Politica italiana
Notarella antropologica semiseria sulla manipolazione creativa dei dati elettorali
Nella raccolta di saggi "Non siamo ancora stati salvati", il filosofo tedesco Peter Sloterdijk parla delle progressive umiliazioni che l'illuminismo e la demitizzazione scientifica del mondo hanno inferto al narcisismo antropologico. A partire dal diciassettesimo secolo, l'uomo perde a poco a poco il proprio privilegio di


Nella raccolta di saggi “Non siamo ancora stati salvati”, il filosofo tedesco Peter Sloterdijk parla delle progressive umiliazioni che l’illuminismo e la demitizzazione scientifica del mondo hanno inferto al narcisismo antropologico. A partire dal diciassettesimo secolo, l’uomo perde a poco a poco il proprio privilegio di essere al centro del mondo.
Secondo questo modello interpretativo, Copernico ha spalancato la porta alla consapevolezza che l’essere umano era solo una piccola parte dell’universo. Darwin ha preparato la strada per la fine della superiorità dell’uomo sul mondo animale. Freud, poco più tardi, ci avrebbe informati del fatto che i più importanti processi spirituali seguono, per la maggior parte, un decorso inconscio.
Esiste un sadismo latente, sottolinea Sloterdijk, in una pubblicistica scientifica che si compiace di castigare, con falsa imparzialità, la stima che l’uomo ha di sé in quanto essere razionale e speciali. Su tale china, si giunge fino all’etologia umana, a quella scienza, cioè, che prova a ricondurre tutta la cultura alla preistoria dell’evoluzione animale, della quale sarebbe una semplice continuazione, senza alcun “salto” di natura.
Sloterdijk rappresenta questa psicostoria della modernità, in modo suggestivo, come un duello tra l’anatomista e il teologo. Il primo viviseziona l’uomo nel suo corpo e ne dissolve la presunta specificità spirituale nelle sue origini biologiche; il secondo, invece, è ovviamente impegnato nella difesa della sua dignità, pretendendo di custodirla in spazi sempre più angusti.
Al teologo, infine, non resta che rifugiarsi nell’ultimo orgoglio senza orgoglio: sì, l’uomo è ferito, debole, assai poco razionale, di identità incerta, soggetto a irresistibili forze naturali, ma è consapevole della sua povertà. L’ultimo orizzonte della dignità sta nell’abitare ad occhi aperti la propria fragilità (l’immagine perfetta di questa posizione potrebbe essere Blaise Pascal).
Sembrerà strano e molto sovradimensionato (ma ci dobbiamo pur divertire, no?), eppure tutta questa storia mi fa pensare (anche) alla vicenda della sinistra italiana degli ultimi anni, e in particolare al Partito Democratico. In questi giorni, in seguito al referendum flop e ai bizzarri tentativi di impreziosirne il risultato da parte dei vertici del partito, se ne sono dette tante.
L’eterna vocazione alla sconfitta della sinistra, l’uso dello strumento referendario per una resa dei conti interna, la strumentalizzazione creativa dei dati sull’affluenza, la politicizzazione della Cgil, e poi, ancora, il confronto con un altro referendum, quello del 1985 (quarant’anni fa esatti) sulla cosiddetta “scala mobile”, perso dal Partito Comunista, e così via.
Ormai anche le critiche alla cocciutaggine ideologico-massimalista di un pezzo di sinistra italiana, ferma agli anni ’70, vengono condotte con quel sottile sadismo, prima richiamato, che con tanta, troppa facilità, può affondare il colpo su almeno un paio di generazioni di politici, la cui baldanzosità nella sconfitta non può avere motivazioni nella sfera logico-consapevole. Solo una psicostoria può illuminare la situazione.
Superati dall’arrogante “illuminismo” del XXI secolo, vale a dire, fuor di metafora, dalle trasformazioni enormi del mondo del lavoro, delle relazioni sociali e della tecnologia (una volta si sarebbero chiamati in causa i “mezzi di produzione”), perduti i propri interlocutori sociali privilegiati, quel pezzo di sinistra di cui parliamo aveva davanti a sé due strade: accettare nietzschianamente “il danno dell’analisi per la vita”, dunque farsi decostruire per poi ricomporsi in modo più attrezzato al mutamento d’epoca (a tal proposito mi permetto di suggerire un saggio di Aldo Schiavone, intitolato “Sinistra! Un manifesto”, edito da Einaudi), oppure chiudersi nella propria enclave e fare della consapevolezza della propria ferita la prova della superiorità morale sugli altri. Le rivendicazioni gioiose dei risultati dell’ultimo referendum evidenziano in modo palese la scelta della seconda via: se sei felice perché “tutti i nostri hanno votato Sì”, stai ammettendo senza ammetterlo che ciò che ti tiene in piedi è la semplice conferma della tua identità, non la speranza di trasformare un po’ il mondo.
Quando la scienza moderna iniziava ad aggredire la specialità umana, Pascal rispondeva che sì “l’uomo non è che una canna, la più fragile di tutta la natura; ma è una canna pensante”. Così, oggi, la sinistra italiana sublima la sconfitta ammirando la propria capacità di tenere “la schiena dritta” in mezzo all’incendio del mondo. Anche la mistica dell’ “analisi della sconfitta”, in fondo, ha sempre celebrato teologicamente la capacità di pensare “lucidamente” la propria ferita, come bene-rifugio cui aggrapparsi per resistere ai colpi subiti dal proprio narcisismo.
Eppure l’illuminismo non è stato solo sdivinizzazione del mondo o democratizzazione del potere. È stato anche la progressiva centralità della competenza nella costruzione delle macchine. L’amministrazione del sapere nel XVII secolo, come ricorda opportunamente lo stesso Sloterdijk, è segnata dalla transizione da un modello di potere retorico, che consente di disporre di segni, a un modello di potere tecnico basato sulla costruzione delle macchine.
Lo aveva intuito perfettamente quel genio di Marx, che per tutta la vita studia la trasfigurazione degli assetti sociali comportata dalla rivoluzione tecnologica della macchina industriale. Marx non fa altro che questo. Una sinistra che voglia avere ancora qualcosa da dire, deve applicarsi a fare lo stesso. Non lo ha fatto negli ultimi 30 anni ed è rimasta spiazzata dalla digitalizzazione che ha spostato tutto: la rappresentanza, la rappresentazione, il mondo del lavoro, la marginalità sociale, i rapporti tra Stato ed economia.
Tutto, letteralmente tutto. Perfino il mercato affettivo. Presa dal panico, quella parte di sinistra ha creduto di recuperare terreno con una riedizione del “potere retorico”: ingiunzioni morale, lotta per la “correttezza linguistica” ecc. Non ha funzionato troppo.
Senza questo spostamento dalla retorica alla macchina, resta solo il dignitoso lamento, la foto della tessera elettorale caricata sui social, le citazioni di Berlinguer, gli improperi ai “riformisti”, rigurgiti antioccidentali.
L’album di famiglia è bello, ma la casa della propria infanzia può essere un nido ma anche una tomba. Poi, per carità, contenti loro, contenti tutti.
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Mi permetto di aggiungere dele notule a margine. Leggendo Stefano Mancuso scopriamo che la specie umana è pure manipolata dalle piante, perché siamo i migliori impollinatori del pianeta, Mancuso supera anche Desmond Morris con la sua etologia umana, e sono d’accordo con entrambi. Ma per tornare alla sinistra e al narcisismo del perdente, mi verrebbe da dire semplicemente che la sinistra ha un fiore non colto, e che per coglierlo basterebbe ascoltare il mondo e la nuova società. Infatti esiste un nuovo elettorato, che non vota, che è anche il nuovo proletariato, senza diritti, senza contratti a lungo termine, senza amortizzatori sociali, ma spesso con laurea e dottorato. Sono il primo partito italiano, e non votano per “imbarazzo”, sono l’esercito degli under 30, fuori da ogni sondaggio e dalla contesa elettorale, che potrebbero sconvolgere lo scenario politico della sinistra. Se si accorgesse di loro.