, e anche con la propria. Dove si riconosce che la giustizia, quella vera, ha bisogno anche di misura, non solo di giudizio o rivendicazione. Perché senza questa maturità emotiva, la sete di giustizia rischia di diventare solo intolleranza.

Il paradosso, allora, è questo: nel voler proteggere i bambini, abbiamo finito per sottrarre loro la possibilità di sviluppare la forza che serve per stare al mondo. E nel voler costruire una società più giusta, abbiamo alimentato in alcuni una percezione distorta della giustizia non più come valore da perseguire, ma come garanzia personale, immediata e assoluta.

E allora sì: vedersi strappare di mano un cappellino da un arrogante è stata, nel suo piccolo, una lezione di vita per quel bambino. Una lezione amara, sproporzionata, ma reale. In quel gesto umiliante, e nelle lacrime che ne sono seguite, il bambino ha scoperto una verità che prima o poi tocca a tutti: che nella vita esistono i bastardi. Esistono persone che usano il potere per prevaricare, che agiscono senza empatia, che feriscono senza motivo. 

E quella sofferenza, che piaccia o no, ha un potenziale formativo. A seconda del carattere e della guida degli adulti attorno a lui, quel bambino potrà scegliere se crescere con il desiderio di emulare quella stessa arroganza oppure rifiutarla, decidendo di essere migliore. È lì, nel bivio tra ripetizione e trasformazione, che una vera lezione può mettere radici.

La lezione più bella, in fondo, l’ha data il tennista Kamil Majchrzak, che ha fatto ciò che andava fatto: ha regalato un altro cappellino al bambino. Un gesto semplice, concreto, eppure potentissimo. Non solo ha rimediato a un’ingiustizia, ma lo ha fatto con eleganza, senza alimentare la caccia all’uomo pur essendo .uno schiaffo morale al CEO. Quel gesto ha donato al bambino una verità più completa. Gli ha insegnato che nella vita ci sono sì gli arroganti, ma ci sono anche i generosi, quelli che sanno restituire dignità. Gli ha mostrato la debolezza umana ma anche la forza e la speranza: quella di chi, pur potendo ignorare tutto, sceglie di fare la cosa giusta.

I fustigatori della rete invece quale lezione hanno dato?

Perché quando la reazione collettiva si è trasformata in gogna pubblica, un’altra lezione ha preso il sopravvento. Si è mostrato al bambino che l’umiliazione pubblica è un modo accettabile – anzi, applaudito – di riequilibrare i torti.

Quello a cui abbiamo assistito è stato, in definitiva, uno spettacolo indecoroso. Da una parte un CEO arrogante e insensibile, convinto che la sua posizione gli autorizzasse qualsiasi gesto, anche quello di umiliare un bambino davanti a tutti. Dall’altra una platea moralista, pronta a trasformare l’episodio in un rito collettivo di indignazione, con il consueto armamentario di post, hashtag, richieste di boicottaggio e condanne feroci. E in mezzo, esposto come un simbolo, un bambino.

Un bambino che – intendiamoci – è stato calpestato due volte. La prima, quando gli è stato strappato il cappellino dalle mani. La seconda, quando è stato sollevato come un vessillo, una bandiera emotiva da sventolare per dimostrare quanto siamo “giusti”, quanto siamo “dalla parte del bene”.

Perché la verità più scomoda è che quel bambino è stato usato. Da tutti. Soprattutto da quelli che condividevano video, commenti indignati, analisi morali, come se bastasse schierarsi per essere nel giusto. È stato spettacolarizzato, trasformato in contenuto, in uno strumento utile per il narcisismo etico di ciascuno. Perché indignarsi pubblicamente oggi è anche un modo per parlare di sé, per mostrarsi virtuosi, per guadagnare un posto dalla parte “buona” della storia.

Nessuno, o quasi, si è fermato a chiedersi che effetto avrebbe avuto tutta quella esposizione su di lui. Sul suo dolore. Sulla sua memoria. Sul suo modo di interpretare quanto accaduto. Il rispetto, quello vero, avrebbe richiesto solo protezione, così come ha fatto il tennista. Ma è difficile resistere alla tentazione di trasformare ogni fatto in un’occasione per posizionarsi, per guadagnare applausi morali, per far parte della folla giusta.


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