Storia, costume e cultura
Agrigento, capitale di una cultura sepolta
Parlatene male purché ne parliate. Ma certo Agrigento Capitale Italiana della Cultura non si sarebbe aspettata questo caos quando l’anno scorso sette esperti del Ministero della Cultura scelsero “un progetto che esplora le relazioni tra individuo, natura e territori”. Ma stranamente se lo aspettavano tanti agrigentini,


Parlatene male purché ne parliate. Ma certo Agrigento Capitale Italiana della Cultura non si sarebbe aspettata questo caos quando l’anno scorso sette esperti del Ministero della Cultura scelsero “un progetto che esplora le relazioni tra individuo, natura e territori”.
Ma stranamente se lo aspettavano tanti agrigentini, e i motivi c’erano e ci sono sempre stati.
Oggi che tutti i media, sia TV che stampa, esaltano i difetti di una città colpevole di incapacità è la caccia al responsabile e piovono – metafora quanto mai pertinente – da ogni dove accuse all’amministrazione attuale. Soprattutto dagli stessi cittadini agrigentini, che poco più di quattro anni fa la votarono con un quasi plebiscito, vogliosi di liberarsi del governo della città degli anni precedenti che aveva loro imposto la “raccolta differenziata”, le ZTL, le “strisce blu”, il capitalistico “sfregio del Google camp e di Dolce & Gabbana alla Valle dei templi.”

Paradossale, come del resto Pirandello ci ha sempre narrato cogliendo l’aspetto enigmatico della società descritta come una “enorme pupazzata”, una costruzione artificiosa della vita, che separa l’uomo dalla realtà e di cui l’agrigentino, il siciliano, è attore.
In questa tragicomica recita, tripudio dell’ipocrisia, in questi eventi in cui, come al solito, inorridisce ogni cittadino della città dei templi, è sempre un volare di stracci, una valanga di “vergogna” all’indirizzo dei politici eletti, e la difesa della “nostra grande e millenaria cultura” e della “più bella fra le città dei mortali”.
Da sempre ho visto la cultura siciliana e soprattutto agrigentina come l’apoteosi e sintesi del peggio della cultura italiana. Non vorrei essere un denigratore del Meridione e del meridionale, e quindi masochisticamente di me stesso, ma la capacità di sintetizzare gli aspetti negativi dell’Italia o comunque di esserne portatore sano è eccezionale.
Quella cultura che magistralmente definiva Leonardo Sciascia come la “linea della palma” che ormai “ha raggiunto Roma”, ma che oggi ha pure raggiunto Milano. Quella cultura “linfa vitale del sistema di potere della mafia che è un sentimento intenso e confuso di solidarietà tra i siciliani, che si fonda, da una parte, su un radicato vittimismo di massa, dall’altra, sulla teorizzazione sociologica della eccezionalità della civiltà siciliana nel contesto storico nazionale ed europeo” scriveva Dalla Chiesa nel 1976.
Non c’è nulla da dire, è storia, e non si scappa. E noi, siciliani , agrigentini, siamo bravissimi giocolieri che saltano da un millennio all’altro, da una citazione all’altra, ignorando centinaia di anni di miserie, povertà culturale mascherata dai fasti che non sono mai appartenuti al popolo, al volgo, a cui la gente non ha mai partecipato né attivamente né passivamente. Dalla storia dell’Italia ci divide l’elaborazione di quello che è il senso della comunità, che nell’Italia dei comuni si è iniziato a sviluppare tra l’XI e il XII secolo, dandosi regole, statuti, e che invece a noi è sempre mancato, eredi di un tribalismo molto arabo, che poi si è sviluppato nel nostro familismo.
Qui, in questa disgraziata e meravigliosa terra, è sempre mancata la coscienza collettiva, il riconoscimento del “bene comune”, che solo “eroi” della società civile hanno saputo invece incarnare.
Una gabbia che impone comportamenti e pensieri a cui per il quieto vivere ci si adegua altrimenti sei uno “scassaminchia”, come il pirandelliano sig. Greli che spara alle campane della chiesa di san Pietro, o ci rimette la vita, troppi, o viene definito “pazzo” come l’avvocato Peppe Arnone alfiere contro l’abusivismo, o muore di crepacuore come l’onorevole Mario Alicata e anche, di recente, il visionario e perseguitato imprenditore Totò Moncada.
Tanti anni fa un mio caro amico pittore intellettuale dissacratore, in una mostra espose una vignetta che suggeriva la soluzione dei problemi di Agrigento: con uno stile pop Giovanni rappresentava graficamente il centro storico e la Valle dei templi che esplodevano con un fragoroso BOOM! ? e il tripudio della gente.
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