Italia
Cronaca di un Paese che ha smesso di leggere
Abitiamo nel più grande museo a cielo aperto del mondo, inciampiamo quotidianamente in secoli di storia, arte e letteratura, eppure vaghiamo per le sue stanze come custodi analfabeti, incapaci di decifrare la grandezza che ci circonda. Siamo i pronipoti di Dante, la cui massima aspirazione culturale


Abitiamo nel più grande museo a cielo aperto del mondo, inciampiamo quotidianamente in secoli di storia, arte e letteratura, eppure vaghiamo per le sue stanze come custodi analfabeti, incapaci di decifrare la grandezza che ci circonda. Siamo i pronipoti di Dante, la cui massima aspirazione culturale sembra essersi ridotta alla polemica sterile e alla propaganda faziosa di un talk show televisivo.
Non c’è bisogno di girarci intorno: la “cultura” italiana, quella di massa, quella che definisce la nostra identità collettiva si è formata attraverso la “culture télévisuelle”. Sì, c’è stato un tempo in cui la televisione è stata l’architrave della nostra emancipazione culturale. La sua Epifania fu un programma in bianco e nero, “Non è mai troppo tardi”, dove un maestro, Alberto Manzi, con la sua pacata autorevolezza, insegnava a leggere e a scrivere a un’Italia ancora segnata dall’analfabetismo. Quella tivù unificava il Paese, creava una sintassi comune, costruiva un immaginario collettivo.
Oggi, di quell’epopea pedagogica non resta che il fantasma sbiadito. La nostra fonte primaria di “cultura” è diventata un mostro ibrido, un groviglio inestricabile di televisione e social media. Un flusso ininterrotto dove l’opinione urlata di un influencer ha lo stesso peso di un’analisi, il balletto su TikTok più dignità di un documentario, e il commento sgrammaticato sotto un post è la nuova frontiera del dibattito pubblico. Siamo passati dal maestro che ci insegnava l’alfabeto allo schermo che ci disabitua al pensiero.
Il risultato è una nazione che flirta pericolosamente con l’analfabetismo funzionale. Sappiamo leggere le lettere, certo, ma abbiamo perso la capacità di comprendere un testo, di seguire un ragionamento complesso, di distinguere un fatto da un’opinione gridata. In Italia non si legge, o si legge male. Amen.
Mentre noi siamo impegnati in questa ipnosi collettiva, cullati dalla luce blu degli schermi, il mondo va avanti. E corre veloce. Prendiamo la Corea del Sud, un paese che mezzo secolo fa usciva da una guerra devastante. Oggi investe più di 500 milioni di euro l’anno in cultura. Le sue biblioteche non chiudono, ma nascono e si moltiplicano in ogni centro urbano, come funghi di un nuovo rinascimento. Lo stesso accade in Giappone, a Taiwan. Nazioni che hanno capito che l’unica risorsa illimitata è il capitale umano, e che questo capitale si coltiva con i libri, non con i reality show.
Noi, invece, ci siamo adagiati. La nostra scuola non crea cittadini, ma utenti. Non insegna il pensiero critico, ma nozioni da ripetere per superare l’esame. Il risultato è un popolo che non conosce i propri diritti fondamentali, a una buona scuola, a una buona informazione, perché nessuno gli ha mai fornito gli strumenti per pretenderli. Anzi, ha promosso il diritto al risultato senza l’onere dello sforzo, svalutando di fatto il merito.
Siamo senza una struttura, senza una spina dorsale civica, tenuti insieme solo dalla lingua e dai confini geografici. Finora.
E così, diventiamo vecchi e presuntuosi. Vecchi non solo anagraficamente, ma nelle idee. Siamo un paese che vive di rendita su un passato glorioso che non sa più né onorare né rinnovare. E siamo presuntuosi, perché ci crediamo ancora, per diritto di nascita, una superpotenza culturale, mentre scambiamo le nostre opinioni da bar per analisi politiche e il nostro zapping compulsivo per ricerca intellettuale.
La politica, arretrata e autoreferenziale, è lo specchio fedele di questo deserto. Parla per slogan perché il suo popolo capisce solo quelli. Offre capri espiatori perché un nemico chiaro è più facile da capire di un problema complesso. È un circolo vizioso che si autoalimenta, dove l’ignoranza genera cattiva politica, e la cattiva politica prospera sull’ignoranza.
Forse, alla fine, siamo solo questo: una nazione con lo sguardo fisso su uno schermo, che si racconta storie di grandezza. Ci crediamo ancora protagonisti di una partita che stiamo solo guardando. L’ironia tragica è che, mentre ci indigniamo per il declino, siamo noi stessi gli architetti della nostra irrilevanza, impegnati a smantellare il nostro futuro con la stessa distratta superficialità con cui, con il telecomando in mano, mettiamo like e scorriamo il feed dei nostri social.
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Tragicamente inconfutabile.
Leggo anche di un boom di ricorsi contro i risultati degli esami.
Alla perfetta fotografia di uno stato pietoso aggiungo, a parer mio, l’assenza di due elementi fondamentali che da soli alimentano la cultura, come un temporale alimenta i canali trasformandoli in rivoli, ruscelli, fiumi che fecondano la terra: la curiosità e la consapevolezza di essere ignoranti. Questa gravissima assenza non è solo della scuola (di ogni ordine e grado) ma soprattutto dei genitori che non riescono a stimolare i giovani perché affetti dallo stesso male: oziosità e scarsa propensione ad impegnarsi nel crescere se stessi e la prole
Grazie per il commento Samuele.
Sebbene nel mio articolo non ho chiamato in causa la scuola come protagonista di questa deriva, ma scrivo espressamente che è di tutto il popolo. Condivido in questo senso quanto lei afferma.
Cari saluti
Alessandro