Israele
Come il mondo ha pigramente accettato la sorte degli ostaggi israeliani
Sono passati ormai quasi due anni da quando i nazisti di Gaza, dopo averne uccisi più di milleduecento indiscriminatamente – uomini, donne, vecchi, bambini, lattanti – ne hanno rapiti altri duecentocinquanta, ancora una volta uomini, donne, vecchi, bambini, lattanti. In questi quasi due anni i nazisti



Sono passati ormai quasi due anni da quando i nazisti di Gaza, dopo averne uccisi più di milleduecento indiscriminatamente – uomini, donne, vecchi, bambini, lattanti – ne hanno rapiti altri duecentocinquanta, ancora una volta uomini, donne, vecchi, bambini, lattanti. In questi quasi due anni i nazisti di Gaza hanno torturato e assassinato un buon numero di quegli ostaggi.
E in questi quasi due anni il mondo ora ha accettato quell’andazzo aguzzino, ora l’ha considerato un mezzo magari non commendevole, ma in ogni caso comprensibile e inevitabile, nel quadro della guerra di Gaza.
Rapire un bambino di otto mesi e il fratello di quattro anni, e strangolarli, e restituirli in due bare nere tra la folla in festa, con i “giornalisti” che riprendevano l’evento e con la Croce Rossa che firmava i documenti, magari con qualche stretta di mano con i macellai, ecco, tutto questo era e continua a essere osservato dal mondo maggioritario come la parte magari non gradevole della guerra di Gaza, ma insomma come la parte naturale e legittima della guerra di Gaza.
Tutt’al più in questi quasi due anni – ma nemmeno sempre – quel mondo maggioritario ha chiesto la liberazione degli ostaggi. L’ha chiesta come si chiede la liberazione dei tombini intasati, come si chiede il rifacimento di un cornicione ammalorato, come si chiede il ripristino di un manto stradale con troppe buche, ma allargando le braccia se non vi si provvede. Vabbè, c’è un po’ d’acqua per strada; amen, il cornicione è scassato; pazienza, staremo attenti alle buche.
Ma il meccanismo emotivo e umano che tratta l’ebreo preso in ostaggio e tenuto sequestrato per due anni, e torturato, e ammazzato con un colpo alla testa, il meccanismo emotivo e umano che lo tiene nel conto in cui è tenuto un marciapiede allagato o la facciata scrostata di un edificio, cose magari spiacevoli ma pazienza, da dove viene? In che cosa consiste e da dove viene?
Consiste e viene da due elementi ora alternativi e ora combinati. Il primo è semplice: si tratta di ebrei. Il secondo, che in qualche modo dipende dal primo, è più strutturato. Quei rapimenti, quelle torture, quegli assassinii acquisiscono legittimità – una “legittimità” che si traduce in quella noncuranza – in forza o per meglio dire a causa dell’illegittimità della presenza ebraica in Israele.
Sono i padri, le madri, i figli, le figlie, i nipoti e le nipoti degli usurpatori: il che, se non giustifica, almeno spiega la violenza di cui sono destinatari. E simultaneamente spiega, se non giustifica, il gesto di chi li rapisce, li tortura, li strangola e per due anni continua a trattenerli, vivi o cadaveri.
Pensateci. Già il fatto che la liberazione degli ostaggi sia parte di una ipotesi di accordo, già il fatto che quella formula vuota e routinaria – “la liberazione incondizionata degli ostaggi” – mai fatta oggetto di qualche intimazione in caso di inottemperanza (non c’è mai un “altrimenti…”), già il fatto che sia considerata materia transigibile, già soltanto questo dice tutto.
Dice in piccolo, riproduce in piccolo, ciò che successe nella seconda guerra mondiale. Il mondo vittorioso sulla Germania nazista festeggiava la liberazione, festeggiava la vittoria contro la Germania nazista. Ma questa non era la percezione degli ebrei d’Europa, perché la Germania nazista aveva vinto la guerra contro gli ebrei.
I nazisti di Gaza saranno sconfitti, e sarà solo Israele a sconfiggerli. Ma i nazisti di Gaza avranno vinto la loro guerra contro gli ostaggi. E l’avranno vinta grazie al mondo maggioritario che gliel’ha fatta vincere.
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