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La lezione di Zelensky contro il pacifismo arrendista che si proclama realista

Conflitto russo-ucraino

La lezione di Zelensky contro il pacifismo arrendista che si proclama realista

Mentre scrivo queste righe è il 24 agosto e Volodymyr Zelensky ha appena pronunciato il suo discorso per il Giorno dell’Indipendenza ucraina (la traduzione del discorso è in fondo all'articolo n.d.r.). Non è stato solo un esercizio di retorica patriottica, sebbene questa componente ci sia, e

Alfonso Lanzieri25/08/2025Aggiornato 24/08/202514 min lettura2.921 parole
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Mentre scrivo queste righe è il 24 agosto e Volodymyr Zelensky ha appena pronunciato il suo discorso per il Giorno dell’Indipendenza ucraina (la traduzione del discorso è in fondo all’articolo n.d.r.).

Non è stato solo un esercizio di retorica patriottica, sebbene questa componente ci sia, e mi sembra pure normale, anzi giusto.

È stato anche, come i discorsi che appartengono ai momenti decisivi della storia, una piccola lezione per noi che non siamo impegnati in una lotta per la sopravvivenza come l’Ucraina da più di tre anni. Zelensky ha ricordato che l’indipendenza non è un concetto da celebrare nelle ricorrenze, ma una realtà viva, che si manifesta nella concretezza delle azioni quotidiane: nel soldato che combatte, nel medico che salva vite, nell’insegnante che continua a educare, nello scrittore che compone poesie mentre fuori cadono le bombe.

Eppure, mentre l’Ucraina celebra la sua resistenza, nel mondo continua a farsi strada un pacifismo arrendista che si vorrebbe “realista” ma che, in verità, porta inscritto in sé un errore fatale: quello di considerare il bene come un’astrazione e il male come l’unica realtà concreta. È l’idea secondo cui la libertà, la giustizia, la dignità di un popolo sarebbero ideali elevati ma fragili, mentre la violenza e l’occupazione sarebbero l’unico “dato di fatto” con cui fare i conti. È una prospettiva che, pur contenendo le classiche nobili intenzioni, nasce dall’aver interiorizzato, spesso senza accorgersene, il punto di vista dell’aggressore.

Il pacifismo che propone di far inghiottire i bocconi più amari a Kyiv, pur di saziare Putin e tornare alla pace, parte infatti da una premessa nascosta, oserei dire quasi metafisica, di cui molti non si rendono conto: la libertà dell’Ucraina non avrebbe spessore ontologico, mentre le conquiste russe sarebbero l’unica realtà solida.

Per questo tale pacifismo finisce per nominare quasi solo i rischi di un possibile allargamento del conflitto (cosa che va considerata, intendiamoci), e soffermarsi assai meno, però, sull’eventuale giustizia, almeno parziale, che andrebbe assicurata al Paese aggredito. Proprio ieri, a riprova di ciò, un tweet di Pierluigi Bersani diceva: “Possibile che davvero l’Italia proponga per l’Ucraina l’articolo 5 del Trattato NATO? Davvero non si considera il rischio di essere tirati dentro a un conflitto di cui non avremmo il minimo controllo?”.

Al di là dei tecnicismi (che sono importanti, per carità), ritorna qui l’impostazione di cui si diceva: i rischi della difesa, non le speranze di chi si difende. I primi – questo è il ragionamento sotteso – sono concreti, le seconde astratte. Qui sta il vulnus, che si ripropone anche nelle parole di una rispettabilissima e nota figura politica, che di certo non può essere accusata di simpatie per i dittatori.

È lo stesso argomento che la propaganda imperialista ha sempre usato. Chi difende il proprio Paese dopo un po’ diventa Don Chisciotte, chi invade e devasta rappresenta invece la dura realtà: “perciò, signore e signori, diamoci tutti una calmata e vediamo di non sognare troppo in grande; credere troppo nella giustizia e nella libertà fa male”.

Questo ribaltamento concettuale, che equipara il bene all’illusione e il male al realismo, è una strategia antica e sottile. Inconsapevolmente, molti intellettuali e politici occidentali hanno fatto propria questa logica. Chiedono a Kyiv di cedere “qualcosa” in nome della pace, ma così facendo riconoscono implicitamente che la violenza ha più diritto di esistere della giustizia.

È un modo di pensare che non solo legittima l’aggressione, ma sottrae al bene la sua concretezza storica, confinandolo in un cielo etereo, nel regno delle aspirazioni spirituali senza peso. Da sempre, per una inclinazione dell’animo umano su cui ora non possiamo riflettere, tendiamo a collocare il “buono” nella sfera dello spirituale e il “cattivo” in quella del carnale.

Come se la carne fosse irrimediabilmente segnata dal male e lo spirito fosse il luogo puro del bene (il diavolo è puro spirito, a proposito). Il male, che spesso è più esperto del bene nelle dinamiche del cuore umano, sfrutta questa inclinazione. La sua strategia è chiara: spingere il bene fuori dalla storia, relegarlo nella dimensione dell’astratto, così da poterlo espellere dalla realtà.

Il bene resta, è invocato, evocato, proclamato, ma fluttua sopra le teste, al di fuori dei corpi che sudano e nei quali pulsa il sangue. Se il bene è solo ideale, allora chi opera concretamente nel mondo potrà dire: “Io sono la realtà”. Forse anche per tale ragione, lungo tutta la storia cristiana, la critica più insistente non è stata rivolta tanto contro l’idea di Dio in sé, ma contro l’incarnazione.

Che il bene assoluto – così ovviamente nella prospettiva del credente – si sia fatto carne, che abbia assunto la storia, che sia entrato nella concretezza della materia e del tempo: questo è sempre stato lo scandalo e il bersaglio dei critici. L’incarnazione è infatti la smentita radicale della strategia del male: mostra che il bene non è un concetto, ma una presenza reale, concreta, che abita la carne e la storia. Anzi, di più: che la realtà è del bene, più che del male.

In questo senso, il discorso di Zelensky ci riporta a un piano che non è soltanto politico. Quando egli elenca le forme in cui l’indipendenza si manifesta – dal chirurgo all’insegnante, dall’operaio al volontario – afferma che il bene non è confinato nello spirituale, ma vive nella carne della storia. L’indipendenza non è un’idea astratta, è un fatto quotidiano che prende corpo nelle mani callose, nei volti stanchi, nei gesti umili e persistenti di un popolo.

È proprio questa la ragione per cui il pacifismo “realista” sbaglia. Perché si lascia persuadere dalla narrazione che riduce il bene a ideale. Perché confonde la carne del bene con la leggerezza dello spirito e, in questo modo, consegna la realtà al male. In altre parole: il pacifismo che invita ad arrendersi a Putin non è neutrale.

È già parte della strategia dell’aggressore, che lo sappia o no. La pace che l’Ucraina cerca non è la sospensione momentanea delle ostilità in cambio di un’umiliazione permanente. È la pace concreta di chi può vivere libero nella propria terra, di chi non è costretto a piegarsi all’arbitrio della forza. Per questo Zelensky ha potuto dire, in sostanza, che l’Ucraina non chiede gesti di buona volontà, ma esercita la propria volontà.

Qui non c’è nulla di astratto: è la rivendicazione della realtà del bene contro la pretesa del male di essere l’unico reale. Chi oggi chiede ancora di “dare a Putin quello che vuole” dovrebbe rendersi conto che sta adottando un presupposto devastante: che la libertà di un popolo valga meno delle ambizioni di potere di un dittatore.

Naturalmente, nessuno auspica una guerra all’ultimo sangue, che arriva fino alla distruzione totale senza un minimo di sapienza e discernimento pratico. La parola negoziato non è una bestemmia, anzi. È però essenziale la cornice di riferimento in cui si faranno eventuali concessioni all’aggressore. Che il bene appartenga al regno dello spirituale, mentre il male sia la dura sostanza della storia è già la vittoria della violenza.

È proprio questa la menzogna che l’aggressore vuole inculcare. Il pacifismo accomodante non evita il male: lo istituzionalizza. È la ripetizione del vecchio inganno: convincere l’uomo che il bene non ha consistenza, che solo il male ha peso. La resistenza ucraina è invece la testimonianza opposta: che il bene è reale, tangibile, che ha mani e volti, che combatte e cura, che insegna e crea. È il rifiuto di farsi cacciare dalla storia.

Ecco perché il discorso di Zelensky merita di essere letto con attenzione anche fuori dall’Ucraina. Non si tratta di idolatrare nessuno: non c’è affatto bisogno di provare la santità di una vittima per dover solidarizzare con lei (lo dico a tutti quelli che ogni giorno sottopongono gli ucraini a test morali super severi, al solo scopo di giustificare a sé stessi una certa equidistanza tra Mosca e Kyiv).

È però opportuno ricordarci una verità che riguarda tutti e che sintetizza la questione: o il bene è concreto, e allora può e deve essere difeso, oppure non lo è, e allora possiamo in fondo lasciare mano libera ai prepotenti della storia. Se cediamo all’idea che sia astratto, allora abbiamo già perso – non solo l’Ucraina, ma noi stessi.

Chi lotta per la propria indipendenza, anche contro un nemico più forte e tra lo scetticismo di molti, dimostra anche un’altra cosa: che nonostante la sua grande capacità di impressionarci, il male fraintende il mondo, cioè è fondamentalmente stupido.

Non si allude a una mancanza di intelligenza tattica (anzi, spesso il male è raffinato, seducente, capace di strategie sottili). Si intende piuttosto che il male non comprende il mondo nella sua verità. Lo fraintende perché lo riduce, lo impoverisce, lo guarda solo dalla prospettiva del potere, dell’utile, della forza.

Il male, insomma, si muove su un piano che appare concreto, ma in realtà è miope. Non vede la profondità della persona, della libertà, della comunione: ciò che è più reale della violenza. In questo senso è stupido, perché non sa cogliere la verità ultima della realtà.

Non a caso il male costruisce imperi, macchine belliche, sistemi di dominio, che però crollano: accecato dal proprio calcolo, il male non vede che mina se stesso. Dunque, se accettiamo la sua logica, miniamo noi stessi.


Traduzione del discorso tenuto dal presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky in occasione della giornata per l’Indipendenza ucraina.

Kiev. 24 agosto 2025

Cari ucraini e care ucraine!

Oggi è la Giornata dell’Indipendenza dell’Ucraina.

Mi trovo ora qui, nel cuore di Kyiv, in Piazza dell’Indipendenza. Ed è proprio qui che si sente meglio cosa sia l’indipendenza, perché per noi è così importante. E perché il Maidan è molto più che la piazza principale del Paese. È un simbolo: il simbolo dell’indipendenza, il suo custode. È il luogo dove sempre si fa la storia, dove nasce l’energia, la forza della nostra gente nei momenti in cui l’indipendenza è minacciata.

Oggi, mentre si combatte una guerra totale per l’indipendenza, è proprio qui, al Maidan, che si trovano simboli fondamentali. Simboli di come lottiamo, per cosa lottiamo e come vinceremo questa guerra.

Questi simboli ci circondano. Nel monumento all’Indipendenza, che dentro ha una struttura in cemento armato capace di resistere a un uragano: così anche l’Ucraina ha resistito alla grande sciagura portata dalla Russia sulla nostra terra. Nel “chilometro zero”, dove sono segnate le distanze dalle città ucraine: il nostro Donetsk, il nostro Luhansk, la nostra Crimea. Oggi quei segni hanno un significato diverso: non solo chilometri, ma un ricordo che tutto questo è Ucraina. Lì ci sono i nostri cittadini, e nessuna distanza né occupazione temporanea potrà cambiarlo. Un giorno questa distanza sparirà, e saremo di nuovo insieme come un’unica famiglia, un unico Paese. È solo questione di tempo. L’Ucraina crede che potrà raggiungere questo obiettivo: la pace, la pace su tutta la sua terra. L’Ucraina ne è capace.

Perché l’Ucraina ha carattere. Una resistenza di pietra, lo sguardo che non abbassiamo, mani bruciate dal fuoco e dal tempo ma forti. Mani che tengono lo scudo e difendono ciò che è nostro: la nostra terra, la nostra cultura, la nostra millenaria storia, testimoniata dai fondatori di Kyiv. E difendiamo il nostro futuro, per il quale i nostri eroi hanno dato la vita.

Nomi che non dimenticheremo né tradiremo. Nomi che hanno protetto l’indipendenza. Qui, al Maidan, gli ucraini salutano spesso i propri eroi caduti sullo scudo. E chiunque sia stato almeno una volta a un addio così, chiunque abbia perso qualcuno in questa guerra, porta con sé un conto personale con la Russia per sempre e ha promesso di non dimenticare i propri eroi.

Questa promessa è incarnata nel campo della memoria popolare. Un campo di grande forza, perché in ogni piccolo vessillo c’è una grande storia, un gesto, una scelta. La scelta per l’Ucraina. Per il futuro. Per la libertà nella pace e la pace nella libertà. È la filosofia che esprime il cosacco Mamaj nella nostra cultura: conquistata la libertà, può posare le armi e prendere la kobza, tenendo però la sciabola a portata di mano, ma tornando alla vita civile. Questo è ciò che tutti desideriamo. E sappiamo: non ce lo regalerà nessuno, lo si può solo conquistare.

È ciò che facciamo da 1278 giorni di questa guerra, la guerra per l’indipendenza. Per ognuno di questi giorni voglio ringraziarti: soldato ucraino, volontario ucraino, medico, soccorritore, insegnante, la nostra gioventù, i nostri genitori, ogni uomo e donna ucraina. Grazie a tutti voi per ciò che abbiamo già superato e per l’Ucraina che stiamo costruendo insieme. Per l’Ucraina che già oggi esiste, diventata adulta il 24 febbraio: ha preso in mano il proprio destino e le proprie armi, senza tempo per esitazioni né diritto alla paura, e ha fermato davvero il secondo esercito del mondo. E questo lo diremo, perché abbatte il mito dell’invincibile esercito russo.

Lo abbiamo dimostrato e continuiamo a dimostrarlo. Ognuno al proprio posto, portando in sé l’indipendenza, difendendo il nostro diritto a essere ucraini. Con il proprio lavoro, le proprie azioni, i propri successi. Oggi l’indipendenza si forgia sul campo di battaglia, protegge il cielo ogni notte, salva vite negli ospedali, spegne incendi, insegna. L’indipendenza non dorme, lavora senza sosta nelle fabbriche di difesa per dare ai nostri soldati tutto il necessario. L’indipendenza guida mezzi per portare aiuto, combatte sul ring, risuona sui palcoscenici del mondo dove si esibiscono gli ucraini, vive nelle pagine dei libri e nei versi dei poeti.

Quando dal nemico sentiamo ogni giorno: “Non esiste questo Stato, non esiste questa nazione”, ogni giorno dimostriamo il contrario. Dimostriamo che gli ucraini ci sono e ci saranno su questa terra, su questa piazza, dove tra cento anni i nostri discendenti celebreranno ancora la Giornata dell’Indipendenza.

Così sarà. Così sarà, perché l’Ucraina oggi è diversa. Più forte e rispettosa di sé stessa. L’Ucraina non aspetta gesti di buona volontà, ma esercita la propria volontà per realizzare ciò che è necessario. Se la Russia vuole prendersi la regione di Sumy, allora appaiono le Forze Armate in quella di Kursk. Se il nemico colpisce la nostra energia per lasciarci senza luce e calore, allora bruciano le sue raffinerie. Nessuno può proibirci questi colpi: è la giustizia che colpisce. Così come quando la Russia attacca ogni giorno le nostre città pacifiche, i nostri ospedali, le nostre scuole, uccide i nostri civili e i nostri bambini: in risposta riceve la “Rete” [sistemi d’arma]. Così colpisce la giustizia. Così colpisce l’Ucraina quando i suoi appelli alla pace non vengono ascoltati. Quante volte abbiamo proposto il cessate il fuoco? Quante volte abbiamo detto: “Vogliamo silenzio, vogliamo pace”? Ma una pace giusta e duratura, e per questo contiamo sulla forza del mondo intero.

Ecco com’è ora l’Ucraina. E un’Ucraina così non sarà mai più costretta a quel disonore che i “russi” chiamano “compromesso”. Ci serve una pace giusta. Il nostro futuro lo decideremo solo noi. E il mondo lo sa, e il mondo lo rispetta. Rispetta l’Ucraina. La tratta da pari.

Un’Ucraina capace di riunire in un giorno i leader del mondo. Un’Ucraina con cui l’America e il mondo vogliono produrre droni. Un’Ucraina che ha ricostituito l’unità tra Europa e Stati Uniti, diventandone la base. Un’Ucraina che resta ferma e sa difendersi. Perciò l’Ucraina viene ascoltata, rispettata, coinvolta. Il suo posto è al tavolo, non fuori dalla porta.

Questa è l’Ucraina che una settimana fa ho avuto l’onore di rappresentare negli Stati Uniti. Oggi USA ed Europa concordano: l’Ucraina non ha ancora vinto, ma di certo non perderà. Ha conquistato la propria indipendenza. Non è vittima, è combattente. Non chiede, propone: alleanza e partenariato. La migliore armata d’Europa, tecnologie di difesa avanzate, esperienza di resilienza. Diciamo: “Abbiamo bisogno dell’UE”. Sì. Ma anche l’UE ha bisogno di noi. E tutti lo riconoscono. Così riconoscono l’Ucraina.

Non una povera parente, ma un alleato forte.

Di questo tratta la coalizione dei volenterosi. Di questo si è parlato a Washington: di come garantire una pace stabile, sicura e duratura. L’Ucraina la otterrà, perché otterrà garanzie di sicurezza talmente forti che a nessuno al mondo potrà mai venire in mente di attaccarla.

Questa non è solo la nostra meta, è ciò che vogliamo e dobbiamo lasciare in eredità ai nostri figli e nipoti: un’Ucraina forte, uguale, europea, indipendente.

Per spezzare finalmente i cicli della storia in cui a ogni generazione è mancato qualcosa per preservare l’indipendenza e ogni volta ha dovuto riprendere le armi. Non possiamo trasmettere questo fardello ai nostri discendenti. Stiamo costruendo un’Ucraina con abbastanza forza e potenza per vivere in sicurezza e pace. Perché su questa piazza, nel nostro Maidan dell’Indipendenza, sotto le nostre bandiere, sulla nostra terra, i nostri figli e nipoti celebrino la Giornata dell’Indipendenza in pace, serenità, con fiducia nel futuro, con rispetto e gratitudine verso tutti coloro che hanno difeso l’Ucraina in questa guerra per l’indipendenza. Chi ha resistito, chi ha potuto, chi ha vinto.

Per un obiettivo così vale la pena vivere. Per questo resistiamo.



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Un pensiero su “La lezione di Zelensky contro il pacifismo arrendista che si proclama realista

  1. Paolo dice:

    Riflessioni profonde, assolutamente condivisibili.
    Questa lettura “metafisica” del bene e del male, il primo “ideale” il secondo “reale” (o “carnale”) ha radici antiche. Persino platoniche, verrebbe da dire. E sicuramente spiega tanto delle posizioni pubblicamente espresse a tutti i livelli, dalle più pompose riflessioni di grandi intellettuali fino ai più sgangherati commenti di “@rottweiler95” sui social. Ma c’è un “ma” …
    Ma c’è una fetta consistente, anzi consistentissima, di opinioni di pacifismo arrendista motivate solo ed esclusivamente da cieco (e sottolineo cieco) antioccidentalismo, o dal suo padre spirituale che è l’antiamericanismo.
    Una quota consistente, anzi consistentissima, di opinioni sembrano ignorare il dualismo male-bene, da solo o in correlazione con il dualismo spirito-materia, ideale-reale. Ho parlato con intellettuali che fanno un tifo calcistico per Putin semplicemente per una ragione: perché è visto come il “campione” anti-America. E poco contano i suoi legami e le sue sintonie (a fasi alterne, in verità) con Trump. Trump è visto come un “accidente”, una scheggia impazzita che ora mostra a Putin il bastone, ora la carota. Ma Trump passerà, prima o poi, e se sarà stato utile (o utile idiota) per uno scacco/smacco all’America, questo è ciò che per loro conta.
    La colpa della guerra ucraina – per costoro – è della NATO, che si è pericolosamente avvicinata ai confini della Grande Russia; questa guerra – per costoro – l’hanno voluta gli USA; e via di pseudo-analisi geopolitiche, solo per dare una patina di legittimità a colui che, finalmente, la farà pagare ai fottuti Yankees.
    Questa posizione, molto meno filosoficamente fondata e meditata, è enormemente diffusa, presso l’intellighenzia come presso il “volgo” dei soliti 56 milioni di commissari tecnici di calcio, di virologi, di coach tennistici, di esperti di geopolitica …

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