Il dibattito delle idee
Come il linguaggio diventa un’arma per consolidare potere e prestigio
Dal latinorum di Don Abbondio al therapy-speak dei social, passando per il lessico accademico postmoderno: viaggio nelle nuove forme di manipolazione linguistica che modellano il pensiero e soffocano il dissenso.



Nelle democrazie contemporanee assistiamo a un fenomeno curioso: l’alternanza dei governi procede, ma non quella delle élite culturali. Così il linguaggio diventa l’arma privilegiata per consolidare potere e prestigio. Non è una novità: già Orwell aveva messo in guardia contro il newspeak, concependo le proprie opere come avvertimenti. Il paradosso è che oggi sembrano venire utilizzate piuttosto come manuali d’istruzioni: strategie retoriche adottate per manipolare la percezione della realtà.
Le vie di questa manipolazione sono almeno due. La prima è una versione moderna del latinorum di Don Abbondio, fatta di jargon accademico e di inglesismi forzati, volti a intimidire mascherando vacuità o decisioni impopolari. La seconda deriva invece dal linguaggio postmoderno di matrice foucaultiana e gramsciana: non si limita a coprire, ma intende ridisegnare la realtà stessa.
Il “latinorum” di oggi
Proprio come il latino ostentato da Don Abbondio, sia l’inglese forzato che il linguaggio deliberatamente erudito servono a segnare gerarchie, a mettere distanza tra chi “sa” e chi invece deve accettare senza capire.
Nella politica italiana degli ultimi anni gli esempi abbondano: il Jobs Act, il Fiscal Compact e molte altre espressioni che suonano neutre, astratte e “moderne”, ma che si riferiscono a misure concrete, spesso controverse. Nel mondo sanitario si parla ad esempio di “appropriatezza terapeutica” per giustificare tagli ai servizi. Nel settore aziendale, la retorica della “resilienza” e del downsizing mira ad addolcire la pillola dei licenziamenti collettivi.
In tutti questi casi il linguaggio funziona come uno schermo: ammorbidisce, confonde, a volte abbaglia, inibendo le obiezioni ai diktat.
Il fenomeno non è ristretto all’Italia ,anzi, è proprio nei consessi internazionali, nelle agenzie sovranazionali e nelle università anglosassoni che il “latinorum contemporaneo” trova il suo laboratorio più fertile. Nel linguaggio della burocrazia europea, espressioni come quantitative easing, green transition o just transition trasformano scelte politiche e conflitti sociali in formule apparentemente neutre, quasi scientifiche. Nel lessico ONU o OMS si moltiplicano termini come “sostenibilità” e “inclusività”, veri e propri gusci semantici adattabili a qualunque agenda.
Anche il discorso sul clima si presta a questa logica: la nozione di net zero (emissioni nette zero) appare tecnica, indiscutibile, ma nasconde un ventaglio di compromessi, tecnologie ipotetiche e politiche contraddittorie. Negli Stati Uniti, il gergo finanziario della monetary accommodation o del tapering produce lo stesso effetto: spostare decisioni politiche enormi sul piano dell’inevitabile, del tecnico, quindi dell’indiscutibile.
Il lessico postmoderno
Se il latinorum globale si serve di termini ridondanti per mascherare la sostanza delle decisioni, l’altro grande filone di manipolazione linguistica lavora in modo diverso: non occulta, ma ricrea. È il lessico postmoderno che, sull’onda di Foucault, Gramsci e delle correnti accademiche americane, ambisce addirittura a ridisegnare la realtà. Uscito dalle aule universitarie si diffonde rapidamente sul social e diventa norma culturale e morale. Decolonizzare il sapere, violenza epistemica, fragilità della bianchezza… in questo caso il linguaggio non serve a celare, ma a imporre: come nel newspeak orwelliano, le parole restringono non solo ciò che si può dire, ma addirittura ciò che è permesso pensare.
Therapy Speak e Social Justice Speak
In questo quadro, un ruolo centrale spetta al “lessico terapeutico”, che ha letteralmente colonizzato il linguaggio pubblico: parole come triggering, safe space, holding space, microaggressioni, body shaming – certificano vulnerabilità e superiorità morale più che descrivere stati oggettivi. Non a caso questo vocabolario viene spesso ostentato nei profili social o professionali, come certificazione di sensibilità e legittimazione etica.
Lo stesso vale per il jargon pseudo-accademico della giustizia sociale: si tratta di un vero e proprio sistema di parole d’ordine, codici di riconoscimento interno. Termini come oppressione sistemica, eteronormatività cis, intersezionalità, bias sistemico, sono un lasciapassare identitario: chi li fa propri accede al club, chi li rifiuta resta fuori dai cancelli.
Persino i pronomi, soprattutto quando vengono esibiti sul profilo social o lavorativo da chi non appartiene a una minoranza sessuale o di genere, funzionano come marcatori simbolici: segnali di appartenenza e conformità ideologica, più che strumenti comunicativi.
Una burla intellettuale che ha smascherato con chiarezza questo meccanismo è stato il cosiddetto Grievance Studies Affair: tre ricercatori (Helen Pluckrose, James Lindsay e Peter Boghossian) riuscirono a far pubblicare articoli volutamente surreali su riviste accademiche, semplicemente imitando le formule e le parole-chiave più in voga. Fra le tesi più deliranti, una proponeva di riscrivere Mein Kampf sostituendo i termini nazisti con il gergo femminista, un’altra invitava a “addestrare” gli uomini come cani per insegnare loro il rispetto. Eppure, presentate con il lessico giusto, quelle tesi furono immediatamente accolte come contributi seri al dibattito.
Il linguaggio dunque non solo orienta il pensiero, ma diventa un potente dispositivo di conformismo. Chi non usa le parole “giuste” viene percepito come moralmente inadeguato, persino sospetto. È la dinamica definita da Elisabeth Noelle-Neumann come “spirale del silenzio”: di fronte al rischio di isolamento o stigmatizzazione, molti optano per l’autocensura. Non è sufficiente avere buone argomentazioni: basta comunque un piccolo inciampo linguistico per essere esclusi. In questo clima, il dissenso richiede la forza del “paria consapevole” di cui scriveva Sharansky: per non piegarsi al lessico dominante è necessario accettare l’isolamento/la stigmatizzazione.
A queste forme di manipolazione se ne somma un’altra,
La tecnica del Flood:
un’inondazione di termini nuovi che sommergono il dibattito con tale velocità da trasformarsi in verità operative prima ancora di essere comprese o discusse. Qui non si tratta più soltanto di manipolazione concettuale, ma di saturazione: il linguaggio come bombardamento continuo, che paralizza la capacità critica.
La dinamica del Flood trova conferma persino negli Stati Uniti, all’interno del campo progressista. Come ha rivelato la rivista Politico, il think tank democratico Third Way ha recentemente diffuso un memo con una lista nera di 45 parole che i Democratici dovrebbero smettere di usare perché “creano un muro” tra loro e la gente comune. Tra i termini banditi compaiono microaggressione, cisgender, cultural appropriation, e così via. Nel documento si avverte che questo lessico fa sembrare i Dem “elitisti, divisivi, oscuri, esecutori del wokismo”. È la conferma che la neolingua, nata per emancipare, rischia di diventare un handicap comunicativo e politico.
La Lezione
La lezione che emerge è chiara: quando il linguaggio smette di descrivere e inizia a prescrivere, la libertà rischia di morire per lenta asfissia. Prima si restringe il vocabolario, poi si riduce il pensiero, infine si spegne la possibilità stessa di dissentire. La vera sfida, oggi, non è solo difendere le idee, ma difendere le parole che permettono di pensarle.

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Ottimo articolo ! Complimenti !destrutturare lo strutturalismo!