Il dibattito delle idee
Agostino, l’affettività e l’educazione sentimentale
Da alcune settimane, il nome di Agostino d’Ippona è entrato nel dibattito pubblico, grazie all’elezione al soglio pontificio di un religioso agostiniano. Se non ho visto male, tra i molti riferimenti che abbiamo potuto leggere, è mancato quello alla “ordinata dilectio”, ordine dell’amore, tema centrale nel


Da alcune settimane, il nome di Agostino d’Ippona è entrato nel dibattito pubblico, grazie all’elezione al soglio pontificio di un religioso agostiniano. Se non ho visto male, tra i molti riferimenti che abbiamo potuto leggere, è mancato quello alla “ordinata dilectio”, ordine dell’amore, tema centrale nel pensiero di Agostino. In un momento storico in cui si discute molto di “educazione sentimentale”, la dimenticanza dei commentatori mi pare rilevante. La cosa è forse dovuta al fatto che parliamo di uno dei concetti più dissonanti con lo spirito del tempo. Eppure non conviene lasciarlo semplicemente cadere. Provo a spiegare perché.
In un reel su Instagram, mi è apparso, in questi giorni, l’attore Paolo Ruffini durante un suo spettacolo teatrale. Sta intervistando due anziani coniugi presi dal pubblico. Da quanto tempo state insieme? Sessant’anni, rispondono. Clamore della folla, applauso, commozione. Non è certo una reazione strana: ogni qual volta una coppia longeva svela i decenni di relazione, intorno la risonanza emotiva è più o meno la stessa.
Cosa attrae di un lungo amore che resiste all’usura del tempo? Prima di articolare una risposta per concetti, direi che anzitutto si dà l’esperienza di essere punti dalla percezione di una bellezza. Non la bellezza di un corpo, di un quadro o di una pittura. Si parla della bellezza di una forma di vita. Di una persona che si è consumata in nome di un ideale di giustizia, ad esempio, noi diciamo che ha condotto una “bella esistenza”.
Ne siamo attratti, anche se magari non avremmo il coraggio di fare proprio come lei. Il nostro sentimento, da distinguere adeguatamente dall’emozione per reazione chimica, sa molte cose: infatti, se è capace di intuire la bellezza del bene in una scena cosmeticamente poco allettante, è in grado pure di fiutare qualcosa di corrotto, depravato e disperato, in una scena in cui si muovono corpi tonici, eleganti e sorridenti. Quest’ultima, per fare un esempio, è l’esperienza che lo spettatore può fare dinanzi ad alcune scene de “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino.
Lo so, probabilmente il lettore è un po’ perplesso dal modo in cui mi esprimo. Lo capisco: abbiamo smarrito il dizionario e le categorie mentali per dire questa esperienza comunissima di intravedere il bene nel bello, il bene come bello. Per non farla troppo lunga, mi limito ad accennare, scontatamente, al concetto greco di “kalón”, che significa bello, ma anche nobile, degno, moralmente buono, per rievocare un mondo di significati che abbiamo relegato alla periferia dei nostri discorsi, da quando etica ed estetica hanno cominciato a percorrere strade diverse.
Ne sono seguiti grandi guadagni, certo, ma pure due riduttivismi popolari: un’etica vissuta come il regolamento di una caserma prussiana, un’estetica che si fa design delle superfici e delle interfacce, incapace di attrezzarci per riconoscere l’estetizzazione del male.
Il punto è che esiste una sensibilità all’ordine degli affetti. C’è, insomma, una intelligenza dei sentimenti. Gli affetti, cioè, non sono una forza selvaggia separata da qualsiasi logica intrinseca.
Contrapporre l’energia del sentimento alla “forma” del senso, come se l’una fosse una materia che non dev’essere ingabbiata troppo da un contenitore, è forse la mossa più problematica compiuta dalla cultura contemporanea. Ecco lo sapevo, starà ora pensando il lettore: un altro reazionario che viene a parlarci della famiglia tradizionale, di quanto erano belli i matrimoni di un tempo, dell’importanza di essere costanti e così via. No, nulla di tutto ciò.
Non si tratta di questo: le forme sono mobili, precarie come siamo precari noi tutti, e non è affatto detto che un amore tecnicamente fedele non possa essere il travestimento estetizzante di un clamoroso fallimento esistenziale. Al di là dei modi storici con cui proviamo ad organizzare la materia degli affetti (che è la cosa decisiva della vita), la questione è non pasticciare con la grammatica dei sentimenti che ci addita la loro giusta declinazione.
Esistono affetti del tutto veri ma ingiusti. L’affezione che si dà nel rapporto tra docente e discente, ad esempio, non può essere la stessa di quella che sussiste tra due amici: l’affezione deve esserci (senza scambio affettivo né s’insegna né s’impara), ma la modalità che noi avvertiamo come “giusta” per quella relazione, vale a dire la modalità che favorisce la sua “perfezione”, non è del tipo amicale.
E i ragazzi stessi lo sanno, anche se non sono capaci di esprimerlo con precisione: chiunque trascorra un po’ di tempo a scuola, infatti, può rendersi conto di come gli alunni scherzino e facciano i complici col professore amicone, ma poi riservino il rispetto e la devozione al docente che onora l’affezione adeguata alla loro relazione. Come mai? Perché captano che in quel modo è stato offerto loro il massimo bene possibile in quanto studenti.
Esistono, ancora, innamoramenti dei propri figli del tutto sbagliati, perché tendono al soffocamento della loro autonomia, oppure, in casi più problematici, introducono un elemento erotico che tutti avvertiamo come profondamente improprio in quel rapporto. Non a caso la proibizione dell’incesto, ha scritto Lévi-Strauss nel suo famoso “Le strutture elementari della parentela”, costituisce il passo fondamentale per compiere il passaggio dalla natura alla cultura.
Attraverso l’interdetto dell’incesto inizia a farsi strada l’idea, che certo avrà bisogno di molto tempo per giungere a maturazione, che esiste un “come deve” degli affetti: non posso amare la figlia come amo la moglie, perché altrimenti sono fuori dalla giustizia di quella relazione. Perfino il comandamento evangelico “ama il tuo nemico”, che per molti rappresenta uno dei massimi vertici della morale umana, può essere sporcato dall’ingiustizia: l’amore per il nemico non è lo stesso che devo avere per la sua vittima.
Sono due affezioni diverse. Devo amare il nemico e amare la sua vittima difendendola da lui (una distinzione che, mi pare, sfugge ai pacifisti cristiani). Fortunatamente nel vangelo Gesù dice “amatevi gli uni gli altri”, non dice “siate amici”: non devo essere amico del mio nemico (poi se lo divento, ben venga), devo amarlo. Sono due cose diverse.
Insomma, con l’affezione ci è dato un “dover-essere” che interdice questo e promuove quello. Per ogni affezione c’è la sua giustizia precisa: “amore” si dice in molti modi. Ecco, allora, rispuntare la “ordinata dilectio” di Agostino d’Ippona, per il quale la virtù è “l’ordine dell’amore”: non basta amare, bisogna anche amare bene. La storia della cultura umana può essere così interpretata come il cammino lungo il quale dobbiamo imparare a custodire la giustizia degli affetti nei rapporti già esistenti, mentre concepiamo la nuova per i rapporti che la creatività culturale e sociale produce continuamente.
Per questo motivo, in passato, ho guardato con freddezza a una certa retorica che abbondava di espressioni come “il desiderio dei corpi” o “famiglia di desiderio”: non perché in queste ed altre locuzioni non potesse esservi un’autentica ricerca di forme giuste del vivere o un’onesta denuncia delle oppressioni del biopotere.
Il motivo risiede nella loro omissione della giustizia degli affetti: il “pathos” rigorosamente separato dal “logos” emancipa o propone un difetto simmetrico all’ordine separato dal “pathos”? Il peso di tale dimenticanza emerge in modo chiaro dinanzi a una contraddizione tipica del presente. Da un lato, infatti, ogni discorso che parla di “logica” degli affetti viene percepito come il cavallo di Troia di un nuovo becero conservatorismo (per onestà devo ammetterlo: il rischio c’è); dall’altro, s’invoca ogni giorno una “educazione ai sentimenti”, che dovrebbe fare da argine alla pervasiva conflittualità relazionale della nostra società.
Bene, se tale educazione non dev’essere solo un addestramento al contenimento pulsionale o una alfabetizzazione sui moti interiori ? cose già utili, per carità ? suppongo debba essere un’introduzione alla giustizia degli affetti. Lo spirito del tempo, come dicevo all’inizio, gioca contro tale ipotesi. Tuttavia, se i discorsi morali, pedagogici e politici vogliono essere all’altezza del tema, devono almeno provare a guardare dentro questa contraddizione.
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