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Denatalità, lavoro e immigrazione: se la politica semplifica i problemi restano

Politica italiana

Denatalità, lavoro e immigrazione: se la politica semplifica i problemi restano

La denatalità è un problema reale, ma usarla per promettere meno immigrazione regolare significa confondere tempi, cause e soluzioni. L’Italia ha bisogno di più nascite, salari migliori, giovani trattenuti e lavoratori stranieri integrati: non di formule consolatorie da palco. “Se facciamo più figli possiamo ridurre il

Filippo Piperno22/05/2026Aggiornato 21/05/20266 min lettura1.186 parole
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La denatalità è un problema reale, ma usarla per promettere meno immigrazione regolare significa confondere tempi, cause e soluzioni. L’Italia ha bisogno di più nascite, salari migliori, giovani trattenuti e lavoratori stranieri integrati: non di formule consolatorie da palco.


“Se facciamo più figli possiamo ridurre il numero di migranti regolari”. Lo ha detto Antonio Tajani al Festival del Lavoro. Una frase che contiene un frammento di verità, ma lo piega fino a farlo diventare uno slogan.

La frase completa merita però di essere ricordata, perché dice qualcosa di più della battuta circolata nelle agenzie. Tajani ha spiegato che, se l’Italia facesse più figli, potrebbe “ridurre il numero dei migranti regolari che vengono a lavorare nelle nostre imprese”, aggiungendo però che, in assenza di quei lavoratori, molte imprese non avrebbero manodopera sufficiente.

“Più c’è denatalità, più abbiamo bisogno nelle nostre imprese di lavoratori stranieri”, ha aggiunto il vicepremier, richiamando poi i temi dell’integrazione, dei rischi di immigrazione irregolare e del lavoro femminile. In particolare, ha detto che va tutelato il diritto delle donne a “essere pagate come gli uomini”, ad avere “le stesse opportunità degli uomini” e a poter scegliere se lavorare, essere madri, o essere madri e lavorare.

Parole che hanno provocato una polemica politica immediata. Dal Pd, Francesco Boccia ha contestato l’idea che la denatalità possa essere affrontata dicendo semplicemente che bisogna fare più figli, ricordando il saldo negativo tra nascite e morti e la dimensione ormai strutturale dell’emergenza demografica. Valeria Valente ha parlato di parole “assurde”, mentre Cecilia D’Elia ha richiamato la necessità di politiche serie e continuative, a partire dal sostegno a donne e giovani.

Ma il punto non è soltanto la polemica politica. È la debolezza concettuale dell’impostazione: prendere un problema reale e trasformarlo in una formula rassicurante.

Il frammento di verità è evidente: un Paese che fa pochi figli invecchia, riduce la propria popolazione attiva e avrà sempre più bisogno di lavoratori dall’estero. Negarlo sarebbe ridicolo. La demografia non è un’opinione, e il mercato del lavoro non si governa con le invocazioni.

Se nascono meno bambini, se la popolazione in età lavorativa diminuisce, se interi settori produttivi faticano già oggi a trovare personale, l’immigrazione regolare non è un capriccio ideologico: è uno degli strumenti necessari per tenere in piedi pezzi importanti dell’economia.

Il problema è il salto successivo: far credere che una maggiore natalità possa ridurre in modo diretto e immediato il bisogno di migranti regolari. È qui che il ragionamento diventa demagogico.

Anche se domani l’Italia conoscesse un’improvvisa ripresa delle nascite, quei bambini entrerebbero nel mercato del lavoro fra vent’anni. Nel frattempo chi lavora nell’assistenza, nella logistica, nell’agricoltura, nell’edilizia, nella ristorazione, nella manifattura? I neonati della ripresa demografica? Sarebbe una bella immagine per una campagna pubblicitaria, meno per una politica pubblica.

Natalità e immigrazione non si contrappongono: appartengono a orizzonti temporali diversi. La prima riguarda la sopravvivenza di lungo periodo di una società. La seconda riguarda anche il presente: il funzionamento concreto del sistema produttivo, dei servizi, della cura, delle imprese.

Mettere le due cose una contro l’altra significa confondere un investimento generazionale con una necessità immediata.

“Più figli, meno migranti” è dunque una scorciatoia retorica. Funziona perché intercetta un riflesso politico: rassicurare chi vede l’immigrazione come un problema da contenere, senza dire apertamente che una parte dell’economia italiana dipende già dal lavoro straniero.

L’immigrazione regolare viene così presentata non come una componente da governare, selezionare e integrare, ma come un male necessario da ridurre appena possibile.

Ancora più debole è l’idea implicita che basti “fare più figli” per risolvere il problema. Come se la natalità fosse una variabile morale, e non il risultato di salari, case, servizi, congedi, nidi, stabilità lavorativa, fiducia nel futuro.

Le persone non fanno figli perché un ministro lo suggerisce da un palco. Li fanno, o decidono di non farli, dentro condizioni materiali precise. Se un Paese ha stipendi bassi, precarietà lunga, affitti insostenibili, carriere femminili penalizzate e servizi insufficienti, può anche riempirsi la bocca di famiglia: continuerà a produrre denatalità.

Per di più, l’Italia non soffre soltanto perché nascono pochi bambini. Soffre anche perché molti giovani, una volta diventati lavoratori qualificati, scoprono che il mercato nazionale offre loro meno opportunità, meno salario e meno riconoscimento rispetto ad altri Paesi europei.

Che senso ha invocare più figli se poi il Paese non riesce a trattenere quelli che ha già cresciuto, formato e portato fino all’età adulta?

Una politica demografica seria non può essere separata da una politica salariale, industriale, abitativa e migratoria. Se si vuole davvero invertire la denatalità, bisogna rendere l’Italia un Paese in cui costruire una famiglia non sia un atto di eroismo privato.

Se si vuole governare l’immigrazione, bisogna smettere di parlarne come di un rubinetto da chiudere e aprire secondo la convenienza elettorale.

La verità è meno comoda: l’Italia ha bisogno di più nascite e di immigrazione regolare. Ha bisogno di trattenere i suoi giovani e di attrarre lavoratori stranieri. Ha bisogno di valorizzare il capitale umano interno e di integrare quello che arriva da fuori.

Non sono alternative ideologiche: sono pezzi dello stesso problema.

Per questo la frase di Tajani è politicamente furba ma concettualmente debole. Prende una relazione reale, denatalità e fabbisogno di lavoro straniero, e la traduce in una formula riduttiva.

È il genere di frase che piace perché sembra concreta. In realtà semplifica proprio ciò che andrebbe spiegato.

Una politica adulta dovrebbe dire altro: servono più nascite, certo. Ma servono anche salari migliori, servizi più robusti, una vera strategia per non perdere giovani qualificati e canali ordinati di ingresso per i lavoratori stranieri di cui il Paese ha bisogno.

Il contrario è la favola consolatoria di un Paese che vorrebbe risolvere il presente con i figli che forse nasceranno domani.

La propaganda, purtroppo, non paga le pensioni, non riempie i cantieri, non assiste gli anziani e non convince un giovane ingegnere a restare in Italia per uno stipendio che altrove considererebbero quasi uno scherzo.


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Un pensiero su “Denatalità, lavoro e immigrazione: se la politica semplifica i problemi restano

  1. Coccobill dice:

    Condivido tutto quello che e’ stato scritto nell’articolo.
    Ma vorrei aggiungere un’altra considerazione.
    Una parte (non sono competente quindi non mi azzardo a scrivere quale percentuale) dei lavoratori di cui l’italia (ma anche altri paesi) ha bisogno, e’ composta da lavori duri e fisici. E qualcuno pensa che …. No… non mi sembra possibile. 🙂

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