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Ben Gvir e la clausola impossibile imposta solo a Israele

Antisemitismo

Ben Gvir e la clausola impossibile imposta solo a Israele

Il comportamento di Ben Gvir va condannato senza ambiguità, ma non può diventare l’ennesimo pretesto per trasformare l’errore di un ministro israeliano in una condanna collettiva contro Israele e contro gli ebrei. La linea tra critica politica e pregiudizio passa proprio da qui. Oggi sarebbe facile

Filippo Piperno21/05/2026Aggiornato 20/05/20266 min lettura1.291 parole

Il comportamento di Ben Gvir va condannato senza ambiguità, ma non può diventare l’ennesimo pretesto per trasformare l’errore di un ministro israeliano in una condanna collettiva contro Israele e contro gli ebrei. La linea tra critica politica e pregiudizio passa proprio da qui.


Oggi sarebbe facile parlare soltanto di Ben Gvir. Sarebbe comodo, perfino rassicurante. Basterebbe indicare la sua esibizione davanti agli attivisti della Flotilla, prenderne le distanze, condannarla con le parole più adatte e chiudere lì la questione.

Se, in forme diverse, anche Benjamin Netanyahu e il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar hanno precisato che il modo in cui Ben Gvir ha gestito l’arresto di quegli attivisti non è in linea con i valori e le norme di Israele, noi cos’altro potremmo aggiungere?

Eppure sarebbe troppo comodo fermarsi a Ben Gvir. Perché il problema non è soltanto lo spettacolo poco edificante offerto da un ministro israeliano: è la rapidità con cui quel comportamento viene trasformata nell’ennesimo atto di accusa nei confronti d’Israele e, subito dopo, contro gli ebrei. È lì che la critica politica torna a essere ciò che spesso era già: pregiudizio in cerca di conferme.

Il pregiudizio contemporaneo raramente dice in modo esplicito: “Gli ebrei sono cattivi”. Ha imparato un lessico più presentabile. Dice: Israele è crudele, Israele è disumano, Israele è fuori dal consesso civile. Poi quel giudizio, nella pratica, scivola sugli ebrei.

Lo vediamo ogni giorno. Israele diventa il contenitore politicamente accettabile di un’ostilità che non si ferma allo Stato israeliano, ma investe comunità, simboli, sinagoghe, scuole, cittadini ebrei che nulla hanno a che fare con le decisioni di un governo.

E allora il comportamento di un ministro israeliano non viene più attribuito a quel ministro, al suo partito, alla sua linea politica, al suo stile. Diventa conferma generale. Non è più Ben Gvir: è Israele. E da Israele il passaggio agli ebrei è breve, spesso immediato, comunque già pronto.

Con altri popoli questo automatismo apparirebbe grottesco. Se un ministro italiano si comporta in modo indecente, nessuno pretende che tutti gli italiani si giustifichino. Se un politico svedese dice una mostruosità, nessuno conclude che sia stata finalmente rivelata l’essenza morale degli svedesi.

Si discute del politico, del partito, del governo, del contesto. Nel caso degli ebrei, invece, il salto è quasi immediato: da Ben Gvir agli israeliani, dagli israeliani agli ebrei, dagli ebrei alla colpa originaria.

È lo stesso schema che si è visto intorno alla Flotilla. Un’operazione presentata come umanitaria, ma costruita soprattutto come rito politico-mediatico: si parte per farsi fermare da Israele, per ottenere l’immagine, per produrre indignazione, per alimentare la narrazione dell’israeliano cattivo che impedisce ai “buoni” di portare aiuti.

La formula “erano in acque internazionali”, ripetuta come se chiudesse ogni discussione, non chiude nulla. La libertà di navigazione non è un lasciapassare universale per violare un blocco navale. Il diritto dei conflitti armati in mare prevede condizioni, limiti, controlli, ispezioni.

Un blocco navale, se legittimamente istituito, deve essere dichiarato, notificato, effettivo, applicato senza discriminazioni e non deve avere lo scopo di affamare la popolazione civile. Ma, proprio perché è un blocco, deve anche essere fatto rispettare. Altrimenti non è più un blocco: è una dichiarazione ornamentale.

E qui torniamo a Ben Gvir. Perché una cosa è dire che Israele ha il diritto di far rispettare un blocco navale e di impedire operazioni politiche mascherate da missioni umanitarie. Un’altra è pensare che questo diritto autorizzi l’umiliazione pubblica, la posa da duro, la soddisfazione scenica davanti a persone fermate.

Quello non è diritto. È compiacimento. Ed è precisamente il tipo di immagine che permette alla macchina del pregiudizio di rimettersi in moto.

Ma il fatto che Ben Gvir offra materiale al pregiudizio non rende il pregiudizio meno tale. L’antisemitismo non nasce da Ben Gvir, non dipende da Ben Gvir e non diventa più comprensibile quando Ben Gvir si comporta in modo indegno.

Semmai, proprio questi casi servono a misurare la serietà di chi dice di voler combattere l’antisemitismo. Perché è facile respingerlo quando la vittima è perfetta, quando il contesto è pulito, quando non c’è nulla che disturbi la coscienza. Molto più difficile è farlo quando qualcuno offre al pregiudizio il materiale che aspettava.

Ancora più insidioso è il riflesso di certi amici di Israele: “Eh però, così non ci aiutano”. È una frase comprensibile, soprattutto davanti a sceneggiate come quelle di Ben Gvir. Nessuno è tenuto a difendere l’indifendibile: l’umiliazione pubblica di persone fermate da parte di un ministro resta una sceneggiata indegna di un paese democratico.

Ma proprio per questo bisogna separare i piani. Condannare Ben Gvir non può significare accettare il ricatto per cui Israele avrebbe diritto a difendersi solo se ogni sua immagine, ogni suo ministro, ogni suo gesto risultassero compatibili con la sensibilità dei suoi accusatori.

Da qui nasce una clausola impossibile: Israele può difendersi, purché non produca immagini sgradevoli; può far rispettare un blocco, purché chi vuole violarlo non ne tragga scandalo; può esistere come Stato sovrano, purché ogni suo politico, soldato, cittadino risulti moralmente irreprensibile. Ma nessun Paese vive sotto questa condizione. E quando anche gli amici di Israele finiscono per ragionare dentro questa cornice, magari per prudenza o per umano imbarazzo, accettano senza volerlo il presupposto dei suoi avversari: che la legittimità di Israele non sia un dato, ma una concessione revocabile.

È questo il punto da non concedere. L’antisemitismo non è una reazione da non provocare, ma un pregiudizio da smontare e da combattere. La delegittimazione di Israele non è un incidente del dibattito, ma una struttura retorica che usa ogni episodio, ogni errore, ogni ministro impresentabile per tornare sempre allo stesso verdetto. Come se l’ebreo, per essere difeso, dovesse prima dimostrare di non offrire appigli al suo accusatore. Come se Israele, per avere diritto a esistere e difendersi, dovesse prima superare un esame morale permanente che nessun altro Stato è chiamato a sostenere.

No. Questo schema va rovesciato.

La propaganda della Flotilla va smontata. Ben Gvir va criticato senza esitazioni. Il diritto internazionale va discusso per intero, non a intermittenza. E l’antisemitismo va riconosciuto anche quando assume la sua forma più comoda e furbastra: quella che dice di non odiare gli ebrei, ma trova sempre in qualche ebreo, in qualche israeliano, in qualche ministro israeliano, la conferma perfetta di ciò che pensava già prima.

La differenza sta tutta qui. Il giudizio politico attribuisce una responsabilità: Ben Gvir ha sbagliato, ha danneggiato Israele, ha offerto un pessimo spettacolo. Il pregiudizio fa un’altra operazione: prende quella responsabilità, la allarga, la trascina fuori dal suo contesto e la trasforma in una condanna collettiva. Da Ben Gvir a Israele, da Israele agli ebrei.

Tra le due cose passa una linea nettissima. E oggi, proprio oggi, quella linea che fa tutta la differenza del mondo, va difesa.


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7 pensieri su “Ben Gvir e la clausola impossibile imposta solo a Israele

  1. blogdibarbara dice:

    Gli ebrei, a quanto pare, sono l’unico popolo al mondo ad avere il dovere morale, civile, sociale, religioso e anche legale di porgere sempre (cristianamente!) l’altra guancia. Anche quando di guance se ne sono già fatte fracassare almeno una trentina.

  2. Luciano Roffi dice:

    Beh … però Israele, tutto Israele, oggi è governato dal trio Netanyahu-Smotrich-Ben-Gvir e da individui non molto dissimili. Speriamo che le ormai vicine elezioni li sotterrino ma per ora è così. Distinguerei invece i gruppi antisemiti che approfittano di questo discredito internazionale del governo Netanyahu, che secondo me sono molto attivi e squadristici, ma comunque minoritari, da chi critica l’azione del governo Netanyahu senza minimamente seguire la canea antisemita. Secondo me sono la maggioranza

    • blogdibarbara dice:

      Perché, quando non c’erano Netanyahu e gli altri due, la gente parlava bene di Israele? Nessuno parlava di genocidio? Nessuno parlava di sterminio per fame? Nessuno parlava di apartheid? Nessuno parlava di Israele criminale Israele terrorista? Nessuno parlava di predazione di organi?

  3. corra2015 dice:

    Purtroppo Ben Gvir ha offerto opportunità alla propaganda propal per infierire ancora, come ce ne fosse bisogno, sugli ebrei. Gli idioti sostenitori del terrorismo islamico della flotilla si meritano questo ed altro, se non fosse che tutto torna a loro vantaggio. L’opinione pubblica i media e la politica dovrebbero chiedere chi finanzia questa operazione di provocazione a sostegno di hamas heszbollah houthi e pasdaran…e invece tutti ad indignarsi per l’umiliazione subita dai deficienti che saranno felicissimi di sentirsi eroi e martiri, non potevano sperare di meglio.

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