Germania
Jurgen Sparwasser, il calciatore che tradì la Ddr per ritrovare la libertà
Un campione trasformato in simbolo, una vittoria usata come propaganda, una fuga che restituisce alla vita il suo significato più elementare: la libertà. La parabola di Jurgen Sparwasser racconta la Ddr dall’interno, tra sport, ideologia e desiderio di sottrarsi a un destino già scritto. “L’uomo e



Un campione trasformato in simbolo, una vittoria usata come propaganda, una fuga che restituisce alla vita il suo significato più elementare: la libertà. La parabola di Jurgen Sparwasser racconta la Ddr dall’interno, tra sport, ideologia e desiderio di sottrarsi a un destino già scritto.
“L’uomo e la donna s’incamminano verso la stazione della U-Bahn, la metropolitana. Linea 2, verde, direzione Bad Homburg-Gonzenheim. Controllano il percorso sulla mappa più e più volte, imparano a memoria i nomi delle fermate fino a Bad Homburg vor der Hohe, la sesta, il capolinea. È una città di cinquantamila abitanti, famosa per le terme e il casinò. Ville sfarzose e benessere diffuso.
Quando scendono dal treno, Jurgen e Christa si guardano attorno con stupore. È questione di un attimo, perché non sono qui per turismo. Devono raggiungere in fretta l’appartamento che nonna Mielchen, una delle pochissime persone a conoscenza del loro piano di fuga, ha messo a disposizione.
Salgono su un taxi e quando, dopo qualche minuto, arrivano a destinazione trovano la chiave, nascosta con cura dietro a un cespuglio. Aprono la porta, entrano. Chiudono la porta. Lasciano fuori il passato, che fino a poche ore prima era il presente. Lasciano fuori la Repubblica Democratica Tedesca”.
Giovanni Tosco, giornalista e saggista, autore del pregevole saggio Sparwasser. L’eroe che tradì (Minerva, 160 pagine, 15 euro), racconta, attraverso la ricostruzione della vita di Jurgen Sparwasser, campione della Nazionale di calcio della Repubblica Democratica Tedesca, le vicende, tanto intime e personali quanto pubbliche e comunitarie, di una terra contesa e dilaniata al termine del secondo conflitto mondiale.
La storia di Sparwasser, seppure straordinaria e, per certi versi, attraversata da uno spirito romantico, caratterizzato da un desiderio profondo di rivalsa e di libertà, abbraccia e accomuna generazioni intere di uomini, rendendo giustizia alle loro legittime rivendicazioni sociali e politiche.
Lo scritto fotografa, senza banalizzarla e giudicarla, un’epoca segnata da divisioni e contrasti, offrendo al lettore un’analisi lucida del modello sovietico e moscovita del tempo, segnato dal rigido rispetto “dei valori della dottrina socialista”, quali “[l’]autoritarismo, [il] collettivismo, [la] rigida disciplina, [il] controllo dei movimenti culturali, [l’]estremo senso del sacrificio per il bene comune”, contrapposto al “modello capitalista”, consumista e liberale, quest’ultimo da avversare mediante la promozione di condotte e politiche ispirate “[alla] semplicità, [all’]umiltà, [alla] ruralità”, nonché “[all’]antifascismo e [all’]antiamericanismo”.
Il mondo a est del Muro di Berlino si troverà per lungo tempo a fare i conti con una realtà dove “nulla doveva essere lasciato al caso”, privando, pertanto, i cittadini di un requisito fondamentale per condurre un’esistenza felice e piena, cioè libera: “L’opera di nazionalizzazione e normalizzazione si svolse attorno al concetto di Heimat, termine tedesco coniato nel XIX secolo che non ha un corrispettivo preciso in italiano ma può essere tradotto come patria, terra natia, comunità”.
Ogni singolo aspetto della vita nella Repubblica Democratica Tedesca era deciso e pianificato “con il popolo, dal popolo e per il popolo”: “Ogni singolo momento dell’esistenza doveva svolgersi nel segno della Ddr: si beveva Club Cola, si guidavano automobili Trabant […], si fumavano sigarette F6 o Juwel, ci si lavava con il sapone Spree e così via”.
Lo sport, in modo particolare e significativo, rivestiva un compito decisivo, cioè quello di promuovere l’ideologia socialista, in patria e oltre i confini, propagandando una visione del mondo alternativa a quella occidentale e atlantica, soprattutto a partire dal 1961: “L’evoluzione dello sport nella Repubblica Democratica Tedesca ebbe una svolta fondamentale nel 1961.
Il ministro dello Sport, Manfred Ewald – diventato poi celebre soprattutto per l’organizzazione scientifica del doping di Stato che tanto peso ebbe nei successi degli atleti della Ddr – divise le varie discipline in due categorie. Quelle inserite nello Sport I beneficiavano di strutture moderne, centri di allenamento, materiale per l’esercizio fisico tale da rendere gli atleti competitivi a livello dei rivali capitalisti: l’obiettivo, infatti, era conquistare quante più medaglie d’oro ai Giochi Olimpici e nei Mondiali”.
Il calcio e i suoi interpreti si adattarono presto alle necessità più profonde del sistema politico vigente: “Il calcio non fu ritenuto meritevole di essere inserito nella prima fascia, finendo nell’elenco chiamato Sport II. Mielke e alcuni importanti rappresentanti del Sed convinsero Ewald a ritornare sui propri passi, convincendolo che una vittoria in una competizione europea poteva avere lo stesso valore di un successo olimpico”.
Il fuoriclasse Jurgen Sparwasser, indossando le maglie della Nazionale e del Magdeburgo, seppe, tuttavia, sottrarsi a un destino già scritto, calciando la palla al di là dell’angusto perimetro verde, vivendo da protagonista stagioni memorabili, squarciando il velo dell’ipocrisia, della menzogna e dell’odio.
Un atleta che ispirò generazioni, alzando trofei, impressionando per eleganza e potenza, per umiltà e dedizione, vincendo dentro e fuori dal campo: “Indelebili restarono le imprese e i numeri di Sparwasser con la maglia biancoblu: 381 partite complessive (271 nella Oberliga, 21 nella Ddr-Liga, 49 nella Coppa della Germania Est, 40 nelle Coppe europee) e 173 reti (111 nella Oberliga, 22 nella Ddr-Liga, 20 nella Coppa della Germania Est, 20 nelle Coppe europee). A questo bilancio vanno aggiunte le 48 presenze in Nazionale e 14 gol”.
Il momento più alto della carriera fu toccato dal nostro il 22 giugno 1974, quando, durante il mondiale di calcio, per la prima e ultima volta, la Germania Orientale e quella Occidentale si confrontarono per la supremazia nel girone eliminatorio.
Contro ogni pronostico, la Ddr superò la fortissima compagine avversaria, proprio grazie a un guizzo di Sparwasser: “Hamann, al 33’, [inventò] un lancio in diagonale di trenta metri per pescare sulla trequarti, leggermente spostato a destra, Sparwasser, che si liberò di Hottges e Vogts e, prima del tentativo di intervento di Beckenbauer, ebbe il tempo di guardare Maier in uscita e batterlo con un tocco ravvicinato di destro”.
Al triplice fischio finale, si scatenò “il delirio” in tutto il Paese; i “tifosi orientali [presenti] impazzirono di felicità, mentre il resto dello stadio rimase ammutolito”. L’evento venne, ovviamente, strumentalizzato dalla propaganda ideologica della Ddr: Sparwasser avrebbe presto conosciuto una marcatura più difficile da eludere e superare, cioè quella della politica e della retorica.
Avrebbe comunque continuato a vincere e a divertirsi, “malgrado tutto”.
Conclusa la carriera sportiva, prese la decisione di dedicarsi alla famiglia e di riprendere gli studi, conseguendo, nel 1981, “il diploma di insegnante sportivo qualificato, con specializzazione in calcio”. Sembrò l’inizio di una nuova vita, di un cammino lontano da influenze deleterie e pressanti: “Di lì a poco, gli venne offerto un ruolo da docente all’Università dell’educazione di Magdeburgo, dove insegnava Teoria e pratica dei giochi sportivi. Gli piaceva questa nuova dimensione, gli piaceva lavorare con giovani uomini e giovani donne che avevano in comune con lui la passione per il calcio e, in generale, per l’attività fisica”.
Il passato, tuttavia, non tardò a ripresentarsi, ingombrante e molesto, ingiusto persino. Non restava, pertanto, che un’unica via, seppur dolorosa e rischiosa, cioè quella della fuga.

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