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Bruce Springsteen e un’America senza bussola

Stile, moda e costume

Bruce Springsteen e un’America senza bussola

Quando ero ragazzo a casa mia c'erano due cose impopolari: una ero io e l'altra era la mia chitarra.Ehi ragazzo, credi che sia olio? Amico, quello non è olio è sangue. Bruce Springsteen Facile cadere nei luoghi comuni parlando di Springsteen e assurdo parlarne in termini

Enrico Marani04/07/2025Aggiornato 03/07/20257 min lettura1.365 parole

Quando ero ragazzo a casa mia c’erano due cose impopolari: una ero io e l’altra era la mia chitarra.

Ehi ragazzo, credi che sia olio? Amico, quello non è olio è sangue.

Bruce Springsteen

Facile cadere nei luoghi comuni parlando di Springsteen e assurdo parlarne in termini di critica musicale quando sono stati scritti libri su di lui e c’è chi ne ha analizzato la discografia ed i testi con precisione e grande dedizione. Ragion per cui vi offro una finestra totalmente soggettiva e opinabile di questa rockstar, in Italia in questi giorni, capace di trascinare ai suoi concerti folle di fedelissimi.

C’è in Springsteen qualcosa che si trova poco nelle stelle del rock ed è uno sguardo misto di innocenza, malinconia ed inadeguatezza che subito ti fa sentire quest’uomo vicino, prossimo, fatto della tua stessa carne. Poi c’è un altro aspetto in cui Springsteen è particolarmente forte ed è il binomio sincerità e semplicità. Così il suo essere americano, patriota che canta alle celebrazioni dell’ undici settembre, non suonano come tronfia retorica nazionalista, opportunismo mediatico alla Trump, ma sono il manifestare un elemento identitario, il far parte di una storia molto contraddittoria, quella degli USA, ma democratica e da non confondere con regimi integralisti, mafiosi o dove l’ideologia riduce metropoli come Hong Kong a galere a cielo aperto. Almeno fino a qualche tempo fa…

Detto questo devo confessare candidamente che la stragrande maggioranza dei suoi brani mi è molto estranea musicalmente, non l’ho mai ascoltata e non la ascolterò. Amo la musica che osa, sperimenta, apre nuove frontiere e non è certo il caso di Bruce, attento alla tradizione, seguace di un folk-rock solido e immutato da decenni. Per non dire degli arrangiamenti in alcuni dischi, con le batterie pesanti, le parole urlate, i saxofoni che battono melodie strasentite (mai amato Clarence Clemons), le chitarre dal suono prevedibile, per una musica che è nella sostanza un rock standardizzato e a tratti retorico. Allora perché ne parlo, mi si potrebbe giustamente obiettare.

Perché c’è nello Sprigsteen con la chitarra acustica al collo e con pochi fronzoli, meglio se solo, qualcosa che mi attira e mi coinvolge. Per capirci lo Springsteen di “Nebraska” e “The Ghost of Tom Joad” è quello per me più autentico e interessante. Amo l’uomo che canta la working class ed è capace di darti una lettura esistenziale di una stazione di servizio e di un benzinaio al lavoro, che sa far parlare i morti e raccontare vite semplici con la forza e l’empatia di un grande fotografo, non tanto dedito all’ideologia, ma appunto ad una filosofia esistenziale. Per farla breve amo lo Springsteen acustico, capace di prendere la vita e compattarla in un racconto asciutto ed efficace “alla Carver” e che ti lascia come in un dipinto di Hopper di fronte ad un paesaggio umano sospeso, ma sempre autentico.

Uno Sprigsteen inevitabilmente politico, lontano anni luce dalla spavalderia idiota di chi vorrebbe far di Gaza un resort, dal Musk che lancia dollari come fosse in un film di Scorsese e soprattutto da quel Trump sempre falso e sempre strumentale nel suo approccio a qualsiasi cosa. Inevitabile lo scontro tra personaggi che pensano l’America in maniera opposta, inevitabile abbracciare le canzoni di Springsteen vedendo le immagini angosciose dell’Alligator Alcatraz, il campo di detenzione per migranti tra le paludi della Florida, tra pitoni e alligatori.

Su X chiacchiero con Giovanna, fresca di concerto a San Siro, che descrive con precisione lo stato emotivo di Springsteen di fronte alla disintegrazione dei valori americani: “Ho visto un uomo veramente dispiaciuto del fatto che la sua America, l’America che ha cantato per tutta la sua vita, non esista più, tradita da un autocrate amico dei tiranni”. Trump ricambia insultandolo per l’invecchiamento a certificare di non aver capito nulla dell’uomo, che appunto si mostra per quel com’è e anzi cerca attraverso l’arte di farlo nel modo più efficace possibile. L’arte di stare vicino alla normalità, cantare l’anonimato, le gioie e le sofferenze comuni che ben conosciamo, la malattia, l’invecchiamento ed è lì dove Springsteen cerca ispirazione.

Questa rara capacità di farsi voce di chi solitamente è inascoltato e di costruire con la musica e con i testi delle fotografie molto potenti di uomini e donne, veri e propri ritratti, ha portato la sua musica verso il cinema. Se penso all’HIV che ha falcidiato la mia generazione senza pietà, spedendone migliaia e migliaia al cimitero è impossibile non pensare a “Streets of Philadelphia” del Boss, parte della colonna sonora del bel film di Jonathan Demme. Canzone magnifica ed intatta dopo quasi quarant’anni e ancora una volta un’efficace istantanea che quasi ustiona per quanto sa essere diretta, trasformando con le parole un paesaggio metropolitano e facendone uno stato d’animo, pura poesia.

Per me cresciuto amando la musica inglese e snobbando quella americana, cercando nella new wave prima e nell’elettronica poi idee nuove e spazi sonori diversi Springsteen era meritevole di rispetto e basta. Con il tempo, con gli anni, mi sono fatto rapire dalle sue ballate, dalla malinconia con cui racconta lo scorrere delle cose e per come sa buttarsi dentro agli sguardi senza pregiudizi e anche per questo suo essere americano fino al midollo, con quelle chitarre country con cui addobba molte sue canzoni e le automobili con cui “mordere” le infinite strade d’America da una costa all’altra.

Tra i suoi brani si sentono spazi aperti e disabitati, nevi, fiumi, terre aride, deserti e oceani, polvere, ma anche il caos meraviglioso delle grandi metropoli. Springsteen credo sia uno degli ingredienti nascosti di musicisti della generazione successiva e penso ad esempio alle ballate di un Mark Lanegan (quanto mi manca!) o al Kurt Cobain dei Nirvana acustico, per citarne un paio dei tanti possibili. Certo artisti con una poetica diversa, decisamente meno rassicurante, ma con la stessa bruciante e malinconica sincerità.

Dunque ho cucinato per i soliti ascolti che accompagnano ogni articolo su (((RadioPianPiano))) uno Springsteen di parte, acustico, intimo, romantico e malinconico, lontanissimo dall’epica di “Born to Run” o dalla celebrazione di “Born in the U.S.A”. Un americano dallo sguardo profondo, poco incline all’artificio, ispiratosi al grande padre di molti musicisti USA, ovvero quel Woody Guthrie a cui il “Boss” ha sicuramente guardato con grande dedizione e rispetto, come ha fatto anche con Johnny Cash, di cui prima o poi parleremo.

Con una chitarra al collo e un pezzo di carta stropicciata in tasca con su scritta qualche parola, Springsteen sa cosa fare e personalmente amo questa parte del suo lavoro musicale. Per farvi comprendere meglio cosa intendo vi rimando ad un brano della scaletta, dove Bruce riarrangia dal vivo in chiave acustica la sua famosa hit “Tunnel of love”, scarnificandola, denudandola completamente in un quasi niente per voce ed organo elettrico. Il racconto di un amore travagliato diventa subito qualcosa di intensamente condiviso con chi ascolta e in una semplice parola diventa poesia, scabra e diretta. Per chi scrive decisamente meglio della versione originale. 

CLICCATE QUI per navigare un Bruce Springsteen intimo e acustico o approfittate del player che presto troverete anche in tutti gli articoli passati.

(((RadioPianPiano))) musica da leggere e ascoltare, si prende qualche settimana di ferie estive. A voi il gusto durante questa pausa di esplorare liberamente il nostro archivio e scoprire i musicisti di cui abbiamo parlato in questi mesi. Ci risintonizziamo a fine luglio.

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4 pensieri su “Bruce Springsteen e un’America senza bussola

  1. Mauro Venier dice:

    Trump corrisponde in questo senso al nonnetto italiano che considera Al Bano un artista assoluto e Fabrizio De André un nemico della musica. E che si lamenta che i giovani cantanti d’oggi siano (secondo lui) un misto di De André e Little Tony invece che di Al Bano e Nilla Pizzi.

  2. Giorgio Tortorella dice:

    Concordo. Anch’io sono cresciuto (e tuttora ascolto) musica UK più che USA, considero Nebraska il suo miglior album, Atlantic City in testa. Da ascoltare la versione di The River da Live in New York, in cui Clemons da il meglio di sé.

  3. alex274 dice:

    Il fatto che Trump non abbia capito nulla di Springsteen non stupisce neanche un po’. Trump è oggettivamente e molto chiaramente molto poco dotato di intelligenza, e aggiungo che probabilmente soffre di disturbi nello spettro dell’autismo.

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